Formaggio a pasta dura e demenza? I risultati sorprendenti di un grande studio giapponese

Un piccolo cambiamento a tavola potrebbe fare la differenza per il cervello

L’invecchiamento della popolazione accelera e i problemi di memoria colpiscono un numero sempre maggiore di anziani in tutto il mondo. Nuovi dati provenienti dal Giappone suggeriscono che una piccola modifica alla dieta quotidiana potrebbe avere un impatto significativo sulla salute cerebrale in età avanzata.

La demenza, compreso il morbo di Alzheimer, è diventata una delle sfide sanitarie più gravi del nostro tempo. Si stima che oltre 50 milioni di persone nel mondo vivano con questa diagnosi, e entro la metà del secolo quel numero potrebbe triplicarsi. I sistemi sanitari faticano già oggi a stare al passo con questa tendenza.

Il Giappone come laboratorio del futuro

Il Giappone, tra i paesi che invecchiano più rapidamente al mondo, rappresenta una sorta di laboratorio per il futuro. Ben il 12,3% delle persone over 65 fa i conti con la demenza. In assenza di trattamenti efficaci, i ricercatori si concentrano sempre di più sullo stile di vita: movimento, sonno e, appunto, alimentazione.

Ricercatori di diversi centri scientifici giapponesi hanno analizzato i dati di quasi ottomila anziani, scoprendo che le persone che consumavano formaggio regolarmente si ammalavano di demenza con minore frequenza. Bastava includerlo nell’alimentazione abituale, anche in piccole quantità.

Come era strutturato lo studio sul formaggio e la memoria?

L’analisi ha coinvolto 7.914 persone di età pari o superiore a 65 anni, che vivevano autonomamente e non avevano ricevuto in precedenza alcuna valutazione per la necessità di cure a lungo termine. I dati provenivano dal programma JAGES, che monitora la salute e le condizioni degli anziani giapponesi.

I partecipanti furono suddivisi in due gruppi: chi mangiava formaggio almeno una volta a settimana e chi dichiarava di non consumarlo affatto. Per rendere il confronto significativo, i ricercatori si assicurarono che i due gruppi fossero il più possibile simili per età, sesso, istruzione, reddito, stato di salute generale e autonomia nelle attività quotidiane.

Venne applicato un metodo statistico avanzato per compensare le differenze tra i partecipanti. Per circa tre anni, i ricercatori tennero traccia di chi ricevesse una diagnosi ufficiale di demenza attraverso il sistema di assicurazione assistenziale giapponese, indicatore ampiamente utilizzato in quel contesto.

La differenza può sembrare modesta, ma in termini di rischio relativo corrisponde a una riduzione del 24% della probabilità di sviluppare demenza tra chi consumava formaggio. Quando nell’analisi venne incluso anche il modello alimentare complessivo — apporto di verdure, frutta, pesce — l’effetto si attenuò leggermente, ma rimase visibile, attestandosi attorno al 21%.

Cosa contiene il formaggio che fa bene al cervello?

Gli autori della ricerca individuano diversi meccanismi che potrebbero spiegare l’effetto protettivo del formaggio sul sistema nervoso. Si tratta in larga parte di ipotesi, ma si inseriscono coerentemente in ciò che già sappiamo sul rapporto tra nutrizione e funzionamento cerebrale.

Il formaggio, in particolare quello stagionato, è una delle fonti più rilevanti di vitamina K2. Questa sostanza è liposolubile e influenza il metabolismo del calcio e l’elasticità dei vasi sanguigni. I problemi vascolari, come l’ipertensione o l’aterosclerosi, aumentano il rischio di demenza, soprattutto di tipo vascolare.

La vitamina K2 contribuisce a limitare il deposito di calcio nelle pareti arteriose. Vasi più sani garantiscono un migliore flusso sanguigno al cervello. È quindi plausibile che, grazie alla K2, il formaggio sostenga indirettamente le funzioni cognitive rallentando i processi che danneggiano i piccoli vasi cerebrali.

  • I problemi vascolari aumentano il rischio di demenza
  • La vitamina K2 riduce il deposito di calcio nelle pareti dei vasi
  • Una migliore irrorazione cerebrale migliora le prestazioni cognitive
  • I formaggi stagionati contengono elevate quantità di vitamina K2
  • Vasi elastici abbassano il rischio di demenza vascolare
  • L’acido glutammico nel formaggio supporta i neuroni

Proteine, aminoacidi e sostanze bioattive

I prodotti caseari forniscono una buona dose di proteine e aminoacidi essenziali. Le cellule nervose ne hanno bisogno per funzionare correttamente, per produrre neurotrasmettitori e per riparare i danni subiti nel tempo.

