Il direttore ha licenziato l’80% del team per resistenza all’AI. Oggi dice: avevo ragione

Una scelta radicale che ha diviso il mondo aziendale

Due anni fa, il CEO di una società americana di software ha deciso di liberarsi della maggior parte dei suoi dipendenti perché si rifiutavano di lavorare con l’intelligenza artificiale. Oggi definisce quella mossa la migliore decisione della sua carriera imprenditoriale.

La storia suscita reazioni contrastanti: da un lato licenziamenti di massa brutali, dall’altro profitti record e una trasformazione aziendale fulminea verso un modello costruito attorno all’AI. Il dibattito su quanto il management di IgniteTech abbia esagerato illustra perfettamente quanto aggressivamente una parte del mondo degli affari stia oggi abbracciando l’intelligenza artificiale.

Si tratta di un caso estremo nel panorama delle aziende tecnologiche. Mentre la maggior parte delle imprese introduce l’AI gradualmente cercando di motivare i dipendenti, IgniteTech ha scelto una strada radicale. Il risultato, secondo il suo CEO Eric Vaughan, parla chiaro: margini più elevati, brevetti su soluzioni basate sull’intelligenza artificiale e un team che percepisce la tecnologia come parte naturale del lavoro quotidiano. Gli esperti del settore software, tuttavia, avvertono che questo modello non può essere replicato senza rischi significativi.

Per le aziende italiane questo caso rappresenta allo stesso tempo un monito e uno spunto di riflessione. Dimostra quanto sia ormai determinante l’atteggiamento verso l’intelligenza artificiale — e quanto possa costare ignorarla.

AI o fuori dall’azienda: così è iniziata la rivoluzione

IgniteTech è una società specializzata nel software aziendale. All’inizio del 2023, il suo CEO Eric Vaughan stabilì che strumenti basati sull’AI come ChatGPT non fossero una curiosità passeggera, bensì una condizione di sopravvivenza. Nella sua visione, le aziende che non fossero salite subito su questo treno sarebbero uscite dal mercato nel giro di pochi anni.

Invece di incentivi graduali, arrivò un messaggio netto e diretto: ogni dipendente avrebbe dovuto imparare a utilizzare l’intelligenza artificiale nel proprio lavoro. Non si trattava di un complemento simpatico ai processi esistenti, ma di un cambiamento totale nel modo di operare dell’intera azienda. Vaughan giustificò la scelta con la necessità economica e la convinzione che la società avrebbe altrimenti perso competitività rispetto alle imprese della Silicon Valley.

Il CEO di IgniteTech affrontò l’adozione dell’AI come una questione di vita o di morte per l’azienda, non come un semplice aggiornamento degli strumenti. Per la maggior parte dei dipendenti questo significava uscire dalla propria zona di comfort e imparare a lavorare con modelli generativi, script di automazione e strumenti per la creazione di prompt.

Gli AI Mondays: ogni lunedì dedicato esclusivamente all’intelligenza artificiale

Per accelerare il cambiamento, Vaughan introdusse un programma radicale chiamato AI Mondays. Ogni lunedì tutti i dipendenti avevano un’unica priorità: lavorare esclusivamente su progetti legati all’intelligenza artificiale. Nessuna chiamata con i clienti, nessun lavoro sui budget, nessun compito ordinario — solo sperimentazione, implementazione e apprendimento degli strumenti AI.

Parallelamente, IgniteTech investì massicciamente nella formazione. I dipendenti ottennero accesso a strumenti, corsi e progetti pratici pensati per aiutarli ad acquisire nuove competenze. Il CEO presentò tutto questo come una sorta di regalo per il team — un’opportunità di crescita professionale nell’era dell’intelligenza artificiale. L’azienda rese disponibili licenze per piattaforme come OpenAI, Google Gemini e altri strumenti di machine learning.

