I fisici hanno catturato la prima antica mini buco nero dai primi istanti dell’universo

Un segnale gravitazionale diverso da tutti gli altri

I ricercatori che lavorano con i rilevatori LIGO, Virgo e Kagra hanno registrato una strana “vibrazione” nello spaziotempo. L’analisi dei dati suggerisce che durante una collisione cosmica era coinvolto un oggetto più leggero del Sole, troppo piccolo per corrispondere a qualsiasi tipo noto di buco nero.

L’intera comunità scientifica discute sempre più animatamente della possibilità che si sia riusciti, per la prima volta, a cogliere la traccia di un cosiddetto buco nero primordiale, formatosi nei primissimi istanti dopo il Big Bang. Una simile scoperta potrebbe ribaltare completamente la nostra comprensione della materia oscura e dell’universo primordiale.

Il segnale S251112cm: un enigma per la fisica moderna

Tutto ha inizio con l’evento catalogato come S251112cm. Si tratta di un’ulteriore voce nel registro delle onde gravitazionali, ovvero increspature nello spaziotempo generate dalla collisione di oggetti estremamente massicci, per lo più buchi neri o stelle di neutroni. Per la rete di osservatori LIGO negli Stati Uniti, Virgo in Italia e Kagra in Giappone, rilevare onde gravitazionali è ormai quasi una routine.

La rete LVK funziona come un sistema globale di “orecchie” in ascolto di catastrofi cosmiche lontanissime. Quando un’onda gravitazionale attraversa la Terra, accorcia leggermente un braccio dell’interferometro e allunga l’altro. La variazione è inferiore al diametro di un protone, eppure la strumentazione è abbastanza sensibile da rilevarla. Grazie alla cooperazione tra i tre osservatori, gli scienziati non solo misurano la forma delle onde, ma ricostruiscono anche i parametri degli oggetti che le hanno generate: massa, distanza e persino rotazione.

Proprio questo metodo ha permesso di stabilire che nell’evento S251112cm era coinvolto un oggetto con una massa inferiore a quella del Sole. Uno dei corpi che si è scontrato aveva una massa compresa tra 0,1 e 0,87 masse solari. I dati mostrano con una probabilità superiore al 99% che almeno uno degli oggetti aveva massa inferiore a quella del Sole — uno scenario che non rientra in alcun modo nei modelli standard di evoluzione stellare.

Perché una stella ordinaria non può creare un buco nero così piccolo

Perché si formi un buco nero classico, una stella massiccia deve concludere la propria esistenza con una catastrofe spettacolare. Il nucleo collassa sotto il proprio peso e gli strati esterni vengono espulsi durante una supernova. Il problema è che la fisica di questi collassi impone un limite inferiore alla massa del buco nero risultante.

La soglia minima teorica per un buco nero di origine stellare è di circa tre masse solari. L’intervallo tipico delle masse dei buchi neri stellari va da poche decine di masse solari in su. L’evento S251112cm indica invece un oggetto con massa inferiore a una massa solare. I modelli attuali di evoluzione stellare affermano chiaramente che nessuna stella ordinaria può produrre un buco nero così leggero.

Se il segnale provenisse davvero da un buco nero miniaturizzato, questo avrebbe dovuto formarsi attraverso un processo completamente diverso. I ricercatori del Massachusetts Institute of Technology e dell’Università di Chicago hanno esaminato in dettaglio tutti gli scenari noti di evoluzione stellare. Nessuno di essi riesce a spiegare l’esistenza di un buco nero così poco massiccio.

Gli studiosi hanno valutato diverse spiegazioni alternative. Potrebbe trattarsi di una stella di neutroni o di una nana bianca? Questi oggetti sono effettivamente più leggeri del Sole. Il problema è che le loro collisioni di solito producono anche lampi elettromagnetici accompagnatori — raggi gamma, radiazione duratura nel visibile o nei raggi X. Stavolta i telescopi non hanno registrato assolutamente nulla. Sono state rilevate solo onde gravitazionali, il che corrisponde perfettamente alla collisione classica tra due buchi neri.

I buchi neri primordiali secondo la teoria di Stephen Hawking

È qui che entrano in scena i cosiddetti buchi neri primordiali, teorizzati da decenni tra gli altri da Stephen Hawking. A differenza dei buchi neri classici, non si formano dalle stelle. La loro origine risale a frazioni di secondo dopo il Big Bang. Nell’universo appena nato regnano condizioni estreme — temperature, densità e fluttuazioni nella distribuzione della materia semplicemente inimmaginabili.

