El Niño potrebbe tornare già nel 2026. Gli scienziati avvertono sulle conseguenze

Segnali allarmanti dal Pacifico tropicale

Le più recenti analisi di oceanografi e meteorologi rivelano un cambiamento brusco nel Pacifico tropicale. La fase fredda dell’ENSO si sta indebolendo più rapidamente del previsto, e le temperature oceaniche in risalita stanno preparando il terreno per il ritorno di El Niño già nel 2026.

Per molte regioni del pianeta questo potrebbe tradursi in alterazioni delle precipitazioni, siccità prolungate e una nuova ondata di caldo record. Il Pacifico tropicale sta attraversando una trasformazione capace di condizionare il tempo atmosferico su tutti i continenti. Alla base del fenomeno ci sono l’indebolimento degli alisei e l’accumulo di calore negli strati profondi dell’oceano.

Gli esperti dei principali centri climatici internazionali monitorano con crescente preoccupazione l’evoluzione delle temperature nella fascia equatoriale dell’Oceano Pacifico. La fase fredda durata circa due anni aveva frenato il riscaldamento globale, ma questo effetto si sta rapidamente esaurendo. Per gli agricoltori peruviani come per i coltivatori indonesiani, la necessità di prepararsi a condizioni radicalmente diverse è ormai urgente.

Cosa sta succedendo nel Pacifico: la fase fredda lascia spazio al riscaldamento

Per circa due anni, la fase fredda dell’ENSO ha dominato il Pacifico tropicale, agendo come un freno discreto sulle temperature globali. Questo effetto moderatore sta ora praticamente scomparendo. I dati relativi alla fine del 2025 e all’inizio del 2026 mostrano un rapido riscaldamento delle acque nella zona equatoriale dell’oceano.

L’Organizzazione Meteorologica Mondiale, agenzia delle Nazioni Unite, ha registrato che a dicembre 2025 la superficie del Pacifico nella fascia equatoriale era ancora circa 0,8 °C più fredda della media. Appena un mese dopo, la differenza era crollata a soli 0,3 °C. Un balzo così rapido verso temperature neutre è un chiaro segnale che la fase fredda si sta attenuando con molto anticipo rispetto alle previsioni.

Le proiezioni indicano una probabilità compresa tra il 60 e il 70% di raggiungere uno stato neutro dell’ENSO nella primavera del 2026, condizione che storicamente precede la transizione verso El Niño. Alla base di questo cambiamento c’è soprattutto l’indebolimento degli alisei, i venti costanti che soffiano da est verso ovest lungo la fascia equatoriale.

Quando gli alisei sono forti, trattengono in superficie le acque più fredde nella parte orientale del Pacifico. Quando si indeboliscono, le masse d’acqua più calda dagli strati profondi salgono progressivamente occupando superfici oceaniche sempre più vaste. Le boe di misurazione distribuite in tutto il Pacifico tropicale documentano questo processo in tempo reale.

Il calore sotto la superficie spinge il sistema verso El Niño

Uno dei segnali più indicativi dell’arrivo di El Niño riguarda le variazioni di temperatura negli strati subacquei. Da gennaio 2026, gli strumenti di misurazione rilevano masse d’acqua decisamente più calde che si spostano verso est, in direzione del Sud America. Questi «serbatoi sottomarini di calore» stanno gradualmente risalendo verso la superficie.

Quando raggiungeranno la parte centrale e orientale del Pacifico tropicale, potranno innescare il meccanismo classico di El Niño. Un’estensione oceanica enormemente superiore al normale con acque più calde inizia a influenzare in modo significativo la circolazione atmosferica. L’effetto non è localizzato: si ripercuote sul tempo atmosferico dall’Australia all’Africa fino alle Americhe.

I centri di ricerca climatica internazionali, compresi gli istituti universitari specializzati, registrano una probabilità crescente che questa inversione completa verso El Niño si verifichi nella seconda metà del 2026. Ricercatori della National Oceanic and Atmospheric Administration e dell’European Centre for Medium-Range Weather Forecasts stanno osservando tendenze analoghe.

Due terzi di probabilità per El Niño entro fine 2026

Le previsioni numeriche attuali convergono in modo abbastanza netto. I centri specializzati nel monitoraggio dell’ENSO stimano che tra luglio e settembre 2026 la probabilità di un episodio El Niño superi già il 60%. Per il periodo agosto-ottobre questa percentuale sale a quasi il 70%.

I meteorologi sottolineano che la primavera è da tempo considerata un periodo «difficile» per le previsioni ENSO. Tra marzo e giugno il sistema oceano-atmosfera si comporta in modo particolarmente instabile, riducendo l’affidabilità dei modelli. Nonostante questa barriera di incertezza, la grande maggioranza delle simulazioni disponibili punta nella stessa direzione: verso una fase di riscaldamento.

