Quattro anni di tentativi per un risultato storico
Dopo quattro anni di spedizioni fallite e attrezzature continuamente perfezionate, un gruppo di scienziati francesi è riuscito a registrare per la prima volta un elettrocardiogramma completo di una balenottera comune allo stato brado, nel suo habitat naturale. Una conquista che potrebbe rivoluzionare il modo in cui proteggiamo i mammiferi più grandi del pianeta.
Dietro questo risultato ci sono i ricercatori del CNRS, dell’Università di Montpellier e del WWF. Nell’agosto del 2025, durante una campagna oceanografica nel Mar Mediterraneo, il team è riuscito a registrare un elettrocardiogramma completo di una balenottera comune — una delle specie di cetacei misticeti più diffuse al mondo — mentre nuotava liberamente.
Il percorso verso questo traguardo è stato tutt’altro che lineare. Le missioni precedenti, condotte al largo del Madagascar e delle Hawaii, si erano concluse senza i risultati sperati. I ricercatori stessi ammettono di essere stati sul punto di abbandonare l’intera idea. L’ultima campagna nel Mediterraneo ha cambiato tutto.
Per la prima volta, gli scienziati hanno registrato l’attività cardiaca di una balenottera in piena libertà di movimento, senza catturarla, stressarla o immobilizzarla. Si tratta di un momento cruciale per la biologia marina: fino ad oggi, tutti i dati disponibili provenivano da esemplari morti o da balene intrappolate nelle reti.
Perché monitorare il battito cardiaco di un gigante del mare
L’obiettivo principale della ricerca è quanto mai concreto: capire in modo più preciso come le balene reagiscono allo stress causato dalle attività umane. Finora gli studiosi si erano concentrati soprattutto sul comportamento e sui suoni prodotti da questi animali — ciò che si può osservare e udire in superficie. Mancavano però dati oggettivi su ciò che avviene all’interno del loro organismo.
Le balenottere comuni vivono in aree con intenso traffico marittimo e sono costantemente esposte al rumore subacqueo, all’inquinamento e ai cambiamenti climatici. Ognuno di questi fattori può influire sulla loro fisiologia e, di conseguenza, sulle possibilità di sopravvivenza dell’intera popolazione. Misurare il battito cardiaco consente di valutare in modo oggettivo il livello reale di stress che l’organismo subisce.
Le ricerche precedenti sull’attività cardiaca dei grandi cetacei riguardavano quasi esclusivamente esemplari morti o animali impigliati nelle reti. In questi casi era possibile effettuare misurazioni solo per brevi periodi, in condizioni innaturali e spesso a pochi istanti dalla morte. I dati erano preziosi, ma fortemente limitati.
Il cuore di una balenottera adulta pesa da cento a trecento chilogrammi ed è grande quanto una piccola automobile. Per comprendere davvero come funziona durante il nuoto, le immersioni, il riposo o l’incontro ravvicinato con un’imbarcazione, era necessario misurarlo nel contesto della vita quotidiana dell’animale. Ed è esattamente questo l’obiettivo che i ricercatori francesi si erano prefissati.
Come si misura il cuore di una balena che passa quasi tutto il giorno sott’acqua
L’elemento chiave del progetto si è rivelata una ventosa speciale dotata di elettronica integrata. Dall’esterno appare discreta, simile a una valigetta piatta di dimensioni leggermente superiori alla norma. Al suo interno, però, si nasconde un sistema avanzato di sensori capace di registrare non solo l’impulso elettrico del cuore, ma anche i movimenti del corpo, i suoni, le immagini e la posizione dell’animale.
Il dispositivo viene applicato alla pelle della balenottera direttamente dal bordo di un’imbarcazione. I ricercatori manovrano il natante abbastanza vicino da raggiungere il dorso dell’animale con un lungo braccio estensibile lungo circa quattro o cinque metri, all’estremità del quale è fissata la ventosa con il sistema di registrazione.
La ventosa rimane agganciata al dorso della balenottera per alcune ore, dopodiché si stacca automaticamente e risale in superficie, dove può essere recuperata insieme ai dati memorizzati. Il sistema deve essere sufficientemente robusto da resistere alla pressione durante le immersioni profonde, ma abbastanza delicato da non danneggiare la pelle dell’animale.
I ricercatori hanno dovuto affrontare numerosi ostacoli tecnici e logistici:
- la grande velocità di nuoto della balenottera e le enormi forze esercitate sul dispositivo
- la pressione estrema durante le immersioni profonde, potenzialmente in grado di danneggiare l’elettronica
- l’impossibilità di accedere fisicamente alla cassa toracica — gli elettrodi dovevano essere posizionati sul dorso, lontano dal cuore
- la difficoltà di localizzare le balenottere, che trascorrono circa il novanta percento del tempo sott’acqua e vivono in zone con condizioni meteo spesso avverse
- il rischio di perdere l’intero dispositivo con i dati, se non fosse riemerso o non fosse stato possibile localizzarlo
- la necessità di trovare un equilibrio tra la forza di adesione e la sicurezza dell’animale
- l’esigenza di racchiudere in un involucro compatto, impermeabile e resistente alle sovrappressioni tutti i sensori e le batterie necessari
Ogni spedizione ha permesso di perfezionare ulteriormente il dispositivo. I ricercatori del CNRS hanno progressivamente migliorato i materiali, la forma della ventosa e la sensibilità dei rilevatori, fino a raggiungere il successo nelle acque del Mediterraneo.
