Perché sempre più paesi europei proteggono torbiere e foreste primarie come scudi naturali

Un paesaggio di paludi, valli allagate e foreste fitte può fermare un esercito

Un territorio costellato di paludi, valli fluviali sommerse e boschi impenetrabili è capace di rallentare l’avanzata di un esercito nemico con la stessa efficacia dei bunker in cemento armato. I governi europei stanno oggi unendo la tutela ambientale alla difesa del proprio territorio in modi del tutto inediti.

La sicurezza del continente non si gioca più soltanto con carri armati, missili e basi militari. Bruxelles e i governi nazionali hanno iniziato a comprendere che un paesaggio sapientemente modellato può, da solo, complicare la logistica di un aggressore e proteggere le popolazioni civili.

Secondo gli esperti, il ripristino di zone umide, pianure alluvionali e foreste antiche ha un triplice valore. Aiuta ad attenuare gli effetti del cambiamento climatico, accresce la biodiversità e al tempo stesso crea ostacoli fisici invalicabili per i mezzi militari pesanti. La Commissione europea, nell’ambito della protezione della natura, tende sempre più spesso a coniugare tre obiettivi distinti: difesa, biodiversità e adattamento climatico.

Come l’allagamento della pianura fluviale rallentò l’avanzata su Kiev

La guerra in Ucraina ha rappresentato il momento decisivo che ha cambiato la prospettiva. Nelle prime settimane dell’invasione su larga scala, le truppe russe avanzavano verso Kiev puntando su una rapida conquista della capitale. Il comando ucraino scelse allora una tattica che ha dimostrato tutta la potenza del territorio.

Sul fiume Irpin, affluente del Dnepr, l’esercito ucraino fece saltare una diga. L’acqua allagò la valle e i prati si trasformarono in una vasta zona instabile, fatta di fango e acqua stagnante. Un terreno praticabile fino a pochi giorni prima divenne improvvisamente una trappola letale per i mezzi corazzati.

Carri armati e veicoli blindati cominciarono a impantanarsi, e le vie di rifornimento smisero di funzionare secondo i piani russi. Le analisi delle immagini satellitari confermarono che la zona allagata si estendeva per decine di chilometri quadrati. L’intera offensiva dovette essere riorganizzata e il ritmo dell’attacco calò drasticamente.

Gli ucraini sfruttarono anche ciò che il paesaggio già offriva: le vaste aree di torbiera nel nord del paese. Queste zone umide naturali non sono adatte al transito rapido di mezzi pesanti. Il suolo saturo d’acqua inghiotte i veicoli e il loro recupero o riparazione richiede tempi incomparabilmente più lunghi rispetto a qualsiasi variazione di piano sulle mappe dello stato maggiore.

Perché paludi e zone umide sono un ostacolo insormontabile per i blindati

Il suolo delle zone umide contiene quantità enormi di acqua. Quando un veicolo da combattimento del peso di decine di tonnellate vi transita sopra, la pressione fa cedere il terreno. Nemmeno i cingoli larghi dei carri armati riescono a distribuire il peso in modo sufficiente a garantire la mobilità dei mezzi.

Gli eserciti moderni dipendono da linee di rifornimento stabili e affidabili. Carburante, munizioni e ricambi devono arrivare nei tempi previsti. Se i camion non hanno strade percorribili, l’intera offensiva si blocca. Per questo i paesi NATO analizzano da anni la Russia anche sotto il profilo del disgelo stagionale del terreno, la cosiddetta rasputitsa. Un approccio simile sta ora guadagnando rilevanza anche sul fronte europeo occidentale.

Il ripristino delle zone umide può assumere forme molto concrete, tra cui:

  • la chiusura dei vecchi canali di bonifica e il trattenimento dell’acqua nel paesaggio;
  • il recupero dei meandri naturali dei fiumi al posto dei rettifili artificiali;
  • l’acquisto di terreni agricoli nelle zone più depresse delle valli per creare aree di esondazione;
  • la riqualificazione delle torbiere degradate, che dopo il prosciugamento si asciugano per anni.

Tali progetti vengono considerati principalmente lungo il fianco orientale dell’Europa, dai paesi baltici fino ai Balcani. Si parla di sistemi di valli fluviali in cui le esondazioni naturali potrebbero funzionare come una serie di soglie capaci di rallentare l’avanzata di truppe straniere. Ricercatori delle università di Tartu, Varsavia e Bratislava sostengono questi progetti come parte integrante di una difesa territoriale complessa.

Le foreste primarie come zona di protezione naturale contro le invasioni

Il secondo pilastro della cosiddetta difesa verde è rappresentato dalle foreste, in particolare dalle più antiche, composte da alberi cresciuti per decenni o addirittura secoli senza interventi intensivi di abbattimento. La fitta rete di tronchi, sottobosco e legno morto limita la visibilità e lo spazio di manovra. Il movimento di mezzi pesanti in questo tipo di ambiente è difficoltoso e spesso semplicemente antieconomico.

La Polonia occupa un posto peculiare in questo dibattito. All’inizio del 2024, il ministero del Clima ha annunciato lo stop all’abbattimento nelle foreste antiche più preziose. Riguarda solo una piccola parte delle foreste gestite dallo Stato, ma la decisione ha un valore tanto simbolico quanto strategico. Sono coinvolti i complessi di Augustów, la foresta di Knyszyn, le fasce carpatiche e alcune aree nei pressi delle grandi città.