Gli scienziati si aspettano che il prossimo El Niño sia debole o moderato, ritenendo poco probabile uno scenario di episodio estremo paragonabile agli anni record. Ciò che rimane ancora incerto è l’intensità del fenomeno, dalla quale dipende l’entità delle ripercussioni su precipitazioni, ondate di calore e tempeste nelle diverse aree del mondo.

Istituzioni come il Climate Prediction Center o il Australian Bureau of Meteorology aggiornano regolarmente i propri modelli. La precisione di queste previsioni è migliorata negli ultimi anni grazie a una rete più densa di boe di misurazione nel Pacifico e a computer sempre più potenti per le simulazioni climatiche.

Come El Niño trasforma il clima nel mondo

El Niño non è un fenomeno «locale» circoscritto a un singolo oceano. La vasta distesa di acqua più calda del normale sul Pacifico equatoriale agisce come un gigantesco radiatore che ridisegna la circolazione atmosferica globale. Le conseguenze si fanno sentire su quasi tutti i continenti.

Questa enorme massa di acqua calda rilascia quantità enormi di energia nell’atmosfera. Tale energia alimenta cambiamenti nelle correnti d’aria degli strati superiori, modificando i modelli di precipitazione e temperatura in tutto il mondo. Per milioni di persone ciò si traduce in cambiamenti concreti, dai raccolti agricoli alle bollette energetiche.

  • America del Sud (costa occidentale) – di norma precipitazioni più intense, alluvioni lampo e frane più frequenti
  • Sud-est asiatico e Australia – tendenza alla siccità, rischio elevato di incendi boschivi e delle praterie
  • Africa orientale – in molti episodi di El Niño si è registrato un intensificarsi delle piogge, con ripercussioni sui piani agricoli e sulle infrastrutture
  • Atlantico tropicale – indebolimento della stagione degli uragani a causa di venti verticali più forti che «smembrano» i cicloni in formazione
  • Pacifico orientale – maggiore attività di uragani e tempeste tropicali lungo le coste americane
  • India e paesi limitrofi – spesso precipitazioni monsoniche più deboli, con difficoltà nell’approvvigionamento idrico
  • Brasile – siccità nelle regioni settentrionali, impatto sulla produzione di caffè e canna da zucchero

Gli agricoltori in Perù ed Ecuador contano generalmente su raccolti migliori grazie all’aumento delle piogge. Nello stesso periodo, i coltivatori indonesiani e gli abitanti delle Filippine si ritrovano spesso a fare i conti con scarsità di pioggia, bacini idrici vuoti e problemi nell’accesso all’acqua potabile. Per i risicoltori del delta thailandese del Chao Phraya, la mancanza d’acqua può significare la perdita dell’intera stagione.

La stagione degli uragani 2026 sotto esame

Il prossimo ritorno di El Niño è sotto stretta osservazione anche dei meteorologi che si occupano degli uragani atlantici. La storia dimostra che durante le fasi calde dell’ENSO i venti negli strati superiori dell’atmosfera sull’Atlantico si intensificano, destabilizzando le strutture delle tempeste tropicali in formazione.

Il risultato tipico è una stagione degli uragani atlantici più tranquilla: meno tempeste raggiungono la categoria di uragano intenso e il numero complessivo di cicloni denominati diminuisce. Per gli Stati Uniti e parte dei Caraibi questo potrebbe rappresentare un certo sollievo dopo anni di attività elevata. In compenso cresce il rischio di fenomeni violenti nel Pacifico orientale, dove le acque calde favoriscono lo sviluppo delle tempeste.

Città come Miami, New Orleans o Houston potrebbero vivere una stagione relativamente calma. Al contrario, le zone costiere del Messico, dell’America Centrale e della costa occidentale dalla California al Costa Rica si trovano di fronte a un pericolo maggiore. Il Centro Nazionale per gli Uragani di Miami ha già avviato la revisione delle proprie previsioni a lungo termine.

Caldo record nonostante la fase fredda: cosa ci dice sul futuro

L’aspetto più preoccupante riguarda il legame tra i cicli naturali dell’ENSO e il riscaldamento globale a lungo termine. Il gennaio 2025 è entrato nella storia delle rilevazioni come il gennaio più caldo mai registrato nei dati strumentali, nonostante il Pacifico si trovasse ancora in una fase più fredda.

In teoria, la fase fredda avrebbe dovuto abbassare la temperatura media del pianeta di circa 0,1-0,2 °C. In pratica, quell’effetto si è rivelato troppo debole per impedire i nuovi record. Questo significa che il clima globale è ormai così surriscaldato dai gas serra che persino un temporaneo «episodio freddo» non inverte la tendenza, la attenua appena.

In questo contesto, il ritorno di El Niño nel 2026 aggiunge un ulteriore elemento. Il fenomeno aumenta statisticamente la temperatura globale di ulteriori decimi di grado. Combinando questo fattore con il riscaldamento di fondo in corso, gli scienziati si aspettano che il 2026 possa eguagliare o superare gli anni più caldi mai registrati. I climatologi del Goddard Institute for Space Studies e del Met Office di Exeter concordano su questo scenario.

