Un neurone artificiale comunica con il cervello umano. La svolta dal Massachusetts

Un circuito elettronico che parla il linguaggio del cervello

Ricercatori dell’Università del Massachusetts hanno messo a punto un circuito elettronico capace non solo di replicare i segnali cerebrali, ma di funzionare anche in ambienti umidi simili a quelli in cui operano i neuroni biologici.

I risultati, pubblicati sulla rivista Nature Communications, potrebbero trasformare radicalmente sia il trattamento delle malattie neurologiche sia la progettazione di elettronica ispirata al cervello. Il team del Massachusetts ha raggiunto per la prima volta una vera comunicazione bidirezionale tra un neurone artificiale e uno biologico.

Come funziona il cervello e perché i neuroni sono così preziosi

Il cervello è una rete di connessioni straordinariamente fitta. È composto da circa 100 miliardi di neuroni, cellule nervose specializzate nella trasmissione delle informazioni, ognuna delle quali si articola in tre componenti principali: il corpo cellulare, i dendriti e l’assone.

I dendriti raccolgono i segnali provenienti da altre cellule, il corpo cellulare li elabora e l’assone li trasmette come impulso elettrico ai neuroni successivi. In una frazione di secondo, milioni di questi impulsi attraversano il cervello: da loro dipendono il movimento, le sensazioni e la memoria. Eppure questo sistema è straordinariamente fragile.

Perché la morte dei neuroni è un problema così grave

Quando i neuroni smettono di funzionare o muoiono, le conseguenze sono serie. A differenza di molti altri tipi cellulari, i neuroni non si rigenerano facilmente: una volta persi, scompaiono in modo definitivo.

Il danno alla rete neuronale può provocare un ampio spettro di complicazioni:

  • Disturbi del movimento, come il morbo di Parkinson
  • Alterazioni della sensibilità e della percezione della realtà
  • Gravi problemi di memoria, come nel morbo di Alzheimer
  • Compromissione delle funzioni cognitive e della capacità decisionale
  • Perdita del controllo muscolare
  • Difficoltà nel linguaggio e nella comunicazione
  • Cambiamenti della personalità e della vita emotiva

Una tecnologia in grado di imitare il lavoro di un neurone così fedelmente da essere “accettata” dal cervello come propria è quindi di enorme importanza. I tentativi precedenti, però, si erano sempre scontrati con l’impossibilità di operare in ambienti biologici o con segnali elettrici troppo intensi, incompatibili con la delicata chimica cerebrale.

Cosa significa integrazione neuromorfca nella pratica

Il nuovo neurone artificiale del Massachusetts si inserisce in una tendenza più ampia chiamata integrazione neuromorfca: progettare circuiti elettronici che riproducano il più fedelmente possibile la struttura e il comportamento di neuroni e sinapsi.

Invece di elaborare i dati in modo lineare come i processori tradizionali, i circuiti neuromorfci puntano a funzionare come il cervello: in parallelo, con consumi energetici ridotti e tramite brevi impulsi. Nei laboratori nascono così chip speciali, sinapsi artificiali e nuovi tipi di transistor capaci di apprendere e adattarsi.

Fino ad ora molti di questi tentativi si erano fermati a causa di una compatibilità insufficiente con la biologia. I dispositivi funzionavano in condizioni troppo asciutte e sterili, oppure emettevano segnali elettrici talmente forti da risultare incompatibili con la chimica cerebrale. Il team dell’Università del Massachusetts è riuscito a superare questi ostacoli.

Il segreto: le nanofibre proteiche batteriche

I ricercatori hanno realizzato un neurone artificiale in grado di comunicare con un neurone reale in modo molto simile a quello naturale, operando per giunta in un ambiente umido analogo a quello in cui vivono le cellule nervose. La chiave di volta si è rivelata essere le nanofibre proteiche, microscopici conduttori prodotti dai batteri.

In natura queste strutture aiutano i batteri ad ancorarsi alle superfici e a scambiare elettroni. Gli ingegneri hanno sfruttato questa proprietà per costruire una struttura conduttiva immergibile in una soluzione simile al liquido che circonda i neuroni.

Le nanofibre proteiche agiscono come conduttori sottili e naturali, capaci di “dialogare” sia con l’elettronica sia con il tessuto vivente. Questo è fondamentale per due motivi: da un lato, il neurone artificiale può coesistere fisicamente con le cellule nervose senza richiedere condizioni sterili e asciutte; dall’altro, è sufficientemente sensibile da operare a tensioni simili a quelle generate dal nostro cervello.

Una tensione di soli 0,1 volt che cambia tutto

Le costruzioni artificiali precedenti richiedevano una tensione addirittura dieci volte superiore rispetto a quella delle cellule nervose naturali. Ciò si traduceva in un consumo energetico cento volte maggiore e in un segnale talmente potente da risultare incomprensibile per la biologia. Il nuovo elemento lavora invece a circa 0,1 volt, ovvero la tensione tipicamente generata da un neurone umano.