La tutela delle foreste vetuste è diventata qualcosa di più di una disputa sui metri cubi di legname. È una scelta su come concepiamo questi ecosistemi: come scudi viventi del paesaggio e stabilizzatori del clima. I ricercatori dell’Accademia Polacca delle Scienze sottolineano che le foreste antiche trattengono quantità d’acqua nettamente superiori rispetto alle giovani monocolture di abete o pino.

L’esempio più noto della regione rimane la Foresta di Białowieża, patrimonio mondiale dell’UNESCO. Questo ecosistema primordiale mostra come si presenta un ambiente che l’uomo non ha piegato completamente all’economia. La presenza di lupi, linci e bisonti testimonia la sua integrità, mentre la grande quantità di legno morto e la struttura pluristratificata degli alberi creano un ambiente estremamente difficile per il movimento di massa dei veicoli.

Le foreste di questo tipo stabilizzano anche il suolo grazie all’apparato radicale sviluppato, catturano l’acqua piovana e mitigano le ondate di caldo locali. Dal punto di vista della difendibilità, possono svolgere il ruolo di vaste zone che conviene aggirare piuttosto che forzare. Ciò allunga le linee di rifornimento di un potenziale aggressore e concede ai difensori tempo prezioso.

Triplo vantaggio: difesa, clima e biodiversità in un unico pacchetto

Il ripristino di foreste e paludi non è un progetto esclusivamente militare. Fa parte di un mosaico climatico più ampio. Le torbiere immagazzinano quantità enormi di carbonio organico: si stima che contengano circa un terzo del carbonio presente nei suoli terrestri. Quando si prosciugano o vengono bonificate, iniziano a rilasciare intensamente anidride carbonica.

Le aree forestate e le pianure fluviali naturali attenuano gli impatti dei fenomeni meteorologici estremi. Trattengono l’acqua in eccesso durante le piogge intense e la rilasciano gradualmente nei periodi di siccità. Per l’agricoltura, le città e l’industria rappresentano un vero e proprio scudo contro eventi climatici estremi sempre più frequenti.

I documenti della Commissione europea, la direttiva sul ripristino della natura e le strategie nazionali di adattamento al cambiamento climatico considerano il paesaggio con frequenza crescente come un elemento attivo della sicurezza. Gli scienziati dell’Agenzia Europea per l’Ambiente avvertono che un paesaggio eccessivamente artificializzato, con fiumi incanalati, è più vulnerabile agli attacchi improvvisi alle infrastrutture critiche.

Entro il 2030, gli Stati membri dell’Unione europea sono tenuti dalla normativa sul ripristino degli ecosistemi a riportare in buono stato almeno un quinto dei territori degradati. Una parte degli esperti propone che quanti più progetti possibili vengano realizzati proprio nelle zone di confine e lungo le principali rotte di potenziale avanzata militare.

Una nuova visione del territorio richiede il coraggio di decidere

L’intreccio tra pensiero militare ed ecologico solleva anche domande scomode. Un paese sarà disposto ad allagare i propri campi o a sacrificare infrastrutture in caso di conflitto? Come conciliare gli interessi delle comunità locali con la necessità di creare zone di esondazione o proteggere le foreste dal taglio? Sono dilemmi reali, davanti ai quali i governi si trovano già oggi.

D’altro canto, è evidente che un approccio puramente militare alla difesa ha i suoi limiti. I conflitti contemporanei colpiscono sempre più spesso fonti idriche, dighe e reti energetiche. Se il paesaggio è troppo antropizzato e i fiumi sono incanalati, ogni attacco alle infrastrutture critiche porta con sé un rischio maggiore di catastrofe. Gli ecosistemi naturali funzionano come valvole di sicurezza: disperdono l’energia delle alluvioni, dei venti e delle ondate di calore.

Per la Repubblica Ceca, così come per la vicina Polonia e la Slovacchia, il tema della difesa verde ha una dimensione molto pratica. Le decisioni su dove autorizzare bonifiche intensive e dove ripristinare le pianure allagabili, in quali foreste consentire l’abbattimento e quali lasciare intatte, stanno acquisendo importanza non solo per la natura, ma anche per la sicurezza a lungo termine dello Stato.

Nel dibattito pubblico europeo questo tema sta appena emergendo, ma nei documenti strategici e nei piani comunitari appare già con una certa chiarezza. Il paesaggio non è una semplice scenografia per le operazioni militari. È un elemento a pieno titolo del gioco, capace di operare a vantaggio di chi riflette per tempo su fiumi, foreste e paludi — non come ostacoli allo sviluppo, ma come investimento nel futuro e nella sicurezza dei propri confini.

Author

  • Nicolò Balini, meglio conosciuto come Human Safari, è nato nel 1991 a Bergamo ed è considerato il pioniere dei travel vlogger in Italia. Dopo aver studiato nel settore turistico, ha aperto il suo canale YouTube nel 2012, trasformando la sua passione in una professione di riferimento. Nicolò è un esperto di logistica di viaggio, amante dei road trip e della fotografia cinematografica. È famoso per i suoi video "esperienziali" dove testa compagnie aeree, alloggi insoliti e fornisce consigli pratici su come viaggiare low-cost senza sacrificare l'avventura. È anche il fondatore di SiVola, un'importante agenzia di viaggi di gruppo.

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