Le regole erano chiare:

  • nessuna comunicazione con i clienti il lunedì
  • solo progetti focalizzati su AI e automazione
  • partecipazione obbligatoria ai workshop sulla creazione di prompt
  • sperimentazione con strumenti come ChatGPT, GitHub Copilot e Midjourney
  • condivisione dei risultati nelle presentazioni di team
  • documentazione di tutti i tentativi di implementazione dell’AI

Formazione volontaria? In teoria sì, nella pratica esplose la resistenza

Sulla carta il piano sembrava un ambizioso programma di sviluppo. Nella realtà emerse rapidamente che una larga parte del team semplicemente non voleva percorrere quella strada. Secondo la versione di Vaughan, molti dipendenti si avvicinavano all’AI con riluttanza o addirittura sabotavano attivamente l’implementazione.

Alcuni consegnavano deliberatamente risultati mediocri nei compiti che prevedevano l’uso dei nuovi strumenti. Altri si dimenticavano sistematicamente i workshop sulla creazione di prompt — cioè i comandi per i modelli linguistici. Sorprendentemente, i più resistenti non erano i professionisti del marketing o i commerciali, bensì proprio ingegneri e sviluppatori: le figure tecniche da cui ci si sarebbe aspettata la maggiore apertura alle novità.

La resistenza più forte all’intelligenza artificiale proveniva dai reparti tecnici — da persone che vivono quotidianamente immersi nel codice e negli strumenti software. Per alcuni sviluppatori senior, l’AI rappresentava una potenziale minaccia alla propria posizione di esperti. Se un modello linguistico inizia a scrivere codice, un programmatore navigato può cominciare a chiedersi quanta parte della sua esperienza rimanga davvero indispensabile.

Il management tentò inizialmente di convincere i dipendenti, ma la resistenza continuò a crescere. Secondo gli analisti del settore dello sviluppo software, si tratta di un esempio tipico di scontro tra competenze consolidate e tecnologie dirompenti.

L’ondata di licenziamenti: l’80% dei dipendenti fuori dall’azienda in un anno

Quando divenne evidente che una parte del team non aveva alcuna intenzione di cambiare il proprio modo di lavorare, il CEO di IgniteTech decise di non trascinare indefinitamente la questione. Come ammise lui stesso, non voleva perdere tempo a convincere persone che considerava “resistenti a un cambiamento necessario”.

Il risultato fu che nel giro di circa un anno l’azienda si separò da quasi l’80% dei propri dipendenti. Non si trattò di una riduzione cosmetica, ma di un ricambio quasi completo del team. Al posto di chi se ne andava, l’azienda assumeva nuove persone con un criterio fondamentale: la disponibilità a lavorare fianco a fianco con l’intelligenza artificiale. I nuovi arrivati dovevano già durante il colloquio dimostrare di conoscere strumenti come ChatGPT o Claude.

Per l’azienda fu uno sconvolgimento culturale enorme. Decine di persone che per anni avevano costruito prodotti e relazioni persero il lavoro perché non volevano o non riuscivano a passare al nuovo regime. Vaughan dichiarò successivamente in un’intervista che il processo era stato emotivamente difficile, ma dal punto di vista del business l’unica scelta corretta.

Per i dipendenti fu uno shock profondo. Molti lavoravano in azienda da oltre cinque anni e avevano costruito prodotti per clienti di primissimo livello. Gli esperti di diritto del lavoro avvertono che iniziative simili potrebbero in futuro trovarsi ad affrontare sfide legali significative.

Due anni dopo: margini elevati e brevetti sulle soluzioni AI

A distanza di due anni da quella decisione, Vaughan è categorico: non ha rimpianti. Secondo le sue dichiarazioni, IgniteTech raggiunge oggi margini intorno al 75%, un livello considerato molto elevato nel settore software. L’azienda ha inoltre depositato due brevetti su soluzioni basate sull’intelligenza artificiale nel campo dell’automazione del supporto clienti.

Il CEO sostiene che cambiare la mentalità sia stato molto più difficile che trasmettere le competenze tecniche — ecco perché optò per la sostituzione delle persone. Le sue parole trovano conferma anche presso alcuni consulenti esperti in gestione del cambiamento che lavorano con startup tecnologiche nell’area di San Francisco. Secondo loro, la trasformazione culturale è spesso più ardua di quella tecnologica.

