Dovresti rispondere ad ogni pianto del neonato? Uno nuovo studio divide gli esperti

Un dilemma che si ripete ogni notte in migliaia di famiglie

Migliaia di genitori ci fanno i conti ogni notte. Una recente ricerca condotta da scienziati britannici mette in discussione ciò che per decenni è stato considerato certezza nella psicologia infantile e nella teoria dell’attaccamento.

La domanda non è nuova, ma i dati lo sono: cosa fare con il metodo del “lasciarlo piangere”?

In cosa consiste il metodo “cry it out”

Il metodo noto come “cry it out” prevede che i genitori non rispondano immediatamente al pianto notturno del neonato, lasciandogli la possibilità di addormentarsi da solo. In pratica: il bambino piange e l’adulto aspetta un certo tempo prima di entrare in camera, oppure non vi entra affatto.

Per una parte degli esperti si tratta di un addestramento efficace al sonno. Per altri, invece, è un esperimento rischioso sul cervello di un bambino piccolo. È proprio in questo contesto che emerge la ricerca degli psicologi dell’Università di Warwick, che hanno deciso di verificare quale impatto reale abbiano queste pratiche sullo sviluppo emotivo dei bambini.

I risultati mostrano che ignorare il pianto in modo controllato non comporta necessariamente un legame compromesso o problemi emotivi. Tuttavia, queste conclusioni hanno scatenato accesi dibattiti tra gli studiosi.

Cosa hanno fatto i ricercatori britannici e a cosa sono arrivati

Il team composto da Ayten Bilgin e Dieter Wolke ha seguito lo sviluppo di 178 neonati britannici dalla nascita fino al diciottesimo mese di vita. I genitori descrivevano le proprie abitudini legate all’addormentamento: se rispondevano immediatamente, quanto a lungo aspettavano, con quale frequenza e per quanto tempo il bambino piangeva prima che qualcuno intervenisse.

I ricercatori hanno monitorato tre aree principali:

  • il senso di sicurezza e la qualità del legame con il caregiver
  • i problemi comportamentali
  • le difficoltà emotive alla fine del primo anno e a metà del secondo anno di vita

Nell’analisi pubblicata, gli autori hanno concluso che l’utilizzo di pratiche simili al metodo “cry it out” non era associato a un legame peggiore né a un numero significativamente maggiore di problemi comportamentali o emotivi.

Secondo il team di Warwick, i genitori che a volte lasciano piangere il bambino prima di dormire non devono necessariamente temere di “rovinare il legame affettivo”. Questa tesi contrasta nettamente con le ricerche precedenti — risalenti a qualche decennio fa — sulla teoria dell’attaccamento, che sottolineavano la risposta rapida e coerente ai segnali del neonato come fondamento di uno sviluppo sano.

Lo studio suggerisce che il pianto notturno e le interazioni diurne possono avere effetti diversi sulla psiche del bambino. I ricercatori di Warwick evidenziano che la qualità complessiva della relazione durante il giorno svolge probabilmente un ruolo più significativo rispetto ai singoli episodi notturni.

Perché gli scienziati si sono indignati

La nuova pubblicazione non è passata inosservata nella comunità scientifica. Sulla stessa rivista è apparso rapidamente un commento critico delle ricercatrici Elisabeth Davis e Karen Kramer, specializzate nello sviluppo infantile. Secondo loro, le conclusioni di Warwick sono premature e basate su dati troppo deboli.

Le critiche puntano il dito su diversi problemi fondamentali. Lo studio ha coinvolto soltanto 178 bambini, un campione che le ricercatrici ritengono troppo ridotto per affermazioni così significative. Inoltre, erano i genitori stessi a descrivere le proprie abitudini, il che può risultare impreciso: i genitori stanchi ricordano i dettagli dei risvegli notturni in modo diverso.

Secondo Davis e Kramer, in una famiglia “lasciare piangere” poteva significare tre minuti di mugolii, mentre in un’altra mezz’ora di pianto intenso. Differenze così marcate rendono difficile raggruppare i dati in un’unica categoria e trarre conclusioni generali.

I critici della ricerca sottolineano che senza una definizione chiara è difficile parlare di un vero test del metodo, e non semplicemente di abitudini del sonno molto diverse tra loro. Mancano anche informazioni sulle tecniche specifiche utilizzate dai genitori: alcuni metodi raccomandano di allungare progressivamente gli intervalli, altri prevedono di non entrare mai in camera.

Lo scontro con la teoria classica dell’attaccamento

Le commentatrici richiamano anche una ricerca storica degli anni Settanta, in cui furono osservate 26 coppie madre-bambino. Nei casi in cui il caregiver rispondeva rapidamente al pianto, i bambini di un anno piangevano meno e mostravano segnali più evidenti di attaccamento sicuro. Questo era uno dei pilastri dell’approccio che valorizza la risposta tempestiva ai segnali del neonato.

La nuova ricerca di Warwick si pone in diretto contrasto con questi risultati. Gli autori si difendono affermando di utilizzare metodi più moderni e un campione più ampio, ma riconoscono al tempo stesso la necessità di progetti di ricerca molto più estesi e prolungati nel tempo.

Gli psicologi degli anni Settanta lavoravano con il concetto di responsività sensibile — la capacità del genitore di riconoscere rapidamente i bisogni del bambino e rispondervi in modo adeguato. Questo concetto, elaborato da ricercatori dell’Università di Baltimora, è diventato il fondamento della moderna teoria dell’attaccamento.

I ricercatori di oggi, tuttavia, fanno notare che gli studi di allora si svolgevano spesso in condizioni di laboratorio e potrebbero non riflettere la normale vita domestica. Le famiglie degli anni Cinquanta e Settanta vivevano inoltre in un contesto sociale molto diverso da quello attuale.

