Perché le batterie perdono carica: verità scioccante

Il nemico invisibile nelle batterie: aghi duri invece di metallo morbido

Una ricerca innovativa condotta da équipe del New Jersey Institute of Technology e della Rice University rivela che il problema non risiede esclusivamente nella composizione chimica delle celle. Il vero responsabile si nasconde in microscopici aghi di litio che si comportano in modo completamente diverso da quanto ipotizzato finora.

Le batterie agli ioni di litio rappresentano per noi sinonimo di praticità: le ricarichiamo, le utilizziamo, le riponiamo. Al loro interno, però, si consuma una battaglia incessante per la sopravvivenza. Durante la ricarica, sulla superficie dell’anodo in litio o grafite possono formarsi escrescenze microscopiche chiamate dendriti.

Hanno forma di sottili aghi, fino a cento volte più fini di un capello umano. Ad ogni ciclo di ricarica successivo crescono e avanzano verso il separatore – quella pellicola sottile di materiale che divide l’elettrodo positivo da quello negativo.

Quando un dendrite perfora il separatore, si verifica un cortocircuito interno. Gli elettroni scelgono una scorciatoia aggirando il circuito esterno. La cella si surriscalda, perde rapidamente capacità e nei casi estremi può incendiarsi o rompersi.

Gli scienziati che studiavano questo fenomeno hanno presupposto per anni che tali dendriti fossero morbidi e plastici – analogamente al litio metallico stesso. Tutte le strategie di protezione delle batterie erano state progettate proprio partendo da questa convinzione.

Un nuovo esperimento utilizzando microscopia elettronica in vuoto, con risoluzione nell’ordine dei nanometri, ha demolito brutalmente questa ipotesi. Invece di aghi “gommosi”, i ricercatori hanno osservato strutture che si comportano come vetro fragile o spaghetti secchi: non si piegano, si spezzano.

Perché questa scoperta ribalta i piani dell’intero settore

Le attuali celle agli ioni di litio utilizzano un anodo in grafite. Speranze sempre maggiori venivano però riposte nelle cosiddette batterie al litio metallico, dove l’anodo è costituito da litio praticamente puro. Tale cambiamento aumenta radicalmente la quantità di energia che può essere compressa nello stesso volume.

Le stime parlavano addirittura di un incremento triplo della densità energetica. In pratica, ciò significherebbe che un’auto elettrica tipica percorrerebbe 800-900 chilometri con una singola ricarica, invece degli attuali realistici 250-350 chilometri.

Il problema sta nel fatto che proprio in queste configurazioni i dendriti si formano in modo particolarmente aggressivo. E sono proprio loro che da anni impediscono l’ingresso delle batterie al litio metallico nella produzione di serie su larga scala.

Il nuovo esperimento ha permesso di misurare le proprietà meccaniche di queste strutture. È emerso che la resistenza alla compressione e alla flessione raggiunge circa 150 megapascal. Per confronto, il litio “ordinario” sotto forma di metallo compatto resiste a circa 0,6 megapascal.

Un ago di litio nanometrico può essere fino a 250 volte più resistente al danneggiamento meccanico rispetto a un blocco dello stesso metallo.

Da dove proviene questa differenza? Un ruolo chiave lo svolge uno strato ultrasottile di ossidi che si forma sulla superficie dei dendriti praticamente immediatamente dopo la loro formazione. Ha uno spessore di appena pochi nanometri, ma cambia radicalmente il comportamento dell’intera struttura. Invece di un metallo morbido e facilmente deformabile, si crea un microago fragile ma estremamente rigido.

Come gli aghi fragili uccidono la batteria dall’interno

Questi dendriti funzionano come minuscoli arpioni. Sotto la pressione del separatore o dell’elettrolita non si piegano, ma si conficcano nel materiale lacerandolo lentamente. Questo spiega perché anche separatori più spessi e teoricamente più resistenti a volte falliscono.

Ancora peggio, la loro fragilità ha una seconda conseguenza meno evidente. Quando l’ago si spezza, rimangono frammenti di litio che perdono il contatto elettrico con l’elettrodo. Gli scienziati li chiamano “litio morto”. Tale materiale è ancora fisicamente presente nella cella, ma non partecipa più alle reazioni elettrochimiche.

Ogni ciclo di carica e scarica aumenta la quantità di questo materiale morto. Dal punto di vista dell’utente, ciò significa una durata sempre più breve per ogni ricarica – nonostante la batteria non sia particolarmente vecchia. È un fenomeno ben noto da telefoni e laptop: il dispositivo funziona, ma dobbiamo collegarlo alla presa molto più frequentemente rispetto all’inizio.

I dendriti non sono quindi responsabili solo di guasti individuali e cortocircuiti, ma anche del lento e irreversibile “dimagrimento” della capacità della batteria.

