I fisici forse hanno catturato per la prima volta un minuscolo buco nero primordiale

Un segnale cosmico che sfida ogni spiegazione

Il team scientifico che lavora con i rilevatori LIGO, Virgo e Kagra ha registrato uno strano “fremito” nello spaziotempo. L’analisi suggerisce che durante una collisione cosmica fosse coinvolto un oggetto più leggero del Sole, troppo piccolo per rientrare in qualsiasi tipo conosciuto di buco nero.

L’intera vicenda racconta la storia di un oggetto che, secondo le teorie attuali sull’evoluzione stellare, non dovrebbe semplicemente esistere. Si fa sempre più strada l’ipotesi che possa trattarsi della prima traccia di un cosiddetto buco nero primordiale, formatosi nei primissimi istanti della nascita dell’universo.

Decine di onde gravitazionali, ma questa era diversa

Gli scienziati della rete LVK hanno già rilevato decine di onde gravitazionali. Si tratta di increspature nello spaziotempo generate dalla collisione di oggetti estremamente massicci, più spesso buchi neri o stelle di neutroni. Per un team internazionale esperto, registrare tali eventi è diventata quasi una routine. Eppure la firma S251112cm è uscita da tutti gli schemi precedenti.

L’analisi delle onde gravitazionali ha rivelato che uno dei due oggetti coinvolti nello scontro aveva una massa compresa tra appena 0,1 e 0,87 masse solari. I dati mostrano con una probabilità superiore al 99 percento che almeno uno dei due oggetti pesasse meno di una massa solare. Uno scenario simile non si adatta ad alcun modello standard di evoluzione stellare.

Nessun lampo elettromagnetico: solo onde gravitazionali

I ricercatori hanno vagliato tutte le spiegazioni ovvie. Una stella di neutroni? Una nana bianca? Questi oggetti sono effettivamente più leggeri del Sole. Il problema è che le loro collisioni di solito producono anche lampi di radiazione elettromagnetica rilevabili.

I telescopi operanti nello spettro dei raggi X, della luce visibile o dei raggi gamma questa volta non hanno captato assolutamente nulla. Sono state registrate soltanto onde gravitazionali, esattamente come avviene in una classica collisione tra due buchi neri. Questo schema è per gli astronomi un indicatore fondamentale.

Gli scienziati dell’osservatorio LIGO di Hanford e Livingston, insieme ai colleghi del rilevatore Virgo a Pisa e di Kagra nella prefettura giapponese di Gifu, hanno condotto un’analisi dettagliata del segnale. Tutte e tre le stazioni hanno confermato che non si tratta di rumore tecnico né di interferenze locali, bensì di un autentico evento cosmico. La probabilità di un falso allarme è inferiore all’uno percento.

I dati degli interferometri mostrano il caratteristico chirp, ovvero la progressiva accelerazione della frequenza dell’onda poco prima dell’impatto. Dalla forma di questa curva i fisici riescono a ricavare le masse degli oggetti, la loro distanza e la posizione approssimativa nel cielo. È proprio grazie a questo metodo che è emerso come uno degli oggetti si trovasse ampiamente al di sotto del limite inferiore teorico della massa di un buco nero stellare.

Perché una stella normale non può formare un buco nero così piccolo

Per capire perché si tratti di un paradosso così rilevante, occorre ricordare come si formano i buchi neri classici. Una stella massiccia conclude la propria vita in una catastrofe spettacolare: il nucleo collassa sotto il proprio peso e gli strati esterni vengono espulsi in una supernova. La fisica di questi collassi stabilisce però un limite inferiore alla massa del buco nero risultante.

Le teorie sull’evoluzione stellare sono chiare: una stella ordinaria non può formare un buco nero così piccolo come suggerisce l’analisi delle onde gravitazionali del segnale S251112cm. Se il segnale provenisse davvero da un buco nero minuscolo, quest’ultimo avrebbe dovuto formarsi attraverso un processo completamente diverso, indipendente dal ciclo di vita delle stelle.

