Gli scienziati potrebbero aver rilevato il primo antico buco nero più piccolo del Sole

Un segnale cosmico che sfida tutto ciò che sappiamo

I rivelatori LIGO, Virgo e Kagra hanno intercettato un segnale spaziale del tutto insolito. L’analisi dei dati suggerisce che uno degli oggetti coinvolti nella collisione fosse meno massiccio del Sole — troppo piccolo per rientrare nella categoria dei buchi neri convenzionali.

Uno scenario simile non trova posto nei modelli standard di evoluzione stellare. E sempre più forte si fa l’ipotesi che si tratti della prima traccia di un cosiddetto buco nero primordiale, nato negli istanti iniziali dell’universo.

Un evento che non dovrebbe esistere

Gli scienziati impegnati con i rivelatori di onde gravitazionali monitorano ormai decine di eventi ogni anno. Si tratta quasi sempre di collisioni tra buchi neri o stelle di neutroni, con masse tipicamente comprese tra qualche decina di masse solari. Nel febbraio di quest’anno, però, il team si è imbattuto in qualcosa di anomalo.

Uno degli oggetti coinvolti nella collisione aveva una massa compresa tra soli 0,1 e 0,87 masse solari. Un buco nero così leggero, generato dal collasso di una stella ordinaria, era semplicemente inatteso. Gli astronomi hanno subito esaminato le spiegazioni più comuni — stella di neutroni, nana bianca — ma c’era un problema: in queste collisioni i telescopi captano normalmente bagliori elettromagnetici, raggi gamma, raggi X o emissioni luminose prolungate. Questa volta, invece, i telescopi non hanno rilevato assolutamente nulla. Sono rimaste soltanto le onde gravitazionali, esattamente come accade nelle collisioni tra due buchi neri classici.

Perché una stella comune non può creare un buco nero così piccolo

La formazione di un buco nero convenzionale richiede che una stella massiccia concluda la propria esistenza con un collasso catastrofico. Il nucleo cede sotto il proprio peso, mentre gli strati esterni vengono espulsi in una supernova. La fisica di questi processi impone un limite minimo di circa tre masse solari per i buchi neri di origine stellare.

L’evento classificato come S251112cm mostra invece un oggetto con massa inferiore a una massa solare. I dati indicano con una probabilità superiore al 99% che almeno uno degli oggetti coinvolti fosse meno massiccio del Sole. I modelli attuali di evoluzione stellare sono inequivocabili: nessuna stella ordinaria è in grado di produrre un buco nero così piccolo. Se il segnale provenisse davvero da un oggetto così minuscolo, questo avrebbe dovuto formarsi attraverso un meccanismo completamente diverso.

I buchi neri primordiali teorizzati da Stephen Hawking

È qui che entrano in scena i cosiddetti buchi neri primordiali, oggetto delle teorie elaborate tra gli altri da Stephen Hawking. A differenza di quelli classici, non nascono dalle stelle. La loro origine risale a frazioni di secondo dopo il Big Bang.

Nell’universo appena nato regnava condizioni estreme: temperature e densità inimmaginabili, con violente fluttuazioni nella distribuzione della materia. In certe regioni, la materia poteva accumularsi in modo talmente denso da collassare su se stessa per pura gravità locale, senza alcuna stella come protagonista, generando istantaneamente un buco nero.

Gli scienziati ipotizzano che l’oggetto in questione si sia formato durante la fase legata alla cromodinamica quantistica, pochi microsecondi dopo l’origine dell’universo — in un’epoca in cui le stelle ordinarie non esistevano ancora nemmeno in forma embrionale. Se l’interpretazione fosse corretta, la rete LVK avrebbe registrato per la prima volta il segnale della collisione di un tale buco nero ancestrale con un altro oggetto.

Un buco nero delle dimensioni di una città

Cosa significa concretamente un buco nero con massa pari a 0,87 masse solari? Il numero non colpisce immediatamente, finché non si considera la dimensione dell’oggetto. Un tale corpo sarebbe estremamente compatto: il suo diametro ammonterebbe a circa cinque chilometri.

Immaginate la massa paragonabile a quella del Sole compressa in una regione grande all’incirca come una città di medie dimensioni. Condizioni di densità così estreme sembrano possibili soltanto negli istanti immediatamente successivi al Big Bang, quando la materia attraversava brusche transizioni di fase. Oggetti con parametri simili sono previsti dai calcoli teorici della cosmologia delle origini.

