Il reattore a fusione cinese sfonda il soffitto di vetro. L’energia delle stelle più vicina di quanto pensiamo

Un record che nessuno si aspettava davvero

Il reattore cinese per la fusione nucleare ha appena battuto un primato che fino a poco fa sembrava fisicamente irraggiungibile. Si tratta della densità del plasma — e le implicazioni sono enormi.

I ricercatori del tokamak EAST, in Cina, hanno dimostrato che è possibile comprimere il plasma molto oltre i limiti di stabilità finora considerati invalicabili. Non è un semplice record da inserire in una tabella: mette in discussione una delle barriere ritenute più solide dell’energetica termonucleare, e potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui verranno progettate le future centrali a fusione.

Perché la densità del plasma è così cruciale per la fusione nucleare

In un reattore a fusione, tutto accade all’interno del plasma — un gas ionizzato che raggiunge temperature di decine o addirittura centinaia di milioni di gradi. In queste condizioni estreme, i nuclei atomici, solitamente isotopi dell’idrogeno, si scontrano e si fondono, liberando quantità enormi di energia.

Più alta è la densità del plasma, più frequenti sono le collisioni tra nuclei, e quindi maggiore è la potenza che il reattore può generare. In teoria sembra semplice: aumenta la densità e il gioco è fatto. Il problema è che i fisici si sono scontrati per decenni con una barriera molto concreta.

Superata una certa soglia, il plasma nel tokamak iniziava a comportarsi come una caldaia fuori controllo: crescevano le oscillazioni, comparivano perdite energetiche e a volte si verificava il collasso completo della scarica. In pratica, invece di aumentare la densità del plasma, bisognava costruire macchine sempre più grandi, che compensassero con il volume e il tempo di confinamento.

Questo è uno dei motivi per cui ITER in Europa ha dimensioni così colossali. Quando non era possibile aumentare la densità indefinitamente, l’unica strada era prolungare il tempo di confinamento del plasma e incrementarne il volume. Ma questa strategia ha i suoi difetti: porta a progetti da decine di miliardi con tempi di realizzazione decennali.

EAST — il reattore che ha scoperto un nuovo regime operativo del plasma

I risultati rivoluzionari sono emersi dal tokamak EAST, operativo a Hefei, in Cina. Si tratta di una delle installazioni più avanzate al mondo nel suo genere, utilizzata come banco di prova per la futura energetica a fusione.

Il team di ricerca ha raggiunto densità del plasma superiori di circa il trenta fino al sessantacinque percento rispetto al limite considerato praticabile nelle stesse condizioni. La cosa straordinaria è che questo non ha scatenato le tipiche instabilità distruttive. Il plasma è rimasto sotto controllo.

Per la comunità scientifica è un segnale inequivocabile: il quadro finora accettato è incompleto. Quello che veniva descritto come un limite universale di densità si è rivelato essere, in larga misura, una conseguenza del modo specifico in cui la scarica veniva avviata e gestita — non una legge di natura assoluta.

L’esperimento ha inoltre adottato alcune tecniche ispirate agli stellarator — un tipo alternativo di reattore a fusione con un campo magnetico dalla geometria più complessa. EAST è rimasto un tokamak classico, ma il suo team ha dimostrato che le due tecnologie possono arricchirsi a vicenda.

Una teoria che aspettava la conferma sperimentale

Gli ultimi risultati di EAST non sono arrivati dal nulla. Alcuni anni fa, una parte dei teorici aveva ipotizzato che nei tokamak potessero esistere due distinti regimi operativi del plasma. Il primo presenta un limite di densità ben definito, oltre il quale emergono forti instabilità. Il secondo regime alternativo elimina praticamente questo limite, purché vengano soddisfatte determinate condizioni fin dall’inizio della formazione del plasma.