  • Limite inferiore teorico della massa di un buco nero stellare: circa 3 masse solari
  • Intervallo tipico di massa dei buchi neri stellari: da poche decine di masse solari
  • Evento S251112cm: oggetto con massa inferiore a 1 massa solare
  • Massa delle nane bianche: solitamente tra 0,6 e 1,4 masse solari
  • Massa delle stelle di neutroni: per lo più tra 1,4 e 2,0 masse solari
  • Buchi neri originati da supernove: almeno 3 masse solari

I ricercatori del California Institute of Technology insieme ai colleghi dell’Università di Amsterdam hanno condotto simulazioni di vari scenari di collasso stellare. Nessuno di essi è riuscito a produrre un buco nero con una massa così ridotta come indicano i dati di LVK. Ciò significa che occorre cercare un meccanismo di formazione alternativo.

Se i modelli attuali sono validi, rimane una sola strada: l’oggetto non si è formato da una stella, bensì direttamente dalle fluttuazioni di densità nell’universo primordiale. Questo scenario apre la porta all’affascinante possibilità dell’esistenza dei buchi neri primordiali.

Buchi neri primordiali: l’idea esotica di Stephen Hawking

Qui entrano in scena i cosiddetti buchi neri primordiali, sui quali teorizzava già negli anni Settanta, tra gli altri, Stephen Hawking. A differenza dei buchi neri classici, non si originano dalle stelle. Le loro radici risalgono alle frazioni di secondo successive al Big Bang.

Nell’universo appena nato regnava condizioni estreme: temperature e densità inimmaginabili, violente fluttuazioni nella distribuzione della materia. In alcune regioni la materia poteva accumularsi in modo così denso che una “collina” gravitazionale locale collassava su se stessa, senza alcuna stella coinvolta, formando istantaneamente un buco nero.

Lo scenario proposto dai ricercatori prevede la formazione dell’oggetto durante la fase legata alla cromodinamica quantistica, appena pochi microsecondi dopo l’inizio dell’universo. Era un’epoca in cui le stelle ordinarie non esistevano ancora, ma la materia attraversava drammatiche trasformazioni di fase.

Se l’interpretazione è corretta, la rete LVK potrebbe aver registrato per la prima volta un segnale proveniente dalla collisione di un tale antichissimo buco nero con un altro oggetto. Questo dimostra che le onde gravitazionali stanno diventando uno strumento non solo per studiare stelle esotiche, ma anche i primissimi istanti dell’esistenza dell’universo.

Un buco nero minuscolo grande quanto una città

Cosa significa concretamente un buco nero con una massa pari a 0,87 masse solari? Il numero non sembra particolarmente basso finché non si considera le sue dimensioni. Un oggetto del genere sarebbe estremamente compatto, con un diametro di circa 5 chilometri.

Stiamo parlando di qualcosa con una massa paragonabile a quella del Sole, compresso in una regione grande quanto una città di medie dimensioni. Densità così estreme sembrano possibili soltanto nei momenti immediatamente successivi al Big Bang, quando la materia subiva turbolente trasformazioni di fase. Per confronto, il nostro Sole ha un diametro di circa 1,4 milioni di chilometri.

Immaginate di comprimere tutta la massa del Sole in una sfera più piccola di Roma. Un tale oggetto genererebbe un campo gravitazionale così intenso da non lasciar sfuggire nemmeno la luce. Il diametro dello Schwarzschild di un simile buco nero sarebbe davvero di soli cinque chilometri, ma la sua influenza gravitazionale sarebbe enorme.

I fisici della Princeton University hanno calcolato che la densità di un tale oggetto raggiungerebbe valori paragonabili a quelli del nucleo atomico, distribuiti però su un volume decisamente più grande. Sono condizioni che nell’universo odierno semplicemente non si trovano, se non al centro di una stella di neutroni o, appunto, all’interno di un buco nero.

Materia oscura: quella massa misteriosa è forse uno sciame di mini-buchi neri?

Se l’interpretazione del segnale S251112cm come traccia di un buco nero primordiale venisse confermata, le conseguenze andrebbero ben oltre la semplice classificazione di un oggetto esotico. Entra in gioco la questione sulla natura della materia oscura.

Gli astronomi sanno da decenni che la materia visibile — stelle, gas, polvere — costituisce solo una piccola parte del puzzle cosmico. Sul comportamento delle galassie, degli ammassi galattici e delle grandi strutture cosmiche agisce una massa aggiuntiva invisibile in qualsiasi banda dello spettro elettromagnetico. L’hanno chiamata materia oscura.