Perché gli elettroliti solidi da soli non salvano la situazione

Gli ultimi anni hanno portato un grande interesse verso le cosiddette batterie con elettrolita solido. Dovevano risolvere la maggior parte dei problemi di sicurezza: minimizzare il rischio di incendio, aumentare la capacità e allo stesso tempo prolungare la durata delle celle.

I nuovi risultati mostrano però che il semplice cambiamento dell’elettrolita non basta. Nonostante i materiali solidi siano più duri degli elettroliti liquidi classici, i dendriti rigidi riescono semplicemente a perforarli. Il loro diametro nanometrico e l’enorme resistenza meccanica fanno sì che anche un materiale molto resistente possa risultare impotente.

Per gli ingegneri è un segnale che è necessario cambiare il modo di ragionare. Non basta rafforzare ulteriori strati della cella. Bisogna concentrarsi sulla fonte stessa del problema – cioè su come e da cosa si formano gli aghi microscopici di litio.

Tre direzioni di ricerca che possono cambiare il mercato delle batterie

Il team del NJIT e della Rice University ha identificato tre strategie principali per il lavoro futuro con i materiali:

  • Nuove leghe di litio – invece di litio puro, gli scienziati vogliono utilizzare sue miscele con altri elementi. L’obiettivo è limitare la formazione dello strato duro e ricco di ossigeno sulla superficie degli aghi.
  • Separatori “assorbitori” di tensione – sviluppo di membrane capaci di deformarsi localmente e disperdere l’energia dell’impatto, invece di lasciare che il dendrite penetri come un chiodo in un’asse.
  • Additivi nell’elettrolita – composti chimici speciali nel liquido o nel corpo solido che modificano il modo di cristallizzazione del litio affinché le strutture crescano più uniformemente e assomiglino meno ad aghi appuntiti.

Se anche solo parte di questi concetti funzionerà in pratica, i protagonisti dell’industria automobilistica otterranno finalmente gli strumenti per creare batterie ad alta densità energetica – ma senza il drastico calo di durata dopo alcuni anni di funzionamento.

Cosa può guadagnare il comune automobilista e utente di elettronica

Batterie al litio metallico più stabili con alta densità energetica porteranno diversi cambiamenti molto concreti nella vita quotidiana. Veicoli elettrici con autonomia tripla, smartphone che mantengono prestazioni eccellenti dopo migliaia di ricariche, dispositivi portatili più leggeri grazie alla miniaturizzazione delle celle.

Per i sistemi che utilizzano fonti di energia rinnovabile – parchi eolici o solari – tali celle diventerebbero un elemento chiave dell’infrastruttura. Potrebbero immagazzinare più energia in uno spazio ridotto e funzionare affidabilmente per molte migliaia di cicli di ricarica.

Perché un’unica ipotesi errata può bloccare un’intera tecnologia

La storia dei dendriti mostra chiaramente quanto sia pericoloso costruire un intero settore su un presupposto intuitivo ma non verificato. Per decenni tutti “sapevano” che gli aghi di litio si comportavano come metallo morbido – e sceglievano di conseguenza soluzioni che nell’ambito di questa visione avevano senso.

Solo l’osservazione diretta su scala nanometrica ha rivelato che la natura qui segue regole diverse. Una registrazione al microscopio, diverse serie di misurazioni e l’intero puzzle ha cominciato ad apparire completamente diverso. Non si tratta solo di questo tipo specifico di batteria. È un segnale d’allarme per molti ambiti dell’ingegneria dei materiali, dove il comportamento reale delle nanostrutture può differire sostanzialmente da ciò che conosciamo dal macromondo.

Dal punto di vista dell’utente, questo significa un’altra cosa: il progresso rapido non viene sempre frenato dalla mancanza di finanziamenti o da normative inadeguate. A volte basta un unico piccolo errore all’inizio del percorso di ricerca perché una svolta, che avrebbe potuto essere realtà da tempo, venga posticipata di interi anni.

Nel caso delle batterie al litio, spostare l’attenzione dalla chimica alla meccanica della formazione dei dendriti potrebbe essere il pezzo mancante del puzzle. Gli ingegneri ricevono finalmente un obiettivo concreto: non solo resistere all’assalto di queste strutture, ma cambiare la loro stessa natura fin dal primo momento in cui iniziano a formarsi.

Author

  • Nicolò Balini, meglio conosciuto come Human Safari, è nato nel 1991 a Bergamo ed è considerato il pioniere dei travel vlogger in Italia. Dopo aver studiato nel settore turistico, ha aperto il suo canale YouTube nel 2012, trasformando la sua passione in una professione di riferimento. Nicolò è un esperto di logistica di viaggio, amante dei road trip e della fotografia cinematografica. È famoso per i suoi video "esperienziali" dove testa compagnie aeree, alloggi insoliti e fornisce consigli pratici su come viaggiare low-cost senza sacrificare l'avventura. È anche il fondatore di SiVola, un'importante agenzia di viaggi di gruppo.

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