Gli astronomi sono curiosi anche di capire come questi mini-buchi neri si siano comportati nel corso di miliardi di anni. Alcuni potrebbero aver assorbito materia circostante e cresciuto di massa, altri essere rimasti isolati e pressoché invariati. In ogni caso, oggi dovrebbero essere dispersi nell’intero universo osservabile.

La materia oscura come nube di mini-buchi neri

Se l’interpretazione del segnale S251112cm come traccia di un buco nero primordiale venisse confermata, le implicazioni andrebbero ben oltre la semplice classificazione di un oggetto esotico. Entrerebbe in gioco la questione della natura della materia oscura.

Da anni gli astronomi sanno che la materia visibile — stelle, gas, polvere — costituisce soltanto una piccola frazione del contenuto cosmico totale. Sul comportamento di galassie, ammassi galattici e grandi strutture cosmiche agisce una massa aggiuntiva, invisibile in qualsiasi lunghezza d’onda. L’hanno chiamata materia oscura.

Per decenni si sono cercate ipotetiche nuove particelle — dai famosi WIMP a bosoni leggeri esotici — ma i rivelatori sotterranei di particelle hanno risposto con un silenzio ostinato. In questo contesto, i mini-buchi neri hanno cominciato a suonare come un’alternativa sempre più convincente. L’analisi suggerisce che, con il giusto numero e la giusta distribuzione di masse, i buchi neri primordiali potrebbero spiegare una parte significativa — o addirittura la totalità — della materia oscura, senza introdurre nuove particelle elementari.

In questo scenario, l’universo sarebbe popolato da innumerevoli piccoli buchi neri, disseminati discretamente negli aloni delle galassie e nello spazio intergalattico. Nella vita quotidiana resterebbero praticamente invisibili, ma la loro influenza gravitazionale collettiva spiegherebbe il comportamento delle galassie osservato dagli astronomi.

Gli scienziati frenano l’entusiasmo: per ora è un candidato molto promettente

Nonostante l’evidente fermento nella comunità scientifica, i ricercatori mantengono la dovuta cautela. L’analisi pubblicata sul server arXiv e sottoposta a una rivista di alto profilo è ancora in fase di revisione tra pari. Gli scienziati parlano esplicitamente di un “candidato” a buco nero primordiale.

Resta ancora da verificare se il segnale non possa essere spiegato diversamente, ad esempio come effetto di interazioni complesse in ammassi stellari estremamente densi. In tali ambienti, gli oggetti in orbita possono formare sistemi multipli, con sequenze di collisioni e catture che generano onde gravitazionali articolate. Per ora tutto indica che l’interpretazione del buco nero primordiale sia la più semplice e quella che meglio si adatta ai dati — ma i fisici hanno bisogno di un elemento chiave: la ripetizione.

Se nel corso della campagna osservativa in corso i rivelatori LVK registrassero un secondo segnale analogo, con un oggetto al di sotto della massa solare, l’ipotesi dei buchi neri primordiali acquisterebbe un peso completamente diverso: da curiosità teorica si trasformerebbe in una nuova categoria di oggetti cosmici reali.

Come funzionano i rivelatori LIGO, Virgo e Kagra in ascolto dello spaziotempo

Le onde gravitazionali sono microscopiche increspature nella struttura stessa dello spaziotempo. Per intercettarle, gli scienziati hanno costruito giganteschi interferometri — strumenti capaci di misurare variazioni infinitesimali della distanza tra specchi posizionati in tunnel lunghi diversi chilometri.

LIGO negli Stati Uniti, Virgo in Italia e Kagra in Giappone formano oggi una rete globale di “orecchie” in ascolto delle catastrofi cosmiche più lontane. Quando un’onda gravitazionale attraversa la Terra, accorcia impercettibilmente un braccio dell’interferometro e allunga l’altro. La variazione è inferiore al diametro di un protone, eppure la strumentazione riesce a rilevarla.