Cosa ha rivelato il cuore della balenottera comune
I dati registrati sull’attività cardiaca hanno fornito due categorie di informazioni: dati fisiologici puri e indizi importanti sul rischio di collisioni con le imbarcazioni.
È emerso che il battito cardiaco della balenottera varia in modo significativo in funzione della sua posizione nell’acqua. Durante l’immersione in profondità, il cuore rallenta fino a circa cinque battiti al minuto. Durante la risalita, la frequenza aumenta raggiungendo circa otto battiti. Subito prima e subito dopo l’emersione in superficie, il battito può invece accelerare fino a circa venticinque battiti al minuto.
Questo rallentamento durante l’immersione si chiama bradicardia da immersione. Grazie a questo meccanismo, l’organismo conserva l’ossigeno, indirizzandolo principalmente al cervello e agli organi vitali, mentre il resto dei tessuti funziona in modalità di risparmio energetico. Nei grandi mammiferi marini questo adattamento è straordinariamente sviluppato — ed è esattamente quello che i ricercatori sono riusciti a documentare in dettaglio.
L’analisi dei movimenti corporei e della rotta seguita ha rivelato qualcosa di ulteriore e preoccupante: la balenottera cambia direzione solo quando un’imbarcazione in transito si trova già molto vicina. Ciò significa che per un lungo arco di tempo l’animale nuota quasi in direzione della prua della nave, evitando la collisione solo all’ultimo momento.
Per chi si occupa di conservazione marina, si tratta di un segnale d’allarme inequivocabile. Se il traffico marittimo continuerà ad aumentare, questo margine di sicurezza si ridurrà drasticamente. Semplici misure come la riduzione della velocità delle navi o la modifica delle rotte più frequentate potrebbero concretamente abbassare il numero di collisioni.
Gli scontri con le imbarcazioni in transito provocano un aumento significativo della mortalità delle balenottere rispetto al tasso naturale di decessi. I ricercatori del WWF sottolineano che questo fattore rappresenta attualmente una delle minacce più gravi per la popolazione del Mediterraneo.
Ogni esemplare nel Mediterraneo ha un valore inestimabile
La balenottera comune è il secondo mammifero più grande del pianeta: un esemplare adulto può raggiungere i venti metri di lunghezza e pesare fino a settanta tonnellate. Nonostante queste dimensioni imponenti, la sua popolazione nel Mar Mediterraneo è relativamente ridotta. Gli scienziati la stimano in circa duemila individui.
Le organizzazioni internazionali per la tutela della natura considerano questa popolazione locale come una specie a rischio. Il numero di animali è diminuito in modo significativo rispetto agli anni Ottanta del Novecento. Le principali minacce includono:
- collisioni con navi mercantili e traghetti
- rumore subacqueo che disturba la comunicazione e l’orientamento
- inquinamento chimico e microplastiche
- variazioni nella distribuzione del plancton legate al riscaldamento delle acque
- stress cronico dovuto alla presenza umana sempre più pervasiva
Capire con precisione come l’organismo di questi animali risponde a ciascuno di questi fattori può aiutare a pianificare meglio le aree protette, le rotte marittime e i limiti di velocità. Ed è proprio qui che entra in gioco l'”ascolto” del cuore della balena.
La registrazione dell’attività cardiaca può fungere da indicatore oggettivo del benessere dei grandi mammiferi marini nelle zone maggiormente esposte all’impatto umano. I ricercatori dell’Università di Montpellier sono convinti che questo metodo rappresenti il futuro del monitoraggio della salute delle balene.
Cosa può cambiare grazie ai dati ECG della balena
La nuova tecnica apre diverse strade verso una protezione più efficace. I ricercatori possono verificare in che misura situazioni specifiche — come un rumore improvviso del sonar, il rapido avvicinamento di una grande nave portacontainer o la presenza di imbarcazioni turistiche di piccole dimensioni — si traducano in livelli di stress visibili nel tracciato cardiaco.
Gli stessi dati permettono di valutare se le misure di protezione già adottate stiano effettivamente producendo risultati. Se in una determinata area è stato introdotto un limite di velocità per le navi, è possibile verificare se le balenottere in quella zona nuotino davvero con maggiore calma, senza bruschi picchi del battito cardiaco.
L’esperienza acquisita può essere trasferita ad altre specie, anche quelle che vivono in ambienti completamente diversi — come le acque polari o lungo le rotte delle grandi migrazioni oceaniche. La tecnologia delle ventose sensorizzate può essere adattata a balene più piccole, delfini e persino grandi squali.
I ricercatori stanno già pianificando nuove campagne. L’obiettivo è raccogliere un numero maggiore di registrazioni in situazioni differenti: durante il traffico marittimo intenso, in aree più tranquille, nei periodi in cui le balenottere cacciano più attivamente e durante la stagione riproduttiva. Un campione più ampio di misurazioni consentirà di definire quali valori rientrano nella norma dell’attività cardiaca e quali segnalano invece una condizione di pericolo.
Sulla base di dati così solidi, sarà più facile convincere le autorità marittime e le compagnie di navigazione ad adottare cambiamenti concreti. La creazione di “corridoi silenziosi” per le balene, la chiusura temporanea di determinate aree al traffico commerciale o l’imposizione di limiti di velocità cesserà di essere un’idea astratta per diventare una misura fondata su misurazioni fisiologiche rigorose. L’intera vicenda dimostra quanto la tecnologia possa sostenere la conservazione della natura, quando qualcuno ha il coraggio di uscire dai sentieri battuti.












