Programmi di diversity, tante promesse ma pochi risultati concreti
Le aziende si vantano delle loro strategie per la diversità e la parità di trattamento, e la maggior parte dei dipendenti le sostiene in linea di principio. Eppure sempre più persone si chiedono dove siano i cambiamenti reali, quelli che si percepiscono davvero nella vita lavorativa quotidiana.
Il nuovo barometro sulla diversità, l’equità e l’inclusione elaborato dall’istituto Ipsos BVA rivela una frattura significativa. Da un lato, la maggioranza dei lavoratori dichiara di sostenere la direzione presa dai propri datori di lavoro. Dall’altro, la fiducia nell’effettiva applicazione di queste politiche si sta erodendo, mentre cresce la stanchezza verso promesse prive di risultati tangibili.
La ricerca ha coinvolto 1.500 lavoratori di età superiore ai 18 anni, intervistati online nel febbraio 2026. Le categorie analizzate come dimensioni della diversità includono l’origine sociale, l’aspetto fisico, il background culturale, la disabilità, l’età avanzata e l’appartenenza alla comunità LGBT+.
Gli autori dello studio sottolineano che questi dati rafforzano la necessità di affrontare la parità di trattamento in modo olistico. Una persona può essere allo stesso tempo una donna anziana, proveniente da un contesto meno privilegiato e con una condizione di salute specifica: ognuna di queste caratteristiche aggiunge un ulteriore livello di rischio di esclusione.
Quante persone si sentono parte di un gruppo minoritario sul lavoro
Il 64% degli intervistati si identifica con almeno una delle categorie considerate, ovvero sei punti percentuali in più rispetto all’anno precedente. Il 34% dichiara di presentare più di una dimensione di diversità nella propria situazione personale.
Una proporzione così elevata di persone appartenenti contemporaneamente a più gruppi indica che le esperienze dei lavoratori sono sempre più complesse. Un semplice elenco di categorie minoritarie non è più sufficiente a coglierne la realtà.
I ricercatori di Ipsos BVA avvertono che proprio le persone con appartenenze multiple affrontano le situazioni più articolate. Un’azienda che gestisce la diversity solo per singole categorie manca la sostanza del problema e non offre soluzioni sistemiche.
Il sostegno esiste, ma l’entusiasmo si sta esaurendo
A prima vista le aziende potrebbero tirare un sospiro di sollievo: circa due terzi dei dipendenti (65%) dichiara di sostenere le politiche di diversity, equità e inclusione per persone con caratteristiche differenti. Non si intravede un’opposizione di massa all’idea in sé.
Sotto la superficie, però, si sviluppano dinamiche meno confortanti, documentate dal confronto con le edizioni precedenti della ricerca:
- nell’arco di tre anni, il numero di alleati attivi e di persone coinvolte su questi temi è diminuito di 11 punti percentuali
- il 25% degli intervistati non avrebbe nulla in contrario alla completa eliminazione di tali programmi nella propria azienda
- il 30% mette in dubbio il principio della meritocrazia pura, affermando che le opportunità non sono di fatto uguali per tutti
- le voci critiche provengono più spesso da uomini, da lavoratori manuali e, paradossalmente, anche da persone appartenenti a gruppi minoritari
- in quest’ultimo gruppo i ricercatori osservano un timore particolarmente forte della cosiddetta discriminazione inversa
- i dipendenti vogliono sapere cosa cambia concretamente e per chi
Le preoccupazioni sono espresse più frequentemente da uomini, da lavoratori operai e da chi appartiene a gruppi considerati diversi. In questa ultima categoria emerge con forza la paura della discriminazione al contrario, ovvero la sensazione che alcuni debbano perdere qualcosa affinché altri possano guadagnare.
Le critiche riguardano più spesso le modalità di attuazione delle misure e i loro effetti pratici che l’idea stessa di parità di trattamento. I dipendenti vogliono semplicemente vedere cosa cambia nel concreto e a chi giovano questi interventi.