L’elemento chiave di questa teoria riguarda le interazioni del plasma con le pareti del reattore. Quando il plasma surriscaldato urta troppo intensamente contro i materiali strutturali, strappa atomi dalla superficie e introduce impurità nella camera. Queste contaminazioni raffreddano e destabilizzano il plasma, rendendo ogni ulteriore aumento di densità controproducente.

I teorici suggerivano che, limitando fin dall’inizio questi impatti con le pareti, il plasma si sarebbe organizzato spontaneamente in uno stato diverso, molto meno sensibile alla compressione ulteriore. Mancava però una conferma sperimentale solida. EAST l’ha finalmente fornita. I ricercatori dell’Istituto di Fisica del Plasma dell’Accademia delle Scienze cinese hanno così riportato in auge un’ipotesi quasi dimenticata, spingendola nel dibattito scientifico principale.

Come i ricercatori cinesi hanno domato il plasma nel reattore EAST

Il team di ricerca ha puntato su una procedura di avvio del reattore diversa e su un controllo molto più sofisticato delle condizioni iniziali. Il tokamak EAST dispone di un avanzato sistema di magneti toroidali e poloidali superconduttori, la cui configurazione consente una modellazione del campo magnetico straordinariamente precisa.

I ricercatori hanno applicato un approccio ispirato ai dispositivi di tipo stellarator, nei quali il plasma viene guidato attraverso un campo magnetico complesso e attorcigliato, riducendo il contatto con le pareti. EAST è rimasto un tokamak classico, ma ha incorporato alcune soluzioni di questa famiglia alternativa di reattori.

In pratica, il team ha operato come segue:

  • ha controllato con estrema precisione la pressione del gas in ingresso nella camera all’inizio della scarica
  • ha impiegato un riscaldamento preciso del plasma tramite risonanza ciclotrone degli elettroni, permettendo al plasma di formarsi prima di interagire aggressivamente con le pareti
  • si è concentrato sull’ottimizzazione dell’intera sequenza di avvio del plasma, passo dopo passo, anziché focalizzarsi solo sullo stato stazionario nel mezzo del impulso
  • ha minimizzato l’introduzione di impurità dalle pareti in tungsteno e molibdeno della camera
  • ha utilizzato diagnostiche avanzate ad alta risoluzione temporale per monitorare l’evoluzione della densità in tempo reale
  • ha applicato un controllo adattivo del campo magnetico durante la prima fase della scarica

Il risultato: meno contaminazione dalle pareti, minori perdite energetiche e uno stato in cui il plasma è stato compresso a densità molto più elevate senza un deterioramento drammatico della stabilità. Tutto indica che il team è riuscito ad accedere al regime precedentemente teorizzato, privo dei limiti di densità. Modificando alcuni passaggi chiave nella procedura di avvio, il tokamak è entrato in una zona operativa completamente nuova, in cui la densità ha smesso di essere il principale ostacolo.

Le conseguenze per l’industria energetica e le future centrali

Per ora si tratta di un risultato sperimentale, non di una centrale operativa. Eppure le conseguenze per la progettazione dei reattori futuri potrebbero essere molto concrete. I grandi tokamak odierni vengono costruiti principalmente per aggirare i limiti fisici esistenti.

Se la densità non può essere aumentata in modo significativo, occorre disporre di un volume di plasma maggiore e di tempi di scarica più lunghi. Questo costa miliardi, richiede anni di costruzione e una logistica complicatissima. Se si dimostrerà che nei reattori futuri è possibile operare in un regime senza limiti di densità stringenti, parte di queste restrizioni svanisce.

Si apre la possibilità di realizzare reattori più compatti, più facili da integrare nell’infrastruttura energetica esistente. Costi d’investimento inferiori significano che la costruzione non deve necessariamente raggiungere scala gigantesca. Una maggiore durata dei componenti interni deriva dalla riduzione del bombardamento delle pareti da parte del plasma caldo.

