Perché lavorare in apparenza distrugge la tua carriera. Uno psicologo spiega le cause principali

Il lavoro frenetico che sembra successo ma diventa una trappola

Al colloquio prometti di “saper fare tutto”, nella nuova azienda accetti ogni incarico con il sorriso, ma la sera non hai più la forza nemmeno di rispondere al telefono. Questo stile di lavoro regala per un po’ una sensazione di successo, ma col tempo si trasforma in una trappola che prosciuga energia, salute e concrete possibilità di avanzamento.

In molti uffici domina ancora il modello dello “studente modello”: sempre sorridente, sempre disponibile, sempre pronto a consegnare tutto “per ieri”. Chi vive così sente di dover dimostrare il proprio valore quasi ogni minuto della giornata. Ogni compito spuntato dalla lista porta un sollievo momentaneo, una piccola iniezione di soddisfazione.

Gli psicologi sottolineano che dietro questo comportamento si nasconde spesso un forte bisogno di riconoscimento esterno. Il dipendente che non sa dire no conta sul fatto che questo lo renderà amato, apprezzato, forse promosso prima. In pratica, però, un numero sempre crescente di compiti comincia a scalzare il sonno, le relazioni e il piacere quotidiano di vivere.

Quando l’intera autostima dipende da quanti contributi riesci a dare all’azienda, è facile perdere di vista i propri limiti e i propri bisogni. La cultura lavorativa moderna premia l’agitazione continua e l’attività visibile molto più dei risultati concreti.

Essere occupati non è la stessa cosa che essere efficaci

La cultura del lavoro contemporanea premia il movimento incessante: più finestre aperte contemporaneamente, email durante le riunioni, messaggi su Slack mentre si analizza un report. Dall’esterno sembra impressionante, ma dentro regna il caos. Il nostro cervello non elabora più compiti in simultanea: salta freneticamente dall’uno all’altro.

Ogni passaggio del genere consuma energia e distrugge la concentrazione. I ricercatori della Stanford University hanno scoperto che le persone che praticano il multitasking sono paradossalmente meno produttive rispetto a chi si dedica a un compito alla volta. Il risultato è chiaro:

  • gli errori aumentano, anche se si trascorrono più ore sul lavoro
  • il tempo necessario per completare ogni singolo compito si allunga
  • dopo una giornata piena di multitasking ci si sente come dopo una maratona, pur non essendosi quasi mossi fisicamente
  • la qualità del lavoro cala, perché il cervello non raggiunge mai un livello profondo di concentrazione
  • la memoria peggiora a causa dell’interruzione continua dei processi di pensiero
  • gli ormoni dello stress come il cortisolo rimangono stabilmente elevati

Chi osserva dall’esterno vede una persona straordinariamente indaffarata, ma l’effetto reale è spesso misero. Ciò che si nota è soprattutto un’agitazione nervosa, non risultati consegnati con calma e precisione. Gli esperti della Harvard Business School evidenziano che i dipendenti che trascorrono la giornata in modalità di commutazione continua mostrano spesso sintomi da stress cronico.

La vera efficacia non sta nell’essere disponibili senza sosta, ma nel dedicarsi pienamente a una sola cosa nel momento presente. Questo approccio richiede il coraggio di dire no ai compiti meno importanti.

Perché il ruolo del “factotum” abbassa il tuo valore professionale

In ogni team si individua rapidamente chi “riesce a fare tutto” e non rifiuta mai nulla. A questa persona non arrivano solo i progetti importanti, ma soprattutto tutto ciò che gli altri non hanno tempo o voglia di fare: correzioni nelle presentazioni, supervisione della tecnologia, ricerca di documenti smarriti, piccole modifiche dell’ultimo minuto. All’inizio puoi viverlo come un complimento: “Si fidano di me, per questo mi affidano i compiti”.

Dopo qualche mese emerge però la realtà: metà giornata viene divorata da attività secondarie, poco visibili alla direzione, mentre i progetti chiave devono adattarsi al tempo che rimane. L’eterna disponibilità ti rende indispensabile ai colleghi, ma spesso ti rende poco visibile a chi prende le decisioni che contano.

L’azienda valorizza molto di più uno specialista chiaramente associato a un’area specifica rispetto a una persona “tuttofare”. Il primo costruisce un’identità da esperto: quando emerge un problema in quel settore, tutti sanno a chi rivolgersi. Il secondo è sempre occupato, sempre utile, ma difficilmente gli si può attribuire un contributo decisivo.

Se sottolinei continuamente di saper fare tutto — dalla grafica al coordinamento di eventi fino all’analisi dei dati — la direzione percepisce soprattutto dispersione. I tuoi punti di forza più grandi si perdono tra le inezie. Nelle conversazioni sulla promozione contano i risultati concreti e significativi, non il numero di compiti gestiti contemporaneamente. Gli psicologi avvertono che questo schema comportamentale porta al burnout più rapidamente di qualsiasi altra strategia lavorativa.

L’incompetenza strategica come salvaguardia della tua energia

Gli esperti di salute mentale e produttività parlano sempre più spesso di “incompetenza strategica”. Si tratta di non mostrare consapevolmente tutte le capacità secondarie che non sono fondamentali per il tuo ruolo. Non per egoismo, ma per poter svolgere il lavoro più importante ad alto livello.

Sai riparare la stampante, configurare il proiettore e creare diapositive brillanti in PowerPoint in cinque minuti? Benissimo, ma se lasci che tutta l’azienda lo sappia, diventerai rapidamente lo specialista nello “spegnere gli incendi”, non in ciò per cui ti pagano davvero. I terapeuti consigliano spesso ai clienti esauriti di creare un elenco delle proprie competenze professionali principali e di rifiutare i compiti che non rientrano in quel perimetro.