La fiducia nella protezione reale contro la discriminazione si indebolisce
Nel 2026, il 66% dei dipendenti ritiene che l’impegno della propria azienda possa effettivamente arginare le pratiche discriminatorie. Sulla carta sembra un dato solido, ma rispetto all’edizione precedente dello studio rappresenta un calo di ben 11 punti percentuali.
Gli autori del barometro interpretano questo segnale come aspettative crescenti nei confronti delle aziende: le dichiarazioni non bastano più, i lavoratori chiedono effetti misurabili. Si sono stancati delle campagne di immagine, dei corsi di formazione una tantum e degli slogan che non si traducono in esperienze quotidiane concrete.
I ricercatori di Ipsos BVA evidenziano un paradosso: mentre i vertici aziendali investono nella comunicazione sulla diversity, è proprio la comunicazione priva di cambiamenti reali a provocare il crollo della fiducia. I dipendenti sono molto rapidi nel riconoscere la differenza tra azioni performative e un autentico cambiamento culturale.
Le persone con disabilità e i lavoratori che si distinguono per il loro aspetto fisico ammettono più spesso degli altri di avere difficoltà a sentirsi pienamente accolti e rispettati all’interno del team. Dal loro punto di vista, la distanza tra le dichiarazioni aziendali e la percezione reale di accettazione è spesso particolarmente ampia.
Quali problemi concreti vivono i dipendenti sul posto di lavoro
I dati sulla fiducia nelle politiche di parità raccontano una cosa, ma le esperienze personali legate a commenti inappropriati, battute o esclusioni da progetti importanti ne raccontano un’altra. Lo studio documenta anche un netto calo nella percezione di comprensione verso i singoli gruppi all’interno delle organizzazioni.
Al tempo stesso persistono episodi di discriminazione diretta. Tra i dipendenti appartenenti ad almeno uno dei gruppi considerati diversi, i ricercatori hanno rilevato cifre allarmanti:
- dal 16 al 19% ha subito negli ultimi cinque anni un rifiuto di aumento di stipendio, promozione o partecipazione a un progetto rilevante a causa di caratteristiche percepite come differenti
- il 31% ha assistito a comportamenti discriminatori nel proprio ambiente professionale
- il 19% conosce almeno una persona nel proprio team che si sente esclusa o non accettata a causa delle sue diversità
Quando quasi uno su tre lavoratori assiste in prima persona a comportamenti discriminatori, è difficile credere alla narrazione aziendale di piena apertura e rispetto per ciascuno. I ricercatori di Ipsos BVA avvertono che proprio questo divario tra parole e realtà è ciò che erode maggiormente la fiducia.
Gli esperti di psicologia organizzativa sottolineano che essere testimoni di discriminazione ha spesso un impatto peggiore sul team rispetto a viverla direttamente. Chi assiste a un’ingiustizia nei confronti di un collega perde fiducia nell’intero sistema e smette di credere che l’azienda tuteli davvero i suoi diritti.
La realtà economica si scontra con le ambizioni in materia di diversity
Gli autori del barometro sottolineano un ulteriore contesto: le aziende oggi operano sotto pressioni enormi. Devono fare i conti con tensioni geopolitiche, incertezza economica e cambiamenti radicali legati allo sviluppo dell’intelligenza artificiale e dell’automazione. In questo scenario, le politiche di diversity cedono spesso il passo a temi percepiti come più urgenti, direttamente connessi ai risultati finanziari.
Il rischio è evidente: le strategie di parità di trattamento, pur presenti nelle presentazioni aziendali, vengono di fatto relegate in secondo piano. I dipendenti se ne accorgono e capiscono rapidamente quando l’azienda punta più al rispetto di requisiti formali che a un reale cambiamento della cultura del lavoro.
I ricercatori di Ipsos BVA hanno documentato questa tendenza in diversi settori. Aziende dell’industria automobilistica, del settore bancario e delle società tecnologiche stanno riducendo i budget dedicati ai programmi di inclusione, dirottando le risorse verso progetti legati alla trasformazione digitale.
