Un solo dente ha rivelato le monache dimenticate: prima prova concreta delle ascete radicali

Lo scheletro avvolto in catene di ferro che ingannò gli studiosi per anni

Un archeologo estrasse da una tomba nei pressi di Gerusalemme uno scheletro avvolto in pesanti catene di ferro. Per lungo tempo tutti ritennero che si trattasse di un monaco. Ma l’analisi delle proteine dello smalto di un singolo dente dimostrò che quelle catene le aveva indossate per tutta la vita una donna.

Nel 2012, gli archeologi israeliani portarono alla luce, nel sito di Khirbat el-Masani a pochi chilometri da Gerusalemme, i resti di un vasto complesso monastico dell’era bizantina. Tra le fondamenta della chiesa e gli edifici della comunità furono individuate diverse sepolture. Una cripta in particolare si distingueva da tutto ciò che la scienza conosceva fino ad allora.

Nella camera di pietra giaceva uno scheletro avvolto da pesanti anelli di ferro. I cerchi metallici stringevano il collo e gli avambracci, con un peso complessivo che raggiungeva le decine di chilogrammi. Le tracce sulle ossa indicavano che quella persona li aveva portati per tutta la vita, senza mai toglierli. Una forma classica ed estrema di ascesi, ben documentata dagli autori cristiani della tarda antichità. Poiché nella letteratura bizantina compaiono solo uomini che si incatenano volontariamente alle rocce o si caricano di ferro, il team di ricerca aveva automaticamente concluso che si trattasse di un monaco. Le moderne tecniche di laboratorio, però, rivelarono una verità destinata a cambiare la nostra comprensione del ruolo delle donne nei monasteri paleocristiani.

Perché i ricercatori credettero per anni che fosse un uomo

Il primo ostacolo si presentò quando gli studiosi tentarono di determinare il sesso con i metodi tradizionali. Le ossa erano gravemente danneggiate dal substrato calcareo, il che rendeva difficile valutare la forma del bacino e del cranio. Il tentativo di analisi del DNA fallì perché il materiale genetico era troppo compromesso. Per oltre dieci anni, quindi, quella sepoltura circolò nelle pubblicazioni specialistiche come esempio di devozione radicale monastica, anche se la voce “sesso” rimaneva prudentemente classificata come “indeterminato”.

Le fonti bizantine parlano di uomini che trascorrevano mesi o anni in preghiera con catene di ferro, ma tacciono quasi completamente riguardo a donne con pratiche analoghe. I ricercatori stentavano a credere che una donna potesse sottoporsi a una mortificazione così estrema. L’immagine sociale dell’asceta corrispondeva esclusivamente a una figura maschile in abito monastico. Solo lo sviluppo di nuove tecniche analitiche permise di tornare all’enigma con strumenti molto più precisi.

Cosa hanno rivelato le proteine dello smalto di un singolo dente

Un team internazionale di scienziati decise di utilizzare un metodo che solo di recente è entrato nello standard dell’archeologia. Si tratta dell’analisi delle proteine presenti nello smalto dentale, in particolare dei cosiddetti amelogenine legate ai cromosomi sessuali. Nelle persone con cromosomi XY si formano due varianti di amelogenina, codificate rispettivamente dai cromosomi X e Y. Nelle persone con cromosomi XX, lo smalto contiene soltanto la variante legata al cromosoma X. L’aspetto fondamentale è che queste proteine riescono a sopravvivere per migliaia di anni, anche in contesti dove il DNA si è da tempo degradato.

I ricercatori isolarono le proteine dallo smalto e le esaminarono tramite spettrometria di massa. Il risultato fu inequivocabile: nei campioni era presente esclusivamente il profilo corrispondente a una persona con due cromosomi X. I dubbi interpretativi svanirono quasi del tutto, poiché questo metodo — descritto in dettaglio nella letteratura scientifica intorno al 2017 — offre una certezza paragonabile a quella dell’analisi del DNA quando questa è praticabile. L’analisi di un unico dente dimostrò così la presenza esclusiva della variante femminile dell’amelogenina, il che significa che le pesanti catene le portava una donna di circa 20-40 anni.

I ricercatori delle università israeliane e statunitensi pubblicarono i risultati su una rivista specializzata, sottolineando che si trattava del primo caso documentato in cui i resti di uno scheletro con segni così evidenti di mortificazione corporea appartenevano a una donna e non a un monaco. Questa scoperta rivoluzionaria cambia la prospettiva sul coinvolgimento femminile nella vita religiosa dell’epoca bizantina.

Cosa rivelarono le ossa sulla vita della donna di Khirbat el-Masani

Nonostante lo scheletro fosse danneggiato, i ricercatori riuscirono a ricostruire alcuni dettagli significativi. La donna morì tra i vent’anni e i quaranta. Sulle ossa non furono rilevate tracce evidenti di malattie che potessero averla uccisa. Erano invece chiaramente visibili le conseguenze del peso prolungato sulle vertebre cervicali e sugli avambracci. Lievi deformazioni e microtraumi in questi segmenti dello scheletro sono coerenti con uno scenario in cui del ferro pesante grava sul corpo per mesi, forse anni. Non si trattava di una punizione temporanea né di una penitenza occasionale, ma di un elemento permanente di uno stile di vita: una forma radicale di devozione.

Il luogo della sepoltura, all’interno del complesso monastico, suggerisce uno status spirituale elevato. La comunità la riconosceva evidentemente come un’asceta degna di venerazione. I ricercatori ipotizzano che la donna potesse attirare pellegrini che cercavano la preghiera di una “santa in vita”. In quell’epoca della tarda antichità, simili figure ispiravano rispetto e meraviglia profondi.

