La tomba nucleare nel Pacifico che perde. Un’altra bomba climatica sta ticchettando

Una cupola di cemento che si sgretola sull’isola di Runit

Su un’isoletta remota delle Isole Marshall si nasconde uno dei segreti più scomodi della Guerra Fredda. Una collinetta di cemento sull’isola di Runit — costruita dagli Stati Uniti negli anni ’70 per sigillare i rifiuti radioattivi prodotti dai test nucleari — sta cedendo. E l’innalzamento del livello del mare non fa che accelerare il processo.

Quello che doveva essere una soluzione definitiva è diventato esso stesso una fonte di pericolo. La cupola si sta crepando, e le conseguenze potrebbero interessare persone ed ecosistemi su una vasta porzione del Pacifico.

Sessantasette esplosioni nucleari e un cratere diventato discarica

Tutto ha inizio con un programma di test nucleari di proporzioni straordinarie. Tra il 1946 e il 1958, gli Stati Uniti condussero ben 67 esplosioni nucleari sugli atolli di Bikini ed Enewetak. L’atoll di Enewetak da solo ne subì 43. Una di queste — il test denominato Cactus, nel 1958 — letteralmente strappò via una porzione dell’isola di Runit.

L’esplosione, della potenza di circa 18 chilotoni, scavò un cratere profondo all’incirca 10 metri. Il fungo atomico raggiunse diversi chilometri di quota e le particelle radioattive si dispersero sull’intero atoll. Due decenni dopo, quel cratere sarebbe diventato una comoda — e assai problematica — “buca dei rifiuti”.

Come il cratere atomico è diventato una discarica nucleare

Fra il 1977 e il 1980, l’esercito statunitense iniziò a riversare nel cratere terra contaminata, macerie e altri materiali radioattivi provenienti dall’area di Enewetak. Si stima che siano state ammassate oltre 120.000 tonnellate di rifiuti radioattivi. Il tutto fu poi sigillato da una cupola in cemento armato spessa circa 46 centimetri e larga 115 metri di diametro.

Quella struttura, che gli abitanti locali chiamano “la tomba”, nacque fin dall’inizio come soluzione provvisoria. E — questo è il punto cruciale — non fu mai dotata di un fondo impermeabile. La cupola fu semplicemente posata su un substrato naturale di corallo poroso. Le acque sotterranee e marine possono infiltrarsi liberamente al di sotto del cemento, una circostanza che già all’epoca suscitò le obiezioni di diversi scienziati.

Oggi, con l’oceano in costante ascesa, quella scelta degli anni ’70 si sta ritorcendo contro chi l’ha presa. Gli ingegneri sottolineano un fatto elementare: il plutonio e gli altri isotopi intrappolati all’interno resteranno pericolosi per decine di migliaia di anni. Il cemento — nemmeno in condizioni ideali — può resistere nemmeno a una minima frazione di quel periodo senza subire danni gravi. E le condizioni su un basso atoll esposto alle tempeste sono tutt’altro che ideali.

Perché il cemento si crepa e l’acqua si fa strada all’interno

Dopo decenni di esposizione al sole tropicale, all’acqua salata e agli sbalzi termici estremi, la cupola ha ormai imboccato una fase di degrado accelerato. Sulla superficie sono visibili crepe sempre più larghe. Per alcuni funzionari si tratta di un “normale invecchiamento del calcestruzzo”. Per molti esperti, invece, è il segnale che il margine di sicurezza si sta esaurendo.

Il problema non si limita alla struttura esterna. Il substrato corallino poroso su cui poggia la cupola funziona come una spugna. Le maree e le correnti sotterranee fanno circolare continuamente l’acqua nell’area al di sotto del cratere, e quel flusso può trascinare con sé particelle di materiale contaminato verso la laguna.

Anche senza una spettacolare rottura della cupola, i rifiuti radioattivi non sono affatto isolati dall’ambiente circostante. Si tratta di un sistema aperto, collegato sia alle acque sotterranee sia a quelle marine. Ricerche condotte sul posto negli ultimi anni hanno rilevato livelli elevati di radiazione anche al di fuori della struttura in cemento.