I responsabili delle risorse umane nelle aziende intervistate ammettono un dilemma: il vertice si aspetta risultati visibili dagli investimenti in diversity, ma allo stesso tempo non vuole rischiare un calo a breve termine della produttività dovuto a modifiche nei team o nei processi.
Cosa si aspettano davvero i dipendenti dai datori di lavoro
Gli intervistati indicano con chiarezza cosa potrebbe ricostruire la fiducia nelle iniziative di diversity e inclusione. I ricercatori hanno identificato tre aree principali in cui i dipendenti percepiscono il divario più ampio tra promesse e realtà.
Più formazione e dialogo al posto dei soli slogan è la prima richiesta. Molte persone non comprendono ancora appieno in cosa consistano i programmi di parità di trattamento. Emergono timori che sostenere la diversità significhi favorire alcuni a scapito di altri. I lavoratori si aspettano quindi spiegazioni chiare sul senso di queste attività, la presentazione di dati e chiarimenti su come sia possibile correggere le disuguaglianze senza rinunciare alla qualità e agli standard.
Trasparenza degli obiettivi e indicatori concreti rappresentano la seconda area chiave. I dipendenti vogliono vedere traguardi precisi: quali divari intende ridurre l’azienda, in quale arco temporale e come intende misurarli. La mancanza di informazioni concrete alimenta il sospetto che la parità di trattamento sia un accessorio della strategia aziendale, non una sua componente integrante.
La legittimità dei programmi di parità dipende sempre di più dalla capacità dell’azienda di dimostrarne l’impatto reale, non solo di parlarne bene. I ricercatori di Ipsos BVA sottolineano che senza metriche misurabili anche le iniziative meglio intenzionate perdono credibilità.
Quali azioni concrete possono intraprendere le aziende
Agli occhi dei dipendenti contano soprattutto le soluzioni che riguardano la quotidianità. I ricercatori hanno identificato le misure che, secondo gli intervistati, hanno il maggior potenziale di cambiare la cultura del lavoro:
- criteri chiari e trasparenti per promozioni e aumenti di stipendio
- procedure di segnalazione della discriminazione che funzionino davvero
- formazione mirata per i manager che prendono decisioni in materia di personale
- facilitazioni per persone con disabilità o neurodiversità, come orari flessibili o zone tranquille in ufficio
- un approccio coerente nei confronti di commenti e battute che prendono di mira l’identità altrui
- audit periodici delle condizioni salariali in relazione al genere e ad altre caratteristiche
- programmi di mentorship che mettano in contatto professionisti senior e junior attraverso gruppi diversi
Gli esperti di risorse umane evidenziano che le modifiche più efficaci sono quelle piccole ma sistematiche nei processi. Le grandi campagne risultano spesso distaccate dalla realtà, mentre l’adeguamento dei moduli di valutazione o l’introduzione del curriculum anonimo può produrre effetti immediati e misurabili.
I ricercatori di Ipsos BVA hanno documentato che le aziende con i migliori risultati in materia di inclusione condividono un modello comune: combinano misure strutturali con una comunicazione aperta e una misurazione regolare dei progressi. Queste organizzazioni pubblicano anche i dati interni sulla composizione dei team e sui differenziali salariali.
Cosa significa tutto questo per le aziende oggi
I risultati del barometro non riguardano un solo paese. Si tratta di un segnale che dovrebbe interessare qualsiasi organizzazione. Una quota sempre maggiore dei team si identifica con una o più categorie di diversità e, al tempo stesso, ha una consapevolezza crescente dei propri diritti e delle proprie aspettative nei confronti del luogo di lavoro.
Per i vertici aziendali ciò implica la necessità di passare dalla fase “abbiamo una strategia di diversity” alla fase “abbiamo prove che funziona”. È una sfida impegnativa, perché richiede la misurazione degli effetti, l’apertura verso domande scomode e la disponibilità a correggere il tiro dove le politiche non producono i risultati attesi. Le aziende che prenderanno sul serio questi segnali potranno però ottenere un vantaggio concreto: team più stabili, minore turnover, una reputazione migliore sul mercato del lavoro e professionisti più fedeli.