  • Località: Khirbat el-Masani, nei pressi di Gerusalemme
  • Periodo: V secolo, era della dominazione bizantina
  • Sesso della defunta: donna, determinato attraverso le proteine dello smalto dentale
  • Età al momento della morte: circa 20-40 anni
  • Caratteristica eccezionale della tomba: massicce catene di ferro al collo e agli avambracci
  • Metodo di determinazione del sesso: analisi dell’amelogenina tramite spettrometria di massa
  • Stato delle ossa: danneggiate dal substrato calcareo, DNA inutilizzabile
  • Status nella comunità: probabilmente asceta riconosciuta e molto rispettata

L’ascesi femminile bizantina esisteva solo nelle agiografie

Le fonti scritte dell’epoca menzionano donne che scelsero un cammino spirituale radicale. Nelle vite dei santi compaiono figure come Maria Egiziaca o Pelagia di Antiochia, estremamente severe con se stesse, vissute in isolamento, talvolta persino travestite da uomini per poter entrare in una comunità monastica. Queste storie venivano spesso interpretate dagli studiosi come testi a carattere moraleggiante, ricchi di esagerazioni e privi di solide basi nel materiale archeologico. Mancavano le tracce fisiche che dimostrassero come le donne praticassero effettivamente le stesse forme di automortificazione dei monaci: digiuni prolungati per anni, isolamento o il portare catene di ferro.

La tomba nei pressi di Gerusalemme rappresenta il tassello mancante tra le descrizioni letterarie delle sante e la vita concreta delle comunità monastiche. Il ritrovamento di Khirbat el-Masani è il primo a dimostrare direttamente che anche una donna poteva svolgere il ruolo di asceta radicale, accettata e probabilmente rispettata nella società monastica. Il semplice fatto di essere sepolta all’interno del recinto religioso ne conferma la posizione spirituale.

Gli storici devono ora rivedere la propria visione della vita femminile nella tarda antichità. Sembra che le donne non si limitassero a sostenere i monasteri come fondatrici o sorelle addette ai lavori domestici, ma abbracciassero anche forme estreme di rinuncia apparentemente riservate agli uomini. Portare pesanti catene per anni interi doveva rappresentare un gesto di devozione assoluta e, in ambito monastico, un simile atteggiamento suscitava quasi certamente profonda riverenza.

Come i nuovi metodi possono trasformare la nostra visione delle donne nei monasteri

In molti siti funerari bizantini gli archeologi si imbattono in scheletri con segni di sofferenze sopportate pazientemente: tracce di catene, deformazioni causate da lunghi periodi di inginocchiamento, sintomi di denutrizione estrema. Nella pratica, la grande maggioranza di tali sepolture veniva attribuita agli uomini “per abitudine”, poiché i testi e le rappresentazioni tradizionali si concentravano sui monaci. Il metodo di analisi delle proteine dello smalto consente ora di verificare questi presupposti.

Nel caso di resti con DNA gravemente compromesso o con una struttura scheletrica ambigua, i ricercatori possono determinare il sesso con precisione a partire da un frammento di un singolo dente. Questo apre la strada a una nuova descrizione di numerose sepolture emerse da scavi più datati. Scienziati europei e statunitensi hanno già avviato la revisione dei cataloghi dei reperti e, in alcuni casi, hanno scoperto che presunti monaci asceti erano in realtà donne.

Per i lettori contemporanei la pratica della mortificazione corporea può sembrare incomprensibile, persino scioccante. Nella realtà di quell’epoca rappresentava però uno dei pochi modi disponibili per esprimere una libertà spirituale radicale — e questo valeva anche per le donne, che in altri ambiti della vita disponevano di possibilità di azione assai limitate. I ricercatori degli istituti archeologici sottolineano che scoperte simili non sono isolate e che nei prossimi anni si possono attendere ulteriori revisioni di sepolture dell’era paleocristiana.

Cosa significa questa scoperta per l’archeologia e la storia odierne

La storia della monaca di Khirbat el-Masani mostra come le nuove tecnologie di laboratorio siano capaci di sovvertire antiche narrazioni consolidate. Un singolo dente proveniente da un piccolo monastero nei pressi di Gerusalemme non solo ha restituito un’identità a un’asceta rimasta senza nome, ma ha anche permesso di comprendere meglio l’ampiezza del coinvolgimento femminile nella vita religiosa dell’era bizantina. È un segnale chiaro per gli archeologi: vale la pena tornare sui vecchi ritrovamenti armati di strumenti nuovi e di una mente più aperta.

I ricercatori raccomandano di esaminare sistematicamente le collezioni delle necropoli del periodo bizantino mediante l’analisi dell’amelogenina. Molte istituzioni hanno già ottenuto finanziamenti per tali progetti e i risultati potrebbero ampliare significativamente la conoscenza delle comunità femminili nel cristianesimo delle origini. Forse scopriremo che le donne costituivano una quota ben più ampia degli asceti radicali di quanto si ritenesse finora, e che il loro contributo alla vita spirituale è stato sistematicamente sottovalutato. Non sarebbe affascinante scoprire quante altre storie dimenticate attendono ancora nelle collezioni dei musei di essere finalmente raccontate?

Author

  • Nicolò Balini, meglio conosciuto come Human Safari, è nato nel 1991 a Bergamo ed è considerato il pioniere dei travel vlogger in Italia. Dopo aver studiato nel settore turistico, ha aperto il suo canale YouTube nel 2012, trasformando la sua passione in una professione di riferimento. Nicolò è un esperto di logistica di viaggio, amante dei road trip e della fotografia cinematografica. È famoso per i suoi video "esperienziali" dove testa compagnie aeree, alloggi insoliti e fornisce consigli pratici su come viaggiare low-cost senza sacrificare l'avventura. È anche il fondatore di SiVola, un'importante agenzia di viaggi di gruppo.

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