Non tutti i tuoi talenti devono essere al servizio dell’intero ufficio. Hai il diritto di proteggere la tua attenzione come una risorsa preziosa. I ricercatori del Massachusetts Institute of Technology hanno rilevato che le persone capaci di stabilire confini netti ottengono risultati migliori nel lungo periodo rispetto a quelle sempre disponibili.

Una ricerca di Gallup ha mostrato che i dipendenti con un ruolo chiaramente definito presentano un rischio di burnout inferiore del trenta percento. Il lavoro è una corsa di lunga distanza, non uno sprint. Vale quindi la pena decidere consapevolmente dove convogliare la propria energia.

Come sfatare il mito del multitasking e stabilire confini chiari

La convinzione che un vero professionista debba fare più cose contemporaneamente si scontra sempre più con quanto mostrano gli studi sul funzionamento del cervello. Saltare tra schermate e conversazioni indebolisce la memoria a breve termine e fa sì che i compiti richiedano più tempo di quanto ne richiederebbero se affrontati in sequenza. I neurologi dell’University of California hanno dimostrato che ogni deviazione dell’attenzione richiede al cervello in media ventitre minuti per tornare al livello di concentrazione precedente.

Le notifiche continue dal telefono, da Slack, dall’email e dalle app per i compiti impegnano una parte considerevole dell’energia semplicemente per mantenerti in stato di allerta. L’organismo lo percepisce come un segnale ininterrotto di “pericolo”, il che eleva i livelli di cortisolo e provoca tensione muscolare.

Alcuni segnali che stai esagerando con l’accumulo di compiti sono situazioni come: avviare contemporaneamente due grandi progetti con scadenze simili, analizzare dati complessi con un podcast o musica con testo in sottofondo, scrivere un documento importante rispondendo al contempo ai messaggi aziendali, oppure controllare il calendario sul telefono durante una riunione decisiva. Ognuna di queste scene sembra innocua, ma insieme creano un’abitudine stabile di divisione dell’attenzione.

Il risultato è che il cervello non ha mai la possibilità di entrare in quello stato di concentrazione profonda dove nascono le idee migliori e le soluzioni più elaborate. I ricercatori della Mayo Clinic confermano che la frammentazione cronica dell’attenzione porta a una minore creatività e a una capacità ridotta di risolvere i problemi.

Un nuovo approccio: meno compiti, più lavoro significativo

Passare dalla disponibilità costante al lavoro focalizzato richiede coraggio. Bisogna partire da passi semplici: usare consapevolmente le parole “no” oppure “adesso non riesco, posso occuparmene domani”, riservare nel calendario blocchi di tempo liberi da email e strumenti di comunicazione, avvisare il team che in quelle ore lavori in piena concentrazione e non rispondi immediatamente, e verificare che ogni richiesta di “piccolo favore” venga confrontata con le proprie priorità, non con il bisogno di essere apprezzato.

Per molte persone si tratta di una vera sfida psicologica. Cambia l’immagine di sé: da “supereroe sempre a disposizione” a persona che gestisce consapevolmente il proprio tempo. Nelle relazioni lavorative all’inizio possono emergere sorpresa e resistenza, ma nel giro di qualche settimana chi ti circonda si adatta. I coach del Center for Creative Leadership raccomandano questo approccio come competenza chiave sia per i manager sia per i dipendenti ordinari.

Ridurre i compiti secondari e abbandonare il ruolo del “tuttofare” produce effetti molto concreti. In primo luogo cresce la qualità di ciò che fai nel tuo ambito principale: hai più tempo per elaborare soluzioni, curare i dettagli e confrontarti con gli altri. In secondo luogo diminuisce il rischio di stanchezza cronica e burnout a lungo termine.

Cominci anche a vedere con più chiarezza quali compiti fanno davvero avanzare la tua carriera. Diventa più semplice negoziare gli obiettivi, discutere di promozioni o aumenti, perché puoi mostrare risultati importanti e concreti, non solo ore trascorse in modalità online. I terapeuti osservano che le persone che riprendono il controllo sul proprio impegno dichiarano più spesso un maggiore senso di efficacia personale e meno ansia rispetto alle valutazioni dei superiori.

Vale la pena esaminare anche le emozioni che si celano dietro al workaholic di facciata. La paura del rifiuto, una bassa autostima o la convinzione di dover essere “il migliore per meritarsi il posto” portano facilmente a sacrificarsi eccessivamente per l’azienda. In questo può essere utile anche un percorso con uno psicologo specializzato in terapia cognitivo-comportamentale, che aiuta a riconoscere e modificare questi schemi.

Se negli ultimi mesi senti di vivere come un operatore di un centro crisi piuttosto che come uno specialista nel tuo settore, è il momento giusto per cambiare qualcosa. Meno gesti “eroici” ogni giorno e una tutela più saggia dei propri confini possono non solo migliorare il tuo benessere, ma anche fare in modo che finalmente ti percepiscano come un esperto, e non semplicemente come qualcuno che “riesce sempre a farcela”.

Author

  • Nicolò Balini, meglio conosciuto come Human Safari, è nato nel 1991 a Bergamo ed è considerato il pioniere dei travel vlogger in Italia. Dopo aver studiato nel settore turistico, ha aperto il suo canale YouTube nel 2012, trasformando la sua passione in una professione di riferimento. Nicolò è un esperto di logistica di viaggio, amante dei road trip e della fotografia cinematografica. È famoso per i suoi video "esperienziali" dove testa compagnie aeree, alloggi insoliti e fornisce consigli pratici su come viaggiare low-cost senza sacrificare l'avventura. È anche il fondatore di SiVola, un'importante agenzia di viaggi di gruppo.

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