Il campo lavico morto si è trasformato in un giardino. Merito degli animali nascosti sotto terra

Un esperimento scientifico che continua a stupire decenni dopo

Alcuni esperimenti scientifici producono risultati che vanno ben oltre le aspettative iniziali. Sulle pendici del Mount St. Helens, negli Stati Uniti, un gruppo di ricercatori introdusse piccoli mammiferi scavatori in un terreno quasi completamente sterile e ricoperto di cenere. Quello che accadde dopo nessuno avrebbe potuto prevederlo davvero.

L’idea, sulla carta, sembrava quasi folle: liberare piccoli roditori in un paesaggio devastato da un’eruzione vulcanica. Eppure, con il passare degli anni, quella scelta si è rivelata il catalizzatore di una trasformazione straordinaria. Oggi, in quello che era un deserto di pomice e detriti vulcanici, crescono oltre 40.000 piante.

Il disastro del maggio 1980

L’eruzione del Mount St. Helens nel maggio 1980 spazzò via interi tratti di foresta. Il suolo rimase sepolto sotto uno spesso strato di pomice sterile e cenere vulcanica, un substrato privo di qualunque nutrimento in cui le piante faticavano anche solo ad attecchire. Le poche specie che provavano a tornare non riuscivano a sopravvivere.

Nei primi anni dopo la catastrofe, i naturalisti osservavano un ritorno della vita incredibilmente lento. Su determinati appezzamenti di terreno si contavano solo pochissime piante isolate. Tutto lasciava presagire che il recupero della vegetazione naturale avrebbe richiesto decenni, forse secoli. Il paesaggio vulcanico sembrava condannato a restare in quello stato per generazioni intere.

L’idea insolita dei ricercatori: puntare sugli scavatori

Nel 1983, un team di ricercatori decise di tentare un approccio che molti avrebbero definito disperato. Su alcune parcelle selezionate vennero introdotti pochi esemplari di pocket gopher, piccoli roditori sotterranei del genere omonimo, noti per i loro scavi nei prati e per i mucchi di terra che lasciano in superficie.

Su cosa stavano scommettendo gli scienziati? Non certo sul fatto che gli animali piantassero direttamente qualcosa, ma che svolgessero il lavoro pesante e ingrato di rimescolare il terreno. I roditori avrebbero dovuto portare in superficie gli strati profondi del suolo, dove sopravvivevano ancora microrganismi e residui dell’antico bosco preesistente.

All’inizio gli effetti erano quasi impercettibili. Le parcelle con i gopher non si distinguevano in modo significativo dalle aree circostanti. La vera svolta sarebbe arrivata solo dopo anni di silenziosa attività sotterranea, mentre i processi microbiologici innescati dagli animali lavoravano senza sosta.

Grazie allo scavo dei mammiferi, il suolo acquisì proprietà completamente nuove. I pocket gopher creavano sistemi di gallerie e camere attraverso cui circolavano aria e umidità. Allo stesso tempo mescolavano i diversi strati del substrato, portando negli strati superiori materiale ricco di nutrienti e microrganismi vitali.

Come funzionava esattamente lo scavo dei roditori sotto la superficie

L’attività dei gopher presentava diversi aspetti fondamentali che i ricercatori monitorarono con grande attenzione. Ognuna delle loro azioni contribuiva al ripristino dell’ambiente del suolo in modo specifico. I ricercatori dell’Università della California documentarono i seguenti meccanismi:

  • Lo scavo delle gallerie garantiva l’aerazione del sottosuolo e la penetrazione dell’ossigeno negli strati più profondi
  • Il trasporto della terra in superficie consentiva di mescolare i sedimenti freschi con lo strato fertile sottostante
  • La creazione di nuovi microspazi forniva piccole nicchie dove i semi riuscivano ad attecchire più facilmente
  • La rottura della crosta compatta di cenere liberava il percorso alle radici delle piante
  • Il deposito di materiale organico nelle tane arricchiva il suolo di nutrimento prezioso
  • L’attività degli animali attirava altri organismi, tra cui insetti e lombrichi

Questi processi si svolgevano lentamente ma in modo continuo. Ogni singolo gopher spostava ogni giorno diversi chilogrammi di materiale del suolo. Nel corso di mesi e anni si trasformarono così interi metri quadri di terreno. I ricercatori della Washington State University documentarono un progressivo aumento dell’attività biologica nel suolo.

La struttura del sottosuolo iniziò a mutare, passando da uno strato omogeneo di cenere a una miscela variegata e porosa con composizioni diverse a diverse profondità. Fu proprio questa eterogeneità a consentire in seguito la colonizzazione da parte di molte specie vegetali differenti.

Da qualche decina di semenzali a 40.000 piante

Già sei anni dopo l’introduzione degli animali, il paesaggio aveva un aspetto completamente diverso. Nelle aree dove avevano lavorato i roditori, i ricercatori contarono oltre 40.000 piante. Nelle parcelle adiacenti, non coinvolte nell’esperimento, dominava ancora il grigiore e la roccia nuda.

Il contrasto tra la zona smossa dai piccoli mammiferi e quella circostante era così netto che i ricercatori non avevano dubbi: l’attività sotterranea aveva innescato il recupero. Il suolo arricchito dai roditori aveva permesso una rapida colonizzazione del terreno da parte di specie diverse.