Questo apre prospettive interessanti per i Paesi che non dispongono del budget necessario per impianti della classe di ITER, ma che vogliono sviluppare i propri progetti di fusione — anche in collaborazione con il settore privato. Startup come Commonwealth Fusion Systems negli USA, che sta costruendo il tokamak compatto SPARC, potrebbe beneficiare di queste scoperte già nei prossimi anni. Analogamente, società come TAE Technologies, che lavora su un concetto alternativo con combustibile aneutronico.

Una serie di record che sta accelerando la ricerca sulla fusione

Il primato di EAST non è isolato. Negli ultimi anni, diversi laboratori hanno abbattuto le proprie barriere in vari ambiti della fusione. Vale la pena elencare alcuni di questi risultati, perché rivelano un cambiamento radicale nella scala delle ambizioni.

Il Lawrence Livermore National Laboratory in California ha ottenuto nel dicembre 2022 la fusione in guadagno energetico tramite laser. Il reattore JT-60SA a Naka, in Giappone, ha mantenuto un plasma stabile più a lungo di qualsiasi altro tokamak. Lo stellarator Wendelstein 7-X a Greifswald, in Germania, ha dimostrato che un design alternativo può operare con un’efficienza paragonabile a quella dei tokamak.

Tecnologie diverse — tokamak, stellarator, laser — puntano a elementi diversi dello stesso puzzle: densità, tempo di confinamento del plasma, temperatura e bilancio energetico complessivo. Il quadro degli ultimi anni indica che tutti questi parametri si stanno avvicinando a livelli che ancora un decennio fa erano considerati un futuro lontanissimo.

Cosa significa tutto questo per il consumatore comune di energia

Per la persona comune, la fusione nucleare è spesso associata alla formula energia pulita dalle stelle. In pratica, evoca la visione di una fonte di elettricità che non emette anidride carbonica, produce una quantità minima di scorie a lunga vita e può funzionare indipendentemente dal vento o dal sole.

Abbattere barriere come il limite di densità del plasma avvicina il giorno in cui questa visione scenderà dai piani dei convegni ai progetti energetici reali. Se i reattori potranno essere costruiti più piccoli e più semplici, sarà più facile integrarli nel mix energetico accanto alle fonti rinnovabili, alle centrali nucleari convenzionali o ai sistemi di accumulo.

Vale però la pena mantenere aspettative ragionevoli. Dai record di laboratorio a una centrale commerciale, la strada è solitamente lunga. Bisogna non solo replicare i risultati in modo affidabile, ma anche progettare l’intera infrastruttura tecnica: sistemi di raffreddamento, scambio termico, gestione del combustibile, manutenzione dei componenti esposti a intensi flussi di neutroni. Materiali come il berillio o il litio giocheranno un ruolo fondamentale nella prima parete dei reattori.

Nonostante questo, si percepisce un cambiamento profondo nell’approccio del settore. Si parla sempre meno di singoli lampi sperimentali isolati tra loro, e sempre di più di integrazione dei vari progressi in un unico progetto energetico coerente. Il record di EAST si inserisce perfettamente in questa tendenza, perché tocca un limite molto concreto e da lungo tempo doloroso. Forse già tra quindici o vent’anni vedremo la prima centrale a fusione commerciale immettere corrente nella rete.

Author

  • Nicolò Balini, meglio conosciuto come Human Safari, è nato nel 1991 a Bergamo ed è considerato il pioniere dei travel vlogger in Italia. Dopo aver studiato nel settore turistico, ha aperto il suo canale YouTube nel 2012, trasformando la sua passione in una professione di riferimento. Nicolò è un esperto di logistica di viaggio, amante dei road trip e della fotografia cinematografica. È famoso per i suoi video "esperienziali" dove testa compagnie aeree, alloggi insoliti e fornisce consigli pratici su come viaggiare low-cost senza sacrificare l'avventura. È anche il fondatore di SiVola, un'importante agenzia di viaggi di gruppo.

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