Il genitore tra l’esaurimento e il senso di colpa

Questo dibattito lo sentono sulla propria pelle non gli scienziati, ma i genitori che si svegliano per la terza volta nella stessa notte. Da un lato sentono dire che dovrebbero rispondere immediatamente, perché da questo dipende il senso di sicurezza del bambino. Dall’altro, i manuali e alcuni pediatri sottolineano che il bambino deve “imparare a dormire da solo”.

Le conseguenze sono facilmente immaginabili: madri e padri si sentono spesso giudicati qualunque cosa decidano. Se lasciano piangere il bambino perché sono esausti, temono di fargli del male. Se corrono alla culla a ogni rumore, hanno paura di crescere un bambino “incollato” che non dormirà mai tutta la notte.

Per molti genitori ogni notte diventa una prova morale: sono abbastanza sensibile, o già troppo duro? Mi sto prendendo cura di me, o sto trascurando il bambino? Internet non fa altro che alimentare le tensioni.

Sui social media si scontrano gruppi che sostengono la piena responsività a ogni pianto e sostenitori degli approcci comportamentali. Le discussioni degenerano rapidamente in accuse di violenza o di “eccesso di premure”. In un clima simile, è difficile cercare con serenità soluzioni adatte alla propria famiglia.

Gli esperti della Clinica Mayo del Minnesota avvertono che la carenza cronica di sonno nei genitori può portare a depressione, ansia e problemi nella relazione di coppia. Questi rischi devono essere bilanciati con i bisogni del bambino.

Cosa dice davvero la scienza sul pianto notturno

La ricercatrice Ayten Bilgin, in scritti successivi, sottolinea che lo stato attuale delle conoscenze non permette di emettere un verdetto definitivo: né condannare del tutto, né raccomandare senza riserve il metodo “cry it out”. Indica diverse direzioni in cui la ricerca dovrebbe proseguire.

Gli scienziati dovrebbero distinguere il pianto diurno da quello notturno — per il bambino possono essere situazioni completamente diverse. È anche necessario definire con precisione cosa si intende concretamente per “lasciare piangere”: quanti minuti, a quale età, con quale frequenza.

Progetti che coinvolgano migliaia di famiglie seguite per molti anni potrebbero rilevare sottili effetti emotivi a lungo termine. Nel frattempo la scienza rimane nell’incertezza e i genitori si trovano soprattutto a corto di indicazioni chiare.

Per quanto possa sembrare deludente, per molte famiglie può anche rappresentare un certo sollievo. L’assenza di un consenso definitivo significa che adattare la strategia alla propria situazione non è un “errore”, bensì una risposta ragionevole a dati ancora ambigui.

I ricercatori dell’Università di Oxford stanno attualmente preparando un ampio studio longitudinale che seguirà 3.000 bambini dalla nascita ai cinque anni di età, concentrandosi proprio sui diversi metodi di addormentamento e sulle loro conseguenze a lungo termine.

Come trovare nella pratica il proprio modo di gestire il pianto notturno

Gli psicologi infantili propongono sempre più spesso di abbandonare le etichette rigide e il pensiero in bianco e nero. Invece di chiedersi se “si può” lasciare piangere il bambino, suggeriscono di riflettere su alcuni punti chiave.

Quanti mesi ha il bambino e ha problemi di salute o dello sviluppo diagnosticati? Come si comporta durante il giorno — cerca il contatto, risponde al caregiver? I genitori sono estremamente esausti e si avvicinano al limite del burnout? Quanto stress provoca il metodo scelto — riescono ad applicarlo con calma e coerenza?

Gli esperti ricordano che il legame con il bambino non si costruisce esclusivamente di notte. Il clima complessivo della relazione durante il giorno, la quantità di contatto tenero, il gioco, la risposta ai segnali del neonato nelle diverse situazioni — tutto ciò ha un’importanza almeno altrettanto grande quanto la singola decisione di aspettare qualche minuto al secondo pianto della stessa notte.

Una notte difficile con una scelta ardua probabilmente non peserà sull’intera infanzia, mentre la stanchezza cronica e la frustrazione crescente del genitore possono avere un impatto reale. Gli psicoterapeuti del Tavistock Institute di Londra raccomandano ai genitori di trovare un equilibrio tra i bisogni del bambino e la propria salute.

Può essere di grande aiuto anche una consultazione sincera con il pediatra o con uno psicologo infantile che conosca sia le ricerche più recenti sia la pratica clinica con i genitori. Uno specialista del genere può aiutare a distinguere i rischi reali dalle preoccupazioni alimentate dalle opinioni estreme che circolano in rete — e questo è spesso il primo passo verso notti più tranquille, sia per il neonato che per chi se ne prende cura.

Vale la pena ricordare che i metodi di addormentamento funzionano spesso solo per un periodo limitato. Qualcosa che ha funzionato con un neonato di sei mesi potrebbe non andare affatto bene con un bambino di un anno. Invece di cercare un’unica “strategia ideale”, forse è più realistico imparare ad adattarsi con flessibilità e continuare ad apprendere strada facendo.

Author

  • Nicolò Balini, meglio conosciuto come Human Safari, è nato nel 1991 a Bergamo ed è considerato il pioniere dei travel vlogger in Italia. Dopo aver studiato nel settore turistico, ha aperto il suo canale YouTube nel 2012, trasformando la sua passione in una professione di riferimento. Nicolò è un esperto di logistica di viaggio, amante dei road trip e della fotografia cinematografica. È famoso per i suoi video "esperienziali" dove testa compagnie aeree, alloggi insoliti e fornisce consigli pratici su come viaggiare low-cost senza sacrificare l'avventura. È anche il fondatore di SiVola, un'importante agenzia di viaggi di gruppo.

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