Nei campioni di suolo e sedimenti, gli scienziati hanno identificato diversi radionuclidi in concentrazioni che indicano una contaminazione estesa all’intero sistema. Non è un punto isolato sulla mappa. Anche in assenza di danni visibili alla cupola, i materiali radioattivi raggiungono l’ambiente attraverso il poroso substrato corallino.

Come il cambiamento climatico accelera lo scenario di rischio

Per lungo tempo, Runit è rimasta nella coscienza collettiva soprattutto come un debito morale — il simbolo di un torto inflitto agli abitanti delle Isole Marshall durante l’era dei test nucleari. Ora, con l’innalzamento del livello dei mari, quel “debito storico” sta acquisendo una dimensione brutalmente attuale.

Secondo analisi elaborate per il Dipartimento dell’Energia statunitense, i principali fattori di rischio per la cupola sono le onde di tempesta e il progressivo innalzamento permanente del livello dell’oceano. L’isola di Runit si eleva per la maggior parte solo di circa 2 metri sopra il livello del mare. Un aumento previsto di un metro entro fine secolo — scenario realistico per le Isole Marshall — significa che bastano poche tempeste intense per far precipitare gli equilibri del sistema.

Su un atoll così basso, l’acqua non deve nemmeno scavalcare la cupola per peggiorare la situazione. È sufficiente che aumenti la pressione idrostatica sulle acque sotterranee e si intensifichi il flusso al di sotto della struttura. Le ondate di tempesta e le maree estreme agiscono come una pompa: accelerano il ricambio dell’acqua nel substrato poroso e possono aumentare il trasporto di particelle radioattive verso la laguna.

Il cambiamento climatico non sta creando un rischio nuovo dal nulla. Sta amplificando una debolezza strutturale ereditata dagli anni ’70 e la sta trasformando in una minaccia concreta per le persone e per l’ambiente.

  • L’innalzamento del livello del mare sommerge i bassi atolls e aumenta la pressione sulle acque sotterranee
  • Le onde di tempesta penetrano sempre più in profondità nel substrato corallino sotto la cupola
  • Le onde estreme danneggiano il cemento e allargano le crepe già presenti
  • L’acqua salata accelera la corrosione delle armature metalliche all’interno della cupola
  • Le temperature più elevate causano dilatazione termica e ulteriori sollecitazioni sui materiali
  • Le maree frequenti accelerano il ricambio idrico e il trasporto di sostanze radioattive

A pochi chilometri dai villaggi e dai luoghi di pesca

Runit si trova a sole poche decine di chilometri dalle zone dove gli abitanti di Enewetak pescano e navigano ogni giorno. Sull’atoll vivono oggi circa 600 persone, di cui quasi 300 sull’isola principale. La laguna è al tempo stesso una via di comunicazione, una dispensa e un pilastro dell’identità culturale locale.

Per le comunità locali, il rischio di contaminazione della laguna non è un insieme di cifre astratte in un rapporto radiologico. È una questione concreta e immediata: si possono ancora mangiare i pesci? È sicuro vivere su isole che una volta sono già state dichiarate troppo pericolose per essere abitate, e poi nuovamente reinsediate? Le autorità delle Isole Marshall hanno ripetutamente chiesto un monitoraggio più rigoroso e un piano concreto per mettere in sicurezza la cupola.

Il Dipartimento dell’Energia statunitense sostiene che le crepe nel calcestruzzo rientrano nel normale processo di invecchiamento del materiale. L’eventuale contaminazione aggiuntiva proveniente dalla cupola sarebbe, secondo questa lettura, trascurabile rispetto a quanto già presente nei sedimenti della laguna dopo decenni di test nucleari. Una narrativa che incontra una profonda sfiducia da parte delle autorità locali e degli scienziati indipendenti.