  • LIGO — due rivelatori negli USA, i primi a registrare onde gravitazionali nel 2015
  • Virgo — interferometro europeo che aumenta la precisione nella localizzazione delle sorgenti
  • Kagra — rivelatore giapponese raffreddato a temperature bassissime, costruito in un tunnel sotterraneo
  • La rete di rivelatori consente la triangolazione e la determinazione precisa della posizione della sorgente
  • Ogni rivelatore utilizza laser e sistemi di specchi in vuoto ultrapuro
  • L’isolamento sismico protegge gli strumenti dalle vibrazioni terrestri
  • I sistemi di smorzamento attivo compensano le microvibrazioni da traffico e fenomeni naturali
  • I dati vengono elaborati da supercomputer in grado di valutare milioni di parametri

Grazie alla collaborazione tra questi tre strumenti, gli scienziati non si limitano a misurare la forma delle onde, ma ricostruiscono i parametri degli oggetti che le hanno generate: massa, distanza e persino rotazione. È stato proprio questo metodo a permettere di stabilire che nell’evento S251112cm era coinvolto un oggetto al di sotto della massa solare.

Cos’è esattamente un’onda gravitazionale

In termini semplici, può essere paragonata a un’onda sull’acqua — ma che si propaga non nell’acqua, bensì nella struttura stessa dello spazio. Quando masse enormi, come i buchi neri, orbitano l’una attorno all’altra e si scontrano, “increspano” lo spaziotempo con tale intensità che l’effetto di questa tempesta raggiunge distanze di miliardi di anni luce.

LIGO e gli altri rivelatori non catturano un’immagine dell’oggetto, ma una registrazione precisa di come varia la lunghezza dei bracci dell’interferometro. Sulla base di questa curva, un computer adatta il miglior modello di collisione ed estrae informazioni sulle masse e sulla tipologia degli oggetti coinvolti. Le onde gravitazionali attraversano la materia senza quasi interagire con essa, a differenza della radiazione elettromagnetica. Per questo portano informazioni su eventi che altrimenti resterebbero invisibili — come l’interno di buchi neri in collisione o i primissimi istanti dopo il Big Bang.

E ora? La caccia ad altri mini-buchi neri e le conseguenze per la fisica

Se l’interpretazione del buco nero primordiale supererà il vaglio critico, nei prossimi anni è prevedibile un’offensiva di nuove ricerche. Gli astronomi passeranno al setaccio gli archivi dei dati delle campagne precedenti di LVK, cercando altri segnali trascurati con oggetti al di sotto della massa solare.

In parallelo, i teorici adatteranno i modelli di formazione dei buchi neri primordiali ai nuovi vincoli: con quale frequenza potevano formarsi, quale massa tipica possiedono e se la loro popolazione possa davvero spiegare la materia oscura. Ciò implica una revisione degli scenari di evoluzione del giovane universo, comprese le fasi legate alle trasformazioni di fase della materia nelle primissime epoche cosmiche.

Per i non addetti ai lavori il tema può sembrare astratto, ma ha implicazioni sorprendentemente concrete. Se la materia oscura si rivelasse semplicemente una nube di mini-buchi neri, cambierebbe il modo di pianificare le future missioni spaziali, le previsioni sui segnali nei rivelatori di neutrini e la progettazione degli esperimenti sulle particelle elementari. Parte degli apparati costosi già pianificati potrebbe perdere la propria ragion d’essere, lasciando spazio a nuove idee più orientate all’astronomia delle onde gravitazionali.

Ogni nuovo segnale registrato con buchi neri così piccoli offre un’opportunità per testare la teoria della gravità in regime estremo — e questo potrebbe rivelare dove cercare la nuova fisica che va oltre la relatività generale e il modello standard delle particelle. Forse proprio da qui emergeranno tecnologie che tra qualche anno entreranno nella vita quotidiana, proprio come la navigazione satellitare o le tecniche avanzate di imaging medico, le cui radici affondano nella fisica teorica del secolo scorso.

Author

  • Nicolò Balini, meglio conosciuto come Human Safari, è nato nel 1991 a Bergamo ed è considerato il pioniere dei travel vlogger in Italia. Dopo aver studiato nel settore turistico, ha aperto il suo canale YouTube nel 2012, trasformando la sua passione in una professione di riferimento. Nicolò è un esperto di logistica di viaggio, amante dei road trip e della fotografia cinematografica. È famoso per i suoi video "esperienziali" dove testa compagnie aeree, alloggi insoliti e fornisce consigli pratici su come viaggiare low-cost senza sacrificare l'avventura. È anche il fondatore di SiVola, un'importante agenzia di viaggi di gruppo.

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