Questi pianeti sono indicati dagli astronomi come i migliori candidati alla vita

Una nuova mappa per cercare la vita oltre la Terra

Un gruppo di astronomi ha passato in rassegna migliaia di esopianeti, selezionando solo una manciata di mondi in cui la possibilità di vita sembra concretamente realistica. L’analisi, pubblicata su una prestigiosa rivista scientifica, restringe la lista degli indirizzi cosmici più promettenti dove vale la pena cercare tracce di organismi alieni.

I ricercatori non si sono limitati a descrivere le caratteristiche ideali di questi mondi: hanno anche individuato i bersagli prioritari per le prossime osservazioni telescopiche. Per molti lettori, una classifica dei pianeti più adatti alla vita potrebbe sembrare una curiosità divulgativa. In realtà, in ambito scientifico ha un peso ben più rilevante.

Questa lista permette di testare ipotesi sulla frequenza della vita nell’universo. Se nemmeno sui candidati più promettenti si trovassero biosegnature convincenti, bisognerebbe porsi una domanda scomoda: forse la vita richiede condizioni molto più rare di quanto immaginiamo?

Quali parametri hanno guidato la selezione degli esopianeti

Il punto di partenza dei ricercatori è stato apparentemente semplice: su quali esopianeti già noti esistono condizioni favorevoli alla presenza di acqua allo stato liquido? Si tratta del requisito fondamentale che l’astrobiologia contemporanea considera il presupposto minimo per una vita simile a quella terrestre.

Il team ha analizzato diversi parametri chiave. L’attenzione si è concentrata sulla posizione del pianeta nella cosiddetta zona abitabile attorno alla stella, sulla forma dell’orbita — ovvero il grado di ellitticità del percorso — sul bilancio energetico, cioè la quantità di energia che raggiunge il pianeta, e infine sul tipo e la luminosità della stella ospite.

Partendo da migliaia di esopianeti catalogati, i ricercatori hanno ridotto il campo a un piccolo gruppo particolarmente degno di attenzione da parte dei telescopi più potenti. Si sono rivelati di interesse speciale i pianeti posizionati ai margini interni ed esterni della zona abitabile, ovvero quella fascia attorno alla stella in cui teoricamente un pianeta roccioso potrebbe ospitare acqua liquida in superficie.

I confini di questa zona variano in base al tipo di stella. Le nane rosse più fredde riscaldano i loro pianeti in modo molto diverso rispetto alle stelle gialle e bianche simili al Sole. Anche una variazione minima nel flusso energetico ricevuto può spostare un pianeta da condizioni accoglienti a un ambiente del tutto inospitale.

Cosa determina davvero l’idoneità di un pianeta alla vita

La zona abitabile è solo il punto di partenza. Gli autori dello studio mostrano che l’effettiva capacità di un pianeta di ospitare vita dipende da un equilibrio delicato tra l’energia ricevuta dalla stella e il modo in cui il pianeta la assorbe e la irradia nello spazio.

Se l’energia in arrivo è eccessiva, il rischio è un effetto serra incontrollabile: l’atmosfera si trasforma in una barriera incandescente e l’acqua evapora in modo irreversibile. Al contrario, un’energia insufficiente può portare a una glaciazione globale permanente, in cui persino gli oceani rimangono congelati per sempre.

I ricercatori evidenziano anche il caso dei pianeti con orbite ellittiche. In questi mondi la distanza dalla stella cambia nel corso dell’anno, provocando forti oscillazioni termiche. Paradossalmente, alcuni di questi esopianeti potrebbero comunque mantenere condizioni favorevoli, se la loro atmosfera e i loro oceani riescono ad attenuare efficacemente le variazioni energetiche.

L’analisi ha individuato diverse categorie di pianeti particolarmente meritevoli di approfondimento:

  • pianeti al margine interno della zona abitabile con atmosfera densa
  • mondi rocciosi in orbita attorno a fredde nane rosse
  • pianeti con orbita leggermente ellittica e vasti oceani
  • esopianeti di dimensioni simili a Venere o alla Terra
  • oggetti con vulcanismo attivo che stabilizza il clima
  • pianeti attorno a stelle di tipo K, caratterizzate da lunga stabilità

Perché l’abitabilità cambia nel corso di miliardi di anni

Lo studio sottolinea un aspetto spesso trascurato: anche un pianeta che oggi appare ospitale potrebbe non esserlo stato in passato, o potrebbe perdere queste caratteristiche in futuro. Le stelle, invecchiando, modificano la propria luminosità, spostando di conseguenza i confini della zona abitabile.

Osservando pianeti di diverso tipo in diverse fasi evolutive della loro stella, gli astronomi possono ricostruire qualcosa di simile a una storia naturale dei mondi simili alla Terra — da quelli giovani e potenzialmente troppo turbolenti, a quelli più antichi in cui l’energia comincia a scarseggiare. Ricercatori di vari istituti europei stanno mappando come cambiano le condizioni superficiali degli esopianeti nell’arco di miliardi di anni.