Per decenni si sono cercate ipotetiche nuove particelle. Dai celebri WIMP ai bosoni leggeri esotici fino agli assioni. Ma i ripetuti esperimenti nei rilevatori di particelle sotterranei, come quelli del Gran Sasso in Italia o di Soudan in Minnesota, si concludevano nel silenzio. In questo contesto, i minuscoli buchi neri hanno cominciato a suonare sempre più convincentemente come alternativa.

L’analisi suggerisce che, con il giusto numero e la giusta distribuzione di massa, i buchi neri primordiali potrebbero spiegare una parte consistente — potenzialmente tutta — la materia oscura, senza introdurre nuove particelle elementari. In questo scenario l’universo sarebbe pieno di piccoli buchi neri dispersi discretamente negli aloni delle galassie e negli spazi intergalattici.

I ricercatori dell’Università della California a Berkeley e del Kavli Institute for Cosmological Physics di Chicago hanno creato modelli computerizzati della distribuzione dei buchi neri primordiali. Le simulazioni mostrano che, con la giusta densità e distribuzione di massa, questi oggetti potrebbero replicare perfettamente gli effetti gravitazionali attribuiti alla materia oscura.

Su base quotidiana sarebbero praticamente invisibili, ma la loro influenza gravitazionale collettiva spiegherebbe il comportamento delle galassie osservato dagli astronomi. Questo cambierebbe la nostra comprensione della struttura dell’universo e forse anche la direzione della futura ricerca in fisica delle particelle.

Gli scienziati frenano l’entusiasmo: per ora solo un forte candidato

Nonostante la grande eccitazione nella comunità scientifica, i ricercatori mantengono la dovuta cautela. L’analisi pubblicata su arXiv e sottoposta alla prestigiosa rivista The Astrophysical Journal Letters è ancora in fase di revisione tra pari. Gli scienziati parlano esplicitamente di un “candidato” a buco nero primordiale.

Occorre ancora verificare se il segnale non possa essere spiegato diversamente, ad esempio come effetto di interazioni complesse in ammassi stellari eccezionalmente densi. In tali ambienti gli oggetti in orbita possono formare sistemi multipli in cui si verificano serie di collisioni e catture che generano onde gravitazionali complicate.

Ricercatori del Massachusetts Institute of Technology di Cambridge e dell’European Southern Observatory di Garching concordano che tutto indica come l’interpretazione del buco nero primordiale sia la più semplice e la più coerente con i dati. Tuttavia i fisici hanno bisogno di un elemento chiave in più: la ripetizione.

Se durante la campagna in corso i rilevatori LVK registrassero un secondo segnale simile con un oggetto al di sotto della massa solare, l’ipotesi dei buchi neri primordiali acquisterebbe un peso completamente diverso. Da curiosità teorica si trasformerebbe in una nuova categoria di oggetti cosmici reali, con implicazioni per l’intera cosmologia.

Come funzionano i rilevatori LIGO, Virgo e Kagra che “ascoltano” lo spaziotempo

Le onde gravitazionali sono microscopiche increspature nella struttura stessa dello spaziotempo. Per rilevarle, gli scienziati hanno costruito giganteschi interferometri — strumenti che misurano minime variazioni della distanza tra specchi posizionati in tunnel lunghi diversi chilometri.

LIGO negli Stati Uniti, Virgo in Italia e Kagra in Giappone formano oggi una rete globale di “orecchie” in ascolto di lontane catastrofi cosmiche. Quando un’onda gravitazionale attraversa la Terra, accorcia leggermente un braccio dell’interferometro e allunga l’altro. La variazione è inferiore al diametro di un protone, ma l’apparecchiatura sensibile riesce comunque a rilevarla.

  • LIGO Hanford nello stato di Washington: bracci lunghi 4 chilometri
  • LIGO Livingston in Louisiana: configurazione identica a Hanford
  • Virgo vicino a Pisa, in Italia: bracci lunghi 3 chilometri, migliora la precisione nella localizzazione delle sorgenti
  • Kagra nella prefettura di Gifu, in Giappone: rilevatore sotterraneo raffreddato a temperature molto basse
  • Sistemi laser: potenza fino a 200 watt per la massima sensibilità
  • Specchi: fino a 40 chilogrammi di vetro al quarzo con superficie ultrapura
  • Tunnel sotto vuoto: pressione inferiore a quella sulla superficie della Luna per eliminare le interferenze
  • Isolamento sismico: sistemi di sospensione multistrato attenuano le vibrazioni fino a sei ordini di grandezza

Grazie alla collaborazione di questi tre strumenti, gli scienziati non solo misurano la forma delle onde, ma ricostruiscono anche i parametri degli oggetti che le hanno generate: massa, distanza e persino rotazione. È stato proprio questo metodo a rivelare che nell’evento S251112cm era coinvolto un oggetto con massa inferiore a quella solare.