In certe regioni la materia poteva accumularsi in modo così denso che un “picco” gravitazionale locale collassava senza il coinvolgimento di alcuna stella, creando istantaneamente un buco nero. Lo scenario proposto dai ricercatori ipotizza la formazione dell’oggetto durante una fase legata alla cromodinamica quantistica, pochi microsecondo dopo l’origine dell’universo — in un’epoca in cui le stelle ordinarie non esistevano ancora.

I buchi neri primordiali potrebbero avere le seguenti caratteristiche:

  • Formazione nei primi microsecondi dopo il Big Bang
  • Massa inferiore a una massa solare
  • Assenza di radiazione elettromagnetica durante le collisioni
  • Dimensioni estremamente compatte, intorno ai cinque chilometri di diametro
  • Capacità di spiegare parte o tutta la materia oscura
  • Stabilità per miliardi di anni senza significativa emissione di radiazione
  • Possibilità di rilevazione esclusivamente tramite onde gravitazionali
  • Connessione con le transizioni di fase della materia nell’universo primordiale

Se l’interpretazione è corretta, la rete LVK potrebbe aver registrato per la prima volta il segnale proveniente dalla collisione di uno di questi antichi buchi neri con un altro oggetto. Ciò dimostra che le onde gravitazionali stanno diventando uno strumento non solo per studiare stelle esotiche, ma anche i primissimi momenti dell’esistenza del cosmo.

Cosa significa un buco nero grande quanto una città

Cosa implica concretamente un buco nero con massa pari a 0,87 masse solari? Il numero non sembra particolarmente piccolo, finché non si considera la sua dimensione. Un tale oggetto sarebbe straordinariamente compatto — il suo diametro sarebbe di circa cinque chilometri. Parliamo di qualcosa con una massa paragonabile a quella del Sole, compresso in una regione grande quanto una città di medie dimensioni.

Condizioni di densità così estreme sembrano possibili soltanto nelle epoche immediatamente successive al Big Bang, quando la materia attraversava violente trasformazioni di fase. I ricercatori dell’osservatorio Virgo a Cascina, in Italia, hanno calcolato che la gravità sulla superficie di un tale buco nero sarebbe un trilione di volte più intensa di quella terrestre. Lo spaziotempo nelle sue vicinanze sarebbe così deformato che la luce orbiterebbe attorno all’orizzonte degli eventi lungo traiettorie a spirale.

Gli scienziati dell’Università di Tokyo che lavorano con il rilevatore Kagra fanno notare che buchi neri di dimensioni simili potrebbero essere piuttosto abbondanti. Se si sono formati subito dopo il Big Bang, potrebbero essere sopravvissuti fino ad oggi praticamente invariati. A differenza dei buchi neri stellari classici, non avrebbero alcun disco di accrescimento luminoso né getti di particelle ad alta energia.

La materia oscura come nube di buchi neri primordiali

Se l’interpretazione del segnale S251112cm come traccia di un buco nero primordiale venisse confermata, le conseguenze andrebbero ben oltre la semplice classificazione di un oggetto esotico. Entra in gioco la questione della natura della materia oscura. Gli astronomi sanno da anni che la materia visibile — stelle, gas, polvere — rappresenta solo una piccola frazione del puzzle cosmico.

Sul comportamento delle galassie, degli ammassi galattici e delle grandi strutture cosmiche agisce un’altra materia che non si riesce a osservare in nessuna banda dello spettro elettromagnetico. È stata chiamata materia oscura. Per decenni si sono cercate nuove particelle ipotetiche — dai famosi WIMP a bosoni leggeri esotici. Ma gli esperimenti progressivi nei rivelatori sotterranei di particelle si sono conclusi in silenzio. In questo contesto, i mini buchi neri iniziano a sembrare un’alternativa sempre più credibile.

L’analisi suggerisce che, con un numero e una distribuzione di masse adeguati, i buchi neri primordiali potrebbero spiegare una parte consistente — e potenzialmente la totalità — della materia oscura, senza introdurre nuove particelle elementari. In questo scenario l’universo sarebbe pieno di minuscoli buchi neri disseminati discretamente negli aloni galattici e nello spazio intergalattico. Nella vita quotidiana sarebbero praticamente invisibili, ma la loro influenza gravitazionale complessiva spiegherebbe il comportamento delle galassie osservato dagli astronomi.