Uno degli ingegneri ha paragonato le versioni precedenti a qualcuno che entra in un’aula silenziosa urlando con un megafono. Il nuovo approccio assomiglia piuttosto a qualcuno che parla sottovoce, adattando il tono all’ambiente circostante.

In questo modo il neurone artificiale non sopraffà il sistema biologico, ma collabora davvero con esso. Per la prima volta si apre la possibilità di una comunicazione realmente bidirezionale: l’elettronica legge i segnali del neurone e gli risponde in un “linguaggio” che riesce a comprendere. Questa svolta apre la strada a dispositivi capaci di funzionare a lungo all’interno del corpo umano.

Le possibili applicazioni future di questa tecnologia

I ricercatori intravedono diverse direzioni di applicazione. Una nuova generazione di impianti neurologici potrebbe essere più precisa, meno invasiva e meglio sintonizzata sui segnali cerebrali. I neuroni artificiali potrebbero inoltre assumere una parte delle funzioni delle cellule perdute, operando come protesi per le aree cerebrali danneggiate.

I processori neuromorfci rappresentano un altro campo promettente: i circuiti ispirati al cervello consumano molto meno energia rispetto ai classici CPU e GPU, rendendoli interessanti per i sistemi di calcolo del futuro.

Interfacce cervello-computer più sofisticate potrebbero garantire una comunicazione più delicata con i neuroni rispetto agli attuali sistemi con elettrodi metallici. Questi progressi potrebbero aiutare pazienti con paralisi a controllare protesi col pensiero o persone con disturbi del linguaggio a tornare a comunicare.

Operando a tensioni vicine a quelle biologiche, questi circuiti aprono la via a dispositivi medici miniaturizzati ed energeticamente efficienti, indossabili all’interno del corpo per anni. Al momento, tuttavia, esiste un solo elemento che mostra risultati promettenti in condizioni di laboratorio.

Le sfide ancora aperte e i prossimi passi della ricerca

Le prossime tappe sono chiare. Sarà necessario verificare la stabilità del neurone nel lungo periodo, la sua resistenza alle variazioni di temperatura, alle fluttuazioni chimiche e la capacità di operare in rete con altre cellule. I ricercatori dovranno inoltre definire il modo migliore per collegare più neuroni artificiali al tessuto vivente.

Se la tecnologia si orientasse verso applicazioni mediche, i pazienti affetti da Parkinson o Alzheimer potrebbero disporre di strumenti terapeutici completamente nuovi. Invece di limitarsi ad attenuare i sintomi, i medici avrebbero la possibilità di ripristinare parzialmente le funzioni dei neuroni perduti.

Il confine tra biologia ed elettronica si fa sempre più sottile

Le interfacce che collegano il cervello all’elettronica suscitano sempre fascino e preoccupazione insieme. Da un lato attraggono con la visione del recupero delle funzioni perdute, dall’altro impongono di riflettere sui limiti della modifica dell’essere umano e su chi gestirà dati così sensibili come l’attività neuronale. Le questioni etiche cresceranno di pari passo con lo sviluppo della tecnologia.

Vale la pena ricordare che i neuroni non sono semplici “cavi” per gli impulsi. Ogni cellula possiede una propria chimica, un metabolismo specifico, e risponde agli ormoni e alle sostanze dell’ambiente circostante. Un neurone artificiale, anche molto avanzato, imita per ora principalmente lo strato elettrico. Per molto tempo ancora sarà quindi un supporto e una protesi, piuttosto che un sostituto completo del tessuto vivente.

Per chi segue l’evoluzione dell’intelligenza artificiale, questo tema potrebbe sembrare distante, ma esiste un collegamento interessante. Il machine learning e le reti neurali nei computer si ispirano alla biologia solo in modo simbolico. L’integrazione neuromorfca cerca invece di avvicinarsi al vero cervello sul piano hardware. Se questi due percorsi dovessero convergere, potremmo assistere alla nascita di dispositivi intelligenti di tipo del tutto nuovo: non solo veloci e potenti, ma anche più vicini al funzionamento del nostro sistema nervoso. Il confine tra biologia ed elettronica si sta lentamente assottigliando.

Author

  • Nicolò Balini, meglio conosciuto come Human Safari, è nato nel 1991 a Bergamo ed è considerato il pioniere dei travel vlogger in Italia. Dopo aver studiato nel settore turistico, ha aperto il suo canale YouTube nel 2012, trasformando la sua passione in una professione di riferimento. Nicolò è un esperto di logistica di viaggio, amante dei road trip e della fotografia cinematografica. È famoso per i suoi video "esperienziali" dove testa compagnie aeree, alloggi insoliti e fornisce consigli pratici su come viaggiare low-cost senza sacrificare l'avventura. È anche il fondatore di SiVola, un'importante agenzia di viaggi di gruppo.

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