Il blocco dello Stretto di Hormuz colpisce l’Europa in modo disomogeneo. Chi ne soffre di più

Un impatto tutt’altro che uniforme sul continente europeo

I paesi europei si trovano ad affrontare conseguenze molto diverse dalla crisi in corso nel Golfo Persico. Mentre alcune nazioni vedono la propria sicurezza energetica seriamente minacciata, altre attraversano questo periodo di blocco quasi senza subire danni.

Basta analizzare i dati commerciali con attenzione per scoprire differenze sorprendenti tra i singoli paesi. La situazione attuale mette in evidenza quanto profondamente certi stati europei dipendano dalle importazioni energetiche provenienti dall’area del Golfo Persico.

Cos’è lo Stretto di Hormuz e perché è così cruciale

Lo Stretto di Hormuz è un passaggio marittimo ristretto che separa l’Iran dalla Penisola Arabica. In condizioni normali, attraverso questo corridoio transita una quota enorme delle esportazioni mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto. Dall’inizio del conflitto con l’Iran, scoppiato alla fine di febbraio, l’esercito iraniano ha di fatto paralizzato il traffico marittimo in quest’area ricorrendo a mine, droni, missili e manovre dimostrative.

Ricercatori dell’austriaco Supply Chain Intelligence Institute, del Complexity Science Hub di Vienna e dell’Università di Delft hanno analizzato i flussi commerciali dagli stati del Golfo Persico che normalmente utilizzano lo Stretto di Hormuz. I loro calcoli dimostrano che il rischio per l’Europa è distribuito in modo tutt’altro che omogeneo. Un blocco prolungato oltre le quattro settimane può iniziare ad accumulare ritardi nelle catene di approvvigionamento globali, innescando un effetto domino sull’economia mondiale.

Quali paesi europei sono stati colpiti più duramente

I ricercatori hanno stabilito che, all’interno dell’Unione Europea, è l’Italia a trovarsi nella posizione più critica. Il paese importa annualmente beni per un valore di circa 9,8 miliardi di dollari dagli stati colpiti dal blocco, equivalenti a circa 8,5 miliardi di euro. L’energia gioca un ruolo centrale, in particolare il gas naturale liquefatto e altri idrocarburi gassosi.

Il mix energetico italiano si appoggia in modo consistente alle forniture provenienti dal Qatar. Ogni anno, enormi volumi di gas naturale liquefatto affluiscono verso questo paese mediterraneo, alimentando centrali elettriche e impianti industriali. Gli esperti avvertono che un’interruzione di queste forniture potrebbe avere un impatto devastante sull’economia italiana.

Belgio e Regno Unito figurano tra gli altri stati significativamente esposti. I porti belgi, in particolare Anversa, fungono da porta d’ingresso per il petrolio e i prodotti petrolchimici provenienti dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti. I britannici, invece, importano gas naturale liquefatto, prodotti petroliferi raffinati e sostanze chimiche.

Da cosa dipendono concretamente i paesi più vulnerabili

La dipendenza italiana dalle forniture qatariote è molto più profonda di quanto la maggior parte delle persone immagini. Il paese non si affida soltanto alle materie prime energetiche, ma anche a una serie di commodità industriali:

  • circa 4,4 miliardi di dollari all’anno in gas naturale liquefatto dal Qatar
  • prodotti petroliferi raffinati per il settore dei trasporti
  • materie prime petrolchimiche di base per l’industria della plastica
  • fertilizzanti e precursori chimici per l’agricoltura
  • alluminio e altri metalli non ferrosi dalle raffinerie degli Emirati
  • sostanze chimiche organiche per l’industria farmaceutica

Il Belgio importa annualmente beni per circa 6,2 miliardi di dollari dagli stati che dipendono dallo Stretto di Hormuz. Il porto di Anversa tratta petrolio greggio che viene poi inviato alle raffinerie in Belgio, Paesi Bassi e Germania. Senza questi approvvigionamenti si fermerebbe la produzione di benzina, diesel e altri prodotti per il settore automobilistico.

Il Regno Unito, pur non facendo più parte dell’Unione Europea, si trova ad affrontare problemi analoghi. Gli importatori britannici acquistano gas naturale liquefatto per circa 5,8 miliardi di dollari all’anno, in gran parte dal Qatar. I terminal di rigassificazione di Milford Haven e Isle of Grain rappresentano infrastrutture energetiche tra le più strategiche del paese.