Questo approccio ha un valore pratico diretto per la pianificazione delle future missioni spaziali. Agenzie come la NASA e l’Agenzia Spaziale Europea hanno bisogno di obiettivi scientifici chiaramente definiti. Una lista ragionata dei candidati più promettenti semplifica la progettazione degli strumenti e le strategie di pianificazione per i decenni a venire.

Il ruolo del telescopio James Webb nella ricerca delle biosegnature

Una parte centrale del lavoro riguarda l’identificazione di quali tra i pianeti più promettenti siano effettivamente osservabili con i telescopi attuali. Al centro dell’attenzione c’è il Telescopio Spaziale James Webb (JWST), progettato anche per studiare le atmosfere degli esopianeti.

L’elenco dei bersagli è stato costruito in modo che il JWST e altri grandi telescopi possano realisticamente misurare la composizione atmosferica di questi mondi lontani. Si privilegiano in particolare i pianeti che transitano davanti al disco della propria stella dalla nostra prospettiva, che orbitano attorno a stelle abbastanza luminose per una spettroscopia precisa e che hanno dimensioni vicine a quelle della Terra o leggermente superiori — caratteristica che favorisce la presenza di una superficie rocciosa.

Il James Webb è in grado di scomporre la luce stellare filtrata attraverso l’atmosfera del pianeta in uno spettro dettagliato. In questo spettro è possibile cercare le tracce caratteristiche di molecole come vapor d’acqua, anidride carbonica, metano o ossigeno. Alcune combinazioni di questi gas potrebbero suggerire l’esistenza di processi biologici.

Ricercatori di vari osservatori sottolineano che già le prime misurazioni atmosferiche di alcuni esopianeti rocciosi hanno restituito risultati sorprendenti. Da un lato, certi pianeti nella zona abitabile sembrano privi di qualsiasi atmosfera; dall’altro, altri hanno mostrato una composizione chimica inaspettatamente complessa.

Cosa significa davvero cercare vita su pianeti lontani

Per molti lettori, la parola “vita” evoca immediatamente civiltà intelligenti e mondi abitati. Gli astronomi, però, precisano che in questa fase della ricerca l’obiettivo principale è rilevare qualsiasi forma di attività biologica, anche a livello di semplici microrganismi.

Con le tecnologie attuali, i ricercatori si concentrano sulle cosiddette biosegnature: rapporti insoliti tra gas atmosferici difficilmente spiegabili con processi geologici, composti chimici che sulla Terra sono associati principalmente al metabolismo degli organismi viventi, e la stabilità prolungata di certe molecole in condizioni fisiche avverse.

In pratica, questo significa che la prima biosfera extraterrestre di cui potremmo venire a conoscenza somiglierebbe probabilmente alla Terra primordiale, popolata di batteri, piuttosto che a un pianeta pulsante di vita come nei film di fantascienza. Ricercatori di importanti università hanno pubblicato recentemente studi su quali combinazioni di gas nell’atmosfera di un esopianeta potrebbero essere considerate prove convincenti di attività metabolica.

Come seguire con occhio critico le scoperte di nuovi mondi abitabili

Per chi è abituato ai titoli sulla “nuova Terra”, può essere utile un consiglio pratico: vale la pena verificare se, per il sistema descritto, gli astronomi abbiano avuto modo di analizzare l’atmosfera del pianeta e il suo bilancio energetico.

Sono proprio questi parametri a decidere sempre più spesso se un esopianeta guadagna un posto nella ristretta lista dei candidati reali alla vita, oppure rimane soltanto una curiosità nel catalogo di sfere lontane e inospitali. Gli esperti raccomandano di seguire in particolare le notizie sulle misurazioni spettrali delle atmosfere di pianeti delle dimensioni della Terra o delle cosiddette super-Terre.

È importante ricordare che anche i risultati negativi hanno un valore scientifico enorme. Se su diversi esopianeti accuratamente selezionati non si trovasse alcuna traccia di vita, impareremmo comunque qualcosa di fondamentale: quanto sia davvero raro, nell’universo, il fenomeno della vita.

Author

  • Nicolò Balini, meglio conosciuto come Human Safari, è nato nel 1991 a Bergamo ed è considerato il pioniere dei travel vlogger in Italia. Dopo aver studiato nel settore turistico, ha aperto il suo canale YouTube nel 2012, trasformando la sua passione in una professione di riferimento. Nicolò è un esperto di logistica di viaggio, amante dei road trip e della fotografia cinematografica. È famoso per i suoi video "esperienziali" dove testa compagnie aeree, alloggi insoliti e fornisce consigli pratici su come viaggiare low-cost senza sacrificare l'avventura. È anche il fondatore di SiVola, un'importante agenzia di viaggi di gruppo.

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