Grazie ai roditori il deserto vulcanico è tornato alla vita. Oggi vi crescono 40 mila piante

Un esperimento inaspettato dopo l'eruzione del Mount St. Helens

Gli scienziati volevano semplicemente capire se alcuni piccoli mammiferi potessero aiutare la natura a riprendersi dopo una devastante eruzione. L'esperimento si concluse decenni fa, ma le sue conseguenze sono ancora visibili oggi.

La violenta eruzione del vulcano Mount St. Helens, nello stato di Washington, nel maggio del 1980, distrusse enormi estensioni di foreste e prati. Tutto venne sepolto sotto uno spesso strato di pomice e cenere. Alberi, animali e quasi ogni forma di vita nel suolo perirono. I primi anni successivi all'eruzione apparivano profondamente desolanti.

I team di ricerca botanica registravano soltanto singole piante straordinariamente resistenti, riuscite a mettere radici su una superficie dura e arida. La rigenerazione procedeva lentamente. Parliamo di un territorio privo non solo di semi, ma anche di funghi e batteri essenziali per avviare nuova vegetazione. Nulla sembrava preannunciare un rapido miglioramento.

Possono i piccoli roditori trasformare un intero ecosistema?

Tre anni dopo l'eruzione, un team scientifico propose un'idea che inizialmente suonava piuttosto bizzarra. Su alcune aree selezionate del campo desolato vennero introdotti degli scoiattoli di terra americani — piccoli roditori sotterranei noti per la loro capacità di scavare il suolo e creare sistemi di gallerie e cumuli di terra.

I ricercatori ipotizzavano che, spostando il terreno, i roditori avrebbero portato in superficie residui di materiale fertile e microrganismi dormienti. Si pensava che l'effetto sarebbe stato puntuale e che l'esperimento sarebbe durato poco. Nessuno stava pianificando una grande ricostruzione dell'ecosistema.

Gli scienziati consideravano gli scoiattoli di terra principalmente come escavatori naturali, capaci di riportare in alto il vecchio suolo e creare piccole isole favorevoli al recupero della vegetazione. I roditori vennero introdotti in aree appositamente delimitate, mentre le zone circostanti rimasero intatte per consentire un confronto sull'andamento della rigenerazione.

Da qualche decina di piante a quarantamila in pochi anni

Prima dell'inizio dell'esperimento, i ricercatori avevano contato appena qualche decina di piante nell'area monitorata. Durante le prime stagioni nulla lasciava presagire un cambiamento drastico — ciuffi isolati di erba, qualche raro germoglio. La situazione si ribaltò completamente dopo sei anni.

Secondo un rapporto elaborato presso l'Università della California, le aree gestite dagli scoiattoli di terra erano in quel momento ricoperte da una vegetazione rigogliosa. Le stime parlavano non di decine o centinaia, ma di oltre 40.000 piante su superfici che in precedenza assomigliavano a un deserto.

Il contrasto tra le aree con i roditori e quelle adiacenti non toccate era sconcertante: dove non si era intervenuti, dominava ancora la cenere grigia e vuota. Era diventato improvvisamente evidente che la breve presenza di pochi piccoli mammiferi aveva innescato qualcosa di simile a una valanga ecologica. Erano entrati in scena organismi che raramente finiscono in prima pagina — microbi e funghi del suolo.

L'esercito sotterraneo di batteri e funghi micorrizici

L'effetto più importante dell'attività degli scoiattoli di terra non erano i cumuli di terra in sé, ma ciò che questi portavano in superficie. Nel materiale scavato furono ritrovati batteri e funghi micorrizici — organismi che instaurano relazioni strette con le radici delle piante e le supportano letteralmente in ambienti ostili.

Uno studio pubblicato sulla rivista Frontiers mostra che i filamenti fungini avvolgono le radici e creano una rete di scambio. La pianta fornisce loro i prodotti della fotosintesi e, in cambio, riceve acqua e minerali che da sola non riuscirebbe a raggiungere nel duro suolo vulcanico.

La ricercatrice Emma Aronson aveva segnalato che nei luoghi in cui la rete di filamenti fungini era riuscita a svilupparsi, gli alberi avevano cominciato a tornare con una rapidità sorprendente, formando giovani boschetti in posti che solo pochi anni prima apparivano completamente morti.

  • Nelle zone gravemente danneggiate, i funghi ampliano la superficie assorbente delle radici
  • Aiutano a neutralizzare i composti tossici presenti nella cenere fresca
  • Creano vere e proprie autostrade per il flusso di nutrienti tra le piante
  • Accelerano il ciclo della materia decomponendo aghi morti, rametti e resti di organismi
  • Stabilizzano la struttura del suolo e lo proteggono dall'erosione
  • Permettono alle piante di trattenere meglio l'acqua in ambienti secchi

In alcune zone i giovani alberi comparvero quasi subito dopo il ripristino della vita nel suolo — il territorio non si trasformò nella zona morta permanente che molti temevano.

Perché in altri luoghi non cresce ancora nulla

Il confronto tra i diversi tipi di suolo risultò particolarmente rivelatore. Aronson sottolineava che nelle cosiddette radure — le aree boschive ripulite dagli alberi a seguito dell'eruzione — ancora oggi cresce pochissimo. Mancano le stesse ricche comunità di funghi e batteri che si erano invece sviluppate laddove avevano operato gli scoiattoli di terra.

Al contrario, a poca distanza dai campi desolati, nei resti del vecchio bosco, il suolo pulsa di vita microbica. Le differenze sono visibili nella composizione delle specie, nella densità dei filamenti fungini e nel numero di piccoli organismi. Sono proprio questi ultimi a determinare se un seme abbia o meno la possibilità di germogliare e sopravvivere alle prime stagioni.

La postdottorandessa Mia Maltz, che all'epoca lavorava nel laboratorio di Aronson, sottolinea un ulteriore aspetto: i microrganismi quotidianamente ignorati possono far pendere la bilancia in entrambe le direzioni — sostenere la rigenerazione oppure bloccarla, a seconda di come trattiamo il suolo.

Un breve esperimento con effetti osservabili a 40 anni di distanza

Gli scoiattoli di terra non rimasero nell'area sperimentale per decenni. La loro attività durò un tempo limitato e il progetto in sé non era di grandi dimensioni. Eppure l'influenza di quell'intervento si è rivelata sorprendentemente duratura.

Le analisi condotte a oltre 40 anni dall'eruzione mostrano che le comunità di microrganismi avviate da quei mammiferi scavatori continuano a funzionare. Sostengono la vegetazione, stabilizzano il suolo e contribuiscono a trattenere l'acqua. Il risultato è un territorio che avrebbe dovuto avere grandi difficoltà a riprendersi da una catastrofe, ma che si è trasformato in un mosaico di habitat fiorenti.

Gli scienziati evidenziano che un effetto così duraturo a seguito di un intervento relativamente breve è un caso raro, e invita a riflettere sul modo in cui affrontiamo il ripristino della natura.

Cosa ci insegna l'esperimento vulcanico con gli scoiattoli di terra

La vicenda del Mount St. Helens dimostra che nel recupero delle aree distrutte non è sufficiente la sola presenza di semi o piantine. La chiave si trova più in profondità — nella vita del suolo, che spesso percepiamo come una scatola nera. Senza un adeguato corredo di funghi e batteri, anche le specie vegetali più accuratamente selezionate potrebbero non sopravvivere.

L'esperimento suggerisce anche soluzioni pratiche. Nel ripristino di territori degradati da attività minerarie, incendi o costruzione di strade, vale la pena pensare non solo alla