L’oceano come serbatoio di calore ha i suoi limiti

La maggior parte dell’energia termica in eccesso generata dai gas serra finisce negli oceani. Questi rallentano per ora un aumento ancora più rapido delle temperature sulla terraferma. Funziona però come la carica prolungata di un gigantesco accumulatore.

Le acque calde dei tropici alimentano fenomeni sempre più potenti: piogge più intense, cicloni più forti, ondate di calore più durature sulle terre emerse che si affacciano sui mari. Più energia accumula l’oceano, più grande è il «carico» che si trasferisce nell’atmosfera durante i successivi episodi di El Niño. Ogni nuovo ciclo caldo sul Pacifico parte da un livello di temperatura di base più elevato rispetto al precedente.

Le fasi fredde compensano sempre meno efficacemente la tendenza al riscaldamento. I ricercatori del Woods Hole Oceanographic Institution hanno rilevato che gli oceani assorbono circa il 90% del calore in eccesso prodotto dall’effetto serra. Questa capacità non è però illimitata e i suoi effetti si manifestano già oggi: innalzamento del livello del mare, acidificazione delle acque e cambiamento delle condizioni di vita marina.

Cosa significa tutto questo per l’Italia e l’Europa

L’Europa, Italia compresa, si trova lontana dal Pacifico tropicale, quindi l’influenza dell’ENSO è qui prevalentemente indiretta. Ciononostante, una serie di intensi episodi di El Niño è solitamente accompagnata da temperature medie più elevate anche sul nostro continente. Per l’Italia questo potrebbe significare un’altra estate molto calda, con un rischio più alto di periodi siccitosi prolungati interrotti da temporali violenti.

Allo stesso tempo, gli inverni sempre più miti diventano una costante crescente, con ricadute sull’agricoltura, la silvicoltura e il settore energetico. I viticoltori del Sud Italia osservano progressivi slittamenti del ciclo vegetativo, mentre i coltivatori di cereali affrontano carenze idriche nelle fasi critiche di crescita. Le società di gestione delle acque devono rivedere i piani di utilizzo delle risorse idriche.

Il segnale di un possibile ritorno di El Niño nel 2026 viene già utilizzato da analisti del settore energetico, gestori delle risorse idriche e servizi di protezione civile. Per loro, un anticipo di diversi mesi rappresenta l’occasione per pianificare le riserve, ammodernare le infrastrutture o aggiornare le mappe dei rischi alluvionali e degli incendi. L’Italia può trarre vantaggio da queste previsioni nella pianificazione delle misure contro siccità e inondazioni.

Perché ogni cittadino dovrebbe seguire le previsioni ENSO

Anche se i nomi delle fasi dell’ENSO suonano tecnici, nella pratica si riflettono su qualcosa di molto concreto: il prezzo dei generi alimentari, i costi energetici, la disponibilità di acqua. Raccolti scarsi in Asia possono far salire i prezzi del riso o della soia, le alluvioni in Sud America influenzano il mercato del caffè e dello zucchero. Una stagione degli uragani più tranquilla nell’Atlantico incide invece sulla sicurezza delle infrastrutture petrolifere e del gas.

In molti paesi la discussione sul prossimo El Niño è diventata non solo un tema per i climatologi, ma anche uno degli elementi della pianificazione economica. Per i cittadini italiani è importante almeno una comprensione generale del fatto che l’aumento delle temperature globali e i cicli naturali come l’ENSO agiscono insieme. Ogni fase calda sul Pacifico amplifica le tendenze che già osserviamo: ondate di calore più lunghe, notti senza refrigerio, piogge estreme alternate a siccità.

Seguire le informazioni sullo stato dell’ENSO non è quindi una curiosità riservata agli appassionati di meteorologia. È uno strumento pratico che aiuta a valutare in quale direzione potrebbe andare il tempo nei prossimi mesi, anche dalla prospettiva della nostra regione e delle decisioni quotidiane — dagli investimenti al consumo ordinario di acqua ed energia. Pianificare una vacanza, preparare il giardino alla siccità o decidere una ristrutturazione tenendo conto del clima futuro: tutto questo si basa sulla comprensione di questi processi globali.

Author

  • Nicolò Balini, meglio conosciuto come Human Safari, è nato nel 1991 a Bergamo ed è considerato il pioniere dei travel vlogger in Italia. Dopo aver studiato nel settore turistico, ha aperto il suo canale YouTube nel 2012, trasformando la sua passione in una professione di riferimento. Nicolò è un esperto di logistica di viaggio, amante dei road trip e della fotografia cinematografica. È famoso per i suoi video "esperienziali" dove testa compagnie aeree, alloggi insoliti e fornisce consigli pratici su come viaggiare low-cost senza sacrificare l'avventura. È anche il fondatore di SiVola, un'importante agenzia di viaggi di gruppo.

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