Quando masse enormi come i buchi neri ruotano l’una attorno all’altra e si scontrano, “mescolano” lo spaziotempo con tale intensità che l’effetto di questa tempesta arriva a miliardi di anni luce di distanza. LIGO e gli altri rilevatori non catturano l’immagine dell’oggetto, ma soltanto la registrazione precisa di come cambia la lunghezza dei bracci dell’interferometro.

Sulla base di questa curva il computer adatta il miglior modello di collisione ed estrae informazioni sulle masse e sul tipo degli oggetti coinvolti. Il processo richiede supercomputer presso il National Center for Supercomputing Applications di Urbana-Champaign e altri centri di calcolo in tutto il mondo.

E ora? La caccia ad altri mini-buchi neri e le conseguenze per la fisica

Se l’interpretazione del buco nero primordiale regge alle critiche, nei prossimi anni si può prevedere un’offensiva di nuovi studi. Gli astronomi passeranno al setaccio gli archivi dei dati delle campagne LVK precedenti alla ricerca di altri segnali trascurati con oggetti al di sotto della massa solare.

In parallelo, i teorici inizieranno ad adattare i modelli di formazione dei buchi neri primordiali ai nuovi vincoli. Con quale frequenza potevano formarsi? Quale massa tipica acquisivano? La loro popolazione può davvero spiegare la materia oscura? Tutto ciò comporta la revisione degli scenari di evoluzione del giovane universo, incluse le fasi legate alle primissime trasformazioni della materia.

Per i non addetti ai lavori l’intero argomento suona astratto, ma ha conseguenze sorprendentemente concrete. Se la materia oscura si rivelasse semplicemente una nube di minuscoli buchi neri, cambierebbe il modo di pianificare le future missioni spaziali. Influenzerebbe le previsioni sui segnali nei rilevatori di neutrini come IceCube al Polo Sud o nel progetto KM3NeT nel Mar Mediterraneo.

Alcune costose installazioni pianificate potrebbero perdere di senso, lasciando spazio a nuove idee maggiormente orientate verso l’astronomia delle onde gravitazionali. L’Agenzia Spaziale Europea ESA sta già preparando la missione LISA, un interferometro spaziale che dovrebbe essere più sensibile dei rilevatori terrestri.

Vale la pena chiarire qualche concetto per chi segue questo campo. La materia oscura non “risucchia” energia dalle stelle né rappresenta una minaccia diretta per la Terra. La sua azione si limita praticamente esclusivamente alla gravità. Se fosse composta da minuscoli buchi neri, la loro densità nel nostro vicinato rimarrebbe così bassa che la probabilità di un incontro ravvicinato con uno di essi è trascurabile sull’intera scala della storia dell’umanità.

Ogni ulteriore segnale registrato con la partecipazione di buchi neri così piccoli offre l’opportunità di testare la teoria della gravità in condizioni estreme. Questo può indicare dove cercare una nuova fisica che vada oltre la relatività generale e il modello standard delle particelle. In pratica, proprio da ricerche apparentemente ermetiche come queste nascono spesso tecnologie che anni dopo entrano nella vita quotidiana — dalla navigazione satellitare GPS alle avanzate tecniche di imaging medico con la risonanza magnetica: tutte affondano le radici nella ricerca di base, che in origine sembrava pura teoria senza alcuna applicazione pratica.

Author

  • Nicolò Balini, meglio conosciuto come Human Safari, è nato nel 1991 a Bergamo ed è considerato il pioniere dei travel vlogger in Italia. Dopo aver studiato nel settore turistico, ha aperto il suo canale YouTube nel 2012, trasformando la sua passione in una professione di riferimento. Nicolò è un esperto di logistica di viaggio, amante dei road trip e della fotografia cinematografica. È famoso per i suoi video "esperienziali" dove testa compagnie aeree, alloggi insoliti e fornisce consigli pratici su come viaggiare low-cost senza sacrificare l'avventura. È anche il fondatore di SiVola, un'importante agenzia di viaggi di gruppo.

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