Quali stati stanno attraversando la crisi quasi indenni

I ricercatori del Complexity Science Hub di Vienna sottolineano che alcuni paesi europei sono praticamente indipendenti dal blocco. Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e altri stati dell’Europa centrale importano petrolio e gas principalmente dalla Russia, dalla Norvegia o attraverso l’oleodotto Druzhba.

La Germania rappresenta un caso interessante. Pur essendo la maggiore economia europea, le sue importazioni dagli stati del Golfo Persico costituiscono solo una parte limitata del mix energetico complessivo. Gli esperti tedeschi hanno diversificato le fonti energetiche nel corso degli anni, cosicché il blocco dello Stretto di Hormuz ha un impatto relativamente contenuto sulla Repubblica Federale.

La Francia, analogamente alla Germania, ha puntato sull’energia nucleare e su forniture di gas diversificate provenienti da Norvegia e Algeria. Le raffinerie francesi trattano certamente una certa quantità di petrolio saudita, ma la dipendenza complessiva rimane bassa. Gli analisti stimano che la Francia riuscirebbe a gestire eventuali interruzioni senza gravi scosse economiche.

Spagna e Portogallo ottengono la maggior parte del gas naturale dall’Algeria tramite gasdotti che attraversano il Mediterraneo. La Penisola Iberica dispone inoltre di terminal per il gas liquefatto in grado di ricevere forniture dagli Stati Uniti e dall’Africa occidentale, non dal Golfo Persico.

Quanto a lungo può reggere l’Europa senza le forniture dallo Stretto di Hormuz

I ricercatori dell’Università di Delft hanno simulato diversi scenari di blocco prolungato. Le loro proiezioni mostrano che nelle prime due settimane i paesi europei riescono a far fronte alla situazione grazie alle riserve strategiche e ai fornitori alternativi. Dopo un mese, però, iniziano a emergere problemi seri.

Gli stoccaggi italiani di gas naturale liquefatto hanno una capacità di circa sei-otto settimane di operatività ai livelli di consumo normali. Il problema si presenta quando il blocco si prolunga fino a due mesi: in quel caso le centrali elettriche dovrebbero passare a combustibili sostitutivi più costosi, come il gasolio o il carbone, facendo salire drasticamente i prezzi dell’elettricità.

Le raffinerie belgiche e gli impianti chimici potrebbero iniziare a ridurre la produzione già dopo tre settimane senza forniture di greggio dall’Arabia Saudita. Le aziende industriali di Anversa danno lavoro a migliaia di persone e un loro fermo avrebbe un effetto a cascata sull’intera economia europea.

Cosa possono fare i governi europei per attenuare gli effetti

Gli esperti di sicurezza energetica raccomandano diverse misure. La più urgente è incrementare rapidamente le importazioni di gas naturale liquefatto da Stati Uniti, Australia e Nigeria. I terminal europei dispongono di capacità libera che potrebbe essere sfruttata per sostituire le forniture qatariote.

I governi dei paesi più vulnerabili dovrebbero anche negoziare contratti a breve termine con fornitori alternativi di petrolio. Norvegia, Azerbaigian e alcuni stati africani come Angola e Nigeria potrebbero aumentare temporaneamente le esportazioni. Allo stesso tempo è indispensabile coordinare il rilascio delle riserve strategiche a livello europeo, per evitare ondate di panico sui mercati.

La crisi attuale dimostra quanto possano essere fragili le catene di approvvigionamento globali. Vale la pena chiedersi se l’Europa stia commettendo lo stesso errore di dipendenza energetica che ha già pagato caro in passato.

Author

  • Nicolò Balini, meglio conosciuto come Human Safari, è nato nel 1991 a Bergamo ed è considerato il pioniere dei travel vlogger in Italia. Dopo aver studiato nel settore turistico, ha aperto il suo canale YouTube nel 2012, trasformando la sua passione in una professione di riferimento. Nicolò è un esperto di logistica di viaggio, amante dei road trip e della fotografia cinematografica. È famoso per i suoi video "esperienziali" dove testa compagnie aeree, alloggi insoliti e fornisce consigli pratici su come viaggiare low-cost senza sacrificare l'avventura. È anche il fondatore di SiVola, un'importante agenzia di viaggi di gruppo.

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