Comparvero erbe, piante erbacee, arbusti e in alcuni punti persino giovani alberi. La cosa fondamentale è che non si trattava soltanto di un semplice spostamento fisico di terra. Il vero motore del recupero si rivelò essere qualcosa di molto più piccolo degli stessi animali: un ruolo chiave lo svolsero gli organismi microscopici.

Questo aumento della vegetazione sorprese persino gli stessi autori dell’esperimento. Si aspettavano un miglioramento, ma non un cambiamento così radicale. Le analisi della composizione delle comunità vegetali rivelarono la presenza di decine di specie che in quest’area crescevano comunemente prima dell’eruzione.

I protagonisti invisibili: batteri e funghi del suolo

Le analisi pubblicate sulla rivista Frontiers dimostrarono che il terreno portato in superficie era pieno di alleati microscopici. Si trattava di batteri e funghi micorrizici, che con le radici delle piante formano una sorta di rete di supporto sotterranea.

I funghi micorrizici sviluppano una fitta rete di filamenti che funzionano come un’estensione delle radici stesse. Grazie a questo sistema, le piante che crescono in condizioni estreme, secche e povere di nutrienti riescono a sopravvivere perché hanno un migliore accesso a fosforo, azoto e acqua. Alcune specie arboree sono praticamente incapaci di crescere senza questa forma di collaborazione.

I ricercatori dell’Oregon State University osservarono che nelle aree dove si erano sviluppate le reti di funghi micorrizici, i giovani alberi comparivano a una velocità sorprendente, nonostante le precedenti previsioni parlassero di una morte a lungo termine della foresta. La simbiosi tra funghi e piante rappresentò il fattore decisivo del successo.

Le comunità microbiologiche nel suolo funzionavano come un incubatore per altri organismi. I batteri azotofissatori arricchivano l’ambiente di questo elemento essenziale. I decompositori della materia organica rilasciavano nutrienti dai tessuti vegetali morti. L’intero ecosistema aveva iniziato ad auto-organizzarsi spontaneamente.

Quarant’anni dopo, l’effetto continua a impressionare

Una delle conclusioni più straordinarie è che un breve esperimento condotto più di 40 anni fa influenza ancora oggi il paesaggio. Le comunità microbiologiche formatesi grazie all’azione degli animali scavatori continuano a funzionare e a sostenere lo sviluppo della vegetazione.

I ricercatori confrontano oggi queste parcelle con i frammenti di terreno vicini dove non fu effettuato alcun intervento. In molti di questi ultimi dominano ancora le aree nude prive di verde, mentre la zona smossa dai gopher ricorda già ecosistemi precoci ma stabili.

Una ricercatrice coinvolta nell’analisi ha ammesso che osservare un suolo fertile e ricco di vita accanto a un frammento ancora quasi completamente sterile suscita una forte impressione e dimostra quanto siano importanti gli organismi minuscoli, spesso ignorati. La differenza è visibile persino nelle immagini satellitari della NASA.

Il monitoraggio a lungo termine condotto dai ricercatori dell’Università di Washington documenta che la biodiversità nelle parcelle sperimentali continua a crescere costantemente. Compaiono specie che colonizzano naturalmente gli ecosistemi forestali maturi, il che suggerisce che il recupero stia procedendo nella direzione giusta.

Cosa ci insegna l’esperimento del Mount St. Helens

La storia di questo vulcano non è solo una curiosità naturalistica. È anche una lezione molto concreta per scienziati, forestali e chiunque rifletta sul recupero di territori devastati. Risulta evidente che piantare alberi o seminare erba da soli potrebbe non bastare se nel suolo manca un adeguato substrato microbiologico di supporto.

Il modello del Mount St. Helens dimostra che il ripristino di un ecosistema richiede uno sguardo più profondo, in senso letterale e figurato. Le fondamenta sono costituite da una microflora e microfauna del suolo viva e diversificata, dalla presenza di organismi che rimescolano e aerano il sottosuolo, dalle reti di funghi micorrizici senza cui molte piante non riescono a prosperare, e dal tempo necessario a stabilizzare questi legami invisibili.

Per le attività di bonifica di aree post-industriali, dopo incendi o altre catastrofi, questo è un segnale importante. Invece di combattere ogni presunto parassita, a volte è meglio lasciare spazio ai naturali ingegneri dell’ecosistema. Nei progetti ben pianificati si può favorire consapevolmente la presenza di mammiferi scavatori, lombrichi o altri organismi con funzioni simili, riprendendo gli stessi principi che hanno trasformato un campo di lava morta in un giardino brulicante di vita.

Author

  • Nicolò Balini, meglio conosciuto come Human Safari, è nato nel 1991 a Bergamo ed è considerato il pioniere dei travel vlogger in Italia. Dopo aver studiato nel settore turistico, ha aperto il suo canale YouTube nel 2012, trasformando la sua passione in una professione di riferimento. Nicolò è un esperto di logistica di viaggio, amante dei road trip e della fotografia cinematografica. È famoso per i suoi video "esperienziali" dove testa compagnie aeree, alloggi insoliti e fornisce consigli pratici su come viaggiare low-cost senza sacrificare l'avventura. È anche il fondatore di SiVola, un'importante agenzia di viaggi di gruppo.

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