Durante la stagionatura del formaggio si formano anche i cosiddetti peptidi bioattivi, che possono esercitare un’azione antinfiammatoria e antiossidante. L’infiammazione cronica e lo stress ossidativo sono due processi strettamente legati all’invecchiamento cerebrale e allo sviluppo delle malattie neurodegenerative.

Ricercatori dell’Università di Tokyo hanno dimostrato in precedenza che alcuni peptidi derivati dal formaggio sono in grado di proteggere i neuroni dai danni causati dai radicali liberi. Queste sostanze si liberano durante la fermentazione e la maturazione, soprattutto nei formaggi duri e semiduri come il gouda o il cheddar.

Microbiota intestinale e connessione intestino-cervello

Un numero crescente di studi collega la composizione della flora batterica intestinale al funzionamento del cervello. Un microbioma alterato è stato riscontrato, tra l’altro, nelle persone affette dal morbo di Alzheimer. Il formaggio fermentato, come i classici formaggi erborinati, può essere fonte di batteri probiotici che regolano il cosiddetto asse intestino-cervello.

Dato interessante: nello studio analizzato, ben l’82,7% dei partecipanti consumava prevalentemente formaggi fusi, più poveri di colture batteriche naturali e di alcune componenti bioattive. Solo il 7,8% optava per formaggi a muffa bianca. Eppure l’effetto protettivo è emerso lo stesso.

Questo potrebbe indicare che entrano in gioco diversi fattori minori — non necessariamente legati all’aspetto probiotico della fermentazione. Anche i prodotti caseari con una composizione microbiologica meno ricca sembrano offrire un certo beneficio per il cervello, se inseriti in un’alimentazione complessivamente equilibrata.

Il formaggio come parte di uno stile di vita, non come prodotto miracoloso

Secondo i dati giapponesi, le persone che consumavano formaggio tendevano a scegliere anche altri alimenti associati a un migliore invecchiamento: frutta, verdura, carne, pesce. Il quadro complessivo ricordava un’alimentazione più varia e ricca di elementi essenziali per il cervello.

Lo studio ha evidenziato anche che questo gruppo di anziani gestiva meglio le cosiddette attività quotidiane complesse: fare la spesa, pianificare i pasti, amministrare il denaro. Riferivano meno frequentemente difficoltà di memoria. È quindi possibile che sin dall’inizio fossero entrati nello studio in condizioni di salute leggermente migliori, una variabile che le statistiche non riescono a cogliere del tutto.

Dai questionari emerge che il 72,1% delle persone che mangiavano formaggio lo facevano una o due volte a settimana. Nella pratica, si parla di quantità moderate, non di un consumo quotidiano e abbondante.

I ricercatori sottolineano che lo studio dimostra una correlazione, non una causalità provata. Tuttavia la differenza è sufficientemente marcata da suggerire ulteriori approfondimenti. Gli autori descrivono apertamente i limiti della propria analisi, il che permette di leggere i risultati con il giusto senso critico.

Vale davvero la pena mangiare più formaggio per proteggere il cervello?

Le conclusioni dello studio giapponese non invitano ad aumentare le porzioni di formaggio in modo sconsiderato. I prodotti caseari contengono quantità consistenti di grassi saturi e sale, e i dietologi da anni raccomandano moderazione. D’altro canto, eliminarli completamente per paura del colesterolo non sempre ha senso, soprattutto quando le porzioni sono piccole e il resto della dieta si basa su verdure, frutta e cereali integrali.

In pratica si può valutare una strategia semplice: una piccola quantità di formaggio di qualità alcune volte a settimana, inserita nei pasti al posto di insaccati altamente lavorati o snack salati. Combinata con attività fisica, controllo della pressione, riduzione del fumo e dell’alcol, può contribuire a costruire un insieme di abitudini davvero utili per la memoria dopo i sessant’anni.

Vale la pena ricordare anche che il cervello ama la varietà. La ricerca indica che per le funzioni cognitive sono particolarmente benefiche diete simili a quella mediterranea e al modello MIND: tante verdure a foglia verde, frutti di bosco, frutta secca, olio d’oliva, pesce, legumi e, in quantità moderate, latticini incluso il formaggio. Quest’ultimo può essere uno degli elementi di questo puzzle, ma non sostituisce il movimento, il sonno né i contatti sociali.

Author

  • Nicolò Balini, meglio conosciuto come Human Safari, è nato nel 1991 a Bergamo ed è considerato il pioniere dei travel vlogger in Italia. Dopo aver studiato nel settore turistico, ha aperto il suo canale YouTube nel 2012, trasformando la sua passione in una professione di riferimento. Nicolò è un esperto di logistica di viaggio, amante dei road trip e della fotografia cinematografica. È famoso per i suoi video "esperienziali" dove testa compagnie aeree, alloggi insoliti e fornisce consigli pratici su come viaggiare low-cost senza sacrificare l'avventura. È anche il fondatore di SiVola, un'importante agenzia di viaggi di gruppo.

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