Il CEO di IgniteTech riconosce che l’intero processo fu emotivamente e organizzativamente impegnativo, ma dichiara che in una situazione analoga agirebbe nello stesso modo. Dalla sua prospettiva, la massiccia riduzione del personale fu un costo che l’azienda ha ampiamente ripagato, sia finanziariamente che tecnologicamente. La società conta oggi circa 150 dipendenti, rispetto ai 700 originari prima della trasformazione.

Un esempio estremo di un trend che attraversa tutto il settore tecnologico

La storia di IgniteTech si inserisce in un movimento più ampio. I grandi player tecnologici come Amazon, Microsoft e Meta stanno anch’essi riorganizzando il personale per concentrarsi sui progetti legati all’AI. In molte grandi aziende i team si spostano dove nascono gli strumenti generativi, mentre i ruoli tradizionali vengono eliminati o automatizzati.

Il racconto di Vaughan suona a tratti cinico: chi non vuole accettare che l’AI debba essere al centro del proprio lavoro perde il posto. Eppure il CEO ammorbidisce i toni e non invita altri manager a replicare i suoi passi uno a uno. Sottolinea che i licenziamenti di massa non erano l’obiettivo originale, ma la conseguenza di un tentativo di trasformazione radicale.

I dirigenti di grandi aziende come Google, IBM e Oracle tuttavia avvertono che il modello IgniteTech non è universalmente applicabile. Le società con migliaia di dipendenti non possono semplicemente sostituire la maggior parte del team senza rischiare di perdere know-how cruciale. Gli esperti di cambiamento organizzativo del Massachusetts Institute of Technology raccomandano un approccio progressivo con forte enfasi sulla riqualificazione professionale.

Cosa possono imparare le aziende italiane da questa storia

Per le imprese italiane, la vicenda di IgniteTech è insieme un caso cautelare e uno stimolo alla riflessione. La domanda di competenze legate all’intelligenza artificiale è in forte crescita, ma cambiamenti drastici del personale rischiano di distruggere la fiducia e la cultura aziendale. Un ritmo troppo lento, al contrario, fa sì che l’azienda perda vantaggio competitivo a favore di player più audaci.

Nel costruire una strategia AI vale la pena combinare tre elementi: aspettative chiare verso i dipendenti su ciò che l’azienda richiede concretamente in ottica AI; supporto reale che include formazione, tempo per l’apprendimento e accesso agli strumenti; e comunicazione onesta sui rischi, incluso il modo in cui l’automazione trasformerà i ruoli lavorativi. Senza questi ingredienti è facile cadere nella trappola in cui l’AI diventa un pretesto per tagliare posti anziché un mezzo per costruire un team più forte.

Diverse aziende tecnologiche italiane stanno già investendo in team dedicati all’AI, scegliendo però un percorso più graduale. Offrono ai dipendenti accademie interne focalizzate sulla data science, sul machine learning e sull’utilizzo di grandi modelli linguistici. Questo approccio, secondo i manager del settore, riduce la resistenza e aiuta a trattenere i professionisti più esperti.

Può davvero l’intelligenza artificiale essere così determinante da rendere il rifiuto di lavorarci sinonimo di fine carriera nel mondo tecnologico?

Author

  • Nicolò Balini, meglio conosciuto come Human Safari, è nato nel 1991 a Bergamo ed è considerato il pioniere dei travel vlogger in Italia. Dopo aver studiato nel settore turistico, ha aperto il suo canale YouTube nel 2012, trasformando la sua passione in una professione di riferimento. Nicolò è un esperto di logistica di viaggio, amante dei road trip e della fotografia cinematografica. È famoso per i suoi video "esperienziali" dove testa compagnie aeree, alloggi insoliti e fornisce consigli pratici su come viaggiare low-cost senza sacrificare l'avventura. È anche il fondatore di SiVola, un'importante agenzia di viaggi di gruppo.

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