I fisici del California Institute of Technology che collaborano al progetto LIGO hanno calcolato che la densità di tali oggetti nella nostra galassia potrebbe essere di un oggetto per parsec cubico. Una densità abbastanza bassa da rendere trascurabile il rischio di un incontro diretto della Terra con un mini buco nero nell’intera storia dell’umanità.

Gli scienziati restano cauti e attendono ulteriori conferme

Nonostante l’entusiasmo diffuso nella comunità scientifica, i ricercatori mantengono la dovuta prudenza. L’analisi pubblicata nell’archivio arXiv e presentata a una prestigiosa rivista è ancora in fase di revisione paritaria. Gli scienziati parlano esplicitamente di un “candidato” a buco nero primordiale. È ancora necessario verificare se il segnale non possa essere spiegato altrimenti, ad esempio come effetto di interazioni complesse in ammassi stellari straordinariamente densi.

In ambienti del genere, oggetti in orbita possono formare sistemi multipli nei quali si verificano serie di collisioni e catture che generano onde gravitazionali intricate. Per ora tutto indica che l’interpretazione del buco nero primordiale è la più semplice e quella che concorda meglio con i dati, ma i fisici hanno bisogno di un elemento chiave in più: la ripetizione.

Se durante la campagna di rilevamento in corso i detector della rete LVK registrassero un secondo segnale simile con un oggetto sotto la massa solare, l’ipotesi dei buchi neri primordiali acquisterebbe un peso completamente diverso — passando da curiosità teorica a nuova categoria di oggetti cosmici reali. I ricercatori dell’osservatorio LIGO di Hanford hanno in programma di rendere disponibile il dataset completo per analisi indipendenti da parte di altri team.

Quali saranno i prossimi passi nella ricerca dei mini buchi neri

Se l’interpretazione del buco nero primordiale supererà le critiche, nei prossimi anni ci si può aspettare un’offensiva di nuove ricerche. Gli astronomi inizieranno a setacciare gli archivi dei dati delle campagne precedenti della rete LVK per trovare altri segnali trascurati con oggetti sotto la massa solare. In parallelo, i teorici adatteranno i modelli di formazione dei buchi neri primordiali ai nuovi vincoli — con quale frequenza potevano formarsi, quale massa tipica acquisiscono e se la loro popolazione possa davvero spiegare la materia oscura.

Questo implica la correzione degli scenari di evoluzione del giovane universo, incluse le fasi legate alla trasformazione molto precoce della materia. Per i non addetti ai lavori l’intero argomento suona astratto, ma ha conseguenze sorprendentemente concrete. Se la materia oscura si rivelasse semplicemente una nube di mini buchi neri, cambierebbe il modo di pianificare le future missioni spaziali, di prevedere i segnali nei rilevatori di neutrini e di progettare esperimenti con particelle elementari.

Alcune costose installazioni pianificate potrebbero perdere di significato, cedendo il passo a nuove idee più orientate all’astronomia delle onde gravitazionali. Ogni segnale aggiuntivo che coinvolga buchi neri così piccoli offre l’opportunità di testare le teorie della gravità in regime estremo. Questo può a sua volta indicare dove cercare una nuova fisica che superi la relatività generale e il modello standard delle particelle. Proprio da ricerche apparentemente così ermetiche nascono spesso tecnologie che, anni dopo, entrano nella vita quotidiana — dalla navigazione satellitare alle tecniche avanzate di imaging medico.

Author

  • Nicolò Balini, meglio conosciuto come Human Safari, è nato nel 1991 a Bergamo ed è considerato il pioniere dei travel vlogger in Italia. Dopo aver studiato nel settore turistico, ha aperto il suo canale YouTube nel 2012, trasformando la sua passione in una professione di riferimento. Nicolò è un esperto di logistica di viaggio, amante dei road trip e della fotografia cinematografica. È famoso per i suoi video "esperienziali" dove testa compagnie aeree, alloggi insoliti e fornisce consigli pratici su come viaggiare low-cost senza sacrificare l'avventura. È anche il fondatore di SiVola, un'importante agenzia di viaggi di gruppo.

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