Domande scomode su responsabilità e accesso ai dati

La vicenda della cupola di Runit non è soltanto un problema ingegneristico. È anche, e forse soprattutto, una questione politica. Nel 1986, contestualmente alla proclamazione dell’indipendenza delle Isole Marshall, venne firmato un accordo con gli Stati Uniti che regolava le rivendicazioni legate al programma nucleare. Sulla carta, la questione sembrava chiusa. Nella pratica, il governo marshallese è rimasto con un peso che non è in grado di sostenere né tecnicamente né finanziariamente.

I ricercatori coinvolti nelle misurazioni in loco pongono una domanda diretta: se la maggior parte della contaminazione è comunque già nella laguna, perché fu costruita la cupola? Questo lascia intendere che non tutte le informazioni su cosa esattamente finì nel cratere siano state rese pubbliche. Circolano ipotesi secondo cui vi sarebbero stati depositati anche frammenti di armi provenienti da test falliti, o altri rifiuti particolarmente pericolosi di cui si sa pochissimo.

La disputa non riguarda solo i livelli di radiazione, ma anche l’accesso a dati affidabili sul contenuto e sullo stato della discarica. Questa è rimasta per anni sotto il controllo dell’esercito. Molti veterani che parteciparono alle operazioni di “bonifica” dell’atoll scoprirono solo anni dopo con quale tipo di materiali avevano lavorato — e quanto scarse fossero le protezioni che avevano ricevuto.

Per alcuni di loro le conseguenze furono gravi problemi di salute: tumori, malattie ossee e altre patologie. Gli abitanti delle Isole Marshall, dal canto loro, convivono con le conseguenze del programma nucleare da generazioni: evacuazioni forzate, limitazioni nell’accesso ai territori tradizionali, timori per la salute dei propri figli. La cupola di cemento su Runit non è per loro un semplice manufatto tecnico. È un monumento tangibile a decisioni prese lontano, a migliaia di chilometri dal Pacifico.

Cosa potrebbe accadere nei prossimi decenni

Gli scenari per i decenni a venire dipendono da diversi fattori: la velocità dell’innalzamento del livello del mare, la frequenza degli eventi meteorologici estremi e la volontà della comunità internazionale di investire nella messa in sicurezza o nella ristrutturazione della discarica. Gli esperti hanno identificato tre principali percorsi possibili.

Lo scenario passivo prevede l’assenza di interventi significativi, il progressivo degrado del cemento e un aumento costante della contaminazione nella laguna. Lo scenario ingegneristico contempla il rinforzo della cupola, l’impermeabilizzazione del substrato o la costruzione di una protezione nuova e più duratura. Lo scenario radicale, infine, prevede la rimozione parziale o totale dei rifiuti e il loro trasferimento in un luogo più sicuro — una soluzione che comporterebbe costi enormi e rischi operativi considerevoli.

Ognuno di questi percorsi ha un prezzo: finanziario, politico e ambientale. Ma l’assenza di una decisione è essa stessa una decisione. Significa accettare una situazione in cui il destino della tomba — e dell’intero atoll — dipende in larga misura dalla velocità con cui si sciolgono i ghiacciai e dalla forza delle tempeste in arrivo. Gli esperti concordano su un punto: aspettare non fa che peggiorare le cose.

Su un planisfero, Runit appare come un punto lontanissimo, quasi astratto, nel mezzo del Pacifico. Ma la storia della cupola rivela qualcosa di molto più ampio: quanto a lungo durino le conseguenze delle scelte legate all’uso di tecnologie così potenti come l’arma nucleare. E come il cambiamento climatico sia capace di risvegliare vecchi rischi in configurazioni del tutto nuove.

Author

  • Nicolò Balini, meglio conosciuto come Human Safari, è nato nel 1991 a Bergamo ed è considerato il pioniere dei travel vlogger in Italia. Dopo aver studiato nel settore turistico, ha aperto il suo canale YouTube nel 2012, trasformando la sua passione in una professione di riferimento. Nicolò è un esperto di logistica di viaggio, amante dei road trip e della fotografia cinematografica. È famoso per i suoi video "esperienziali" dove testa compagnie aeree, alloggi insoliti e fornisce consigli pratici su come viaggiare low-cost senza sacrificare l'avventura. È anche il fondatore di SiVola, un'importante agenzia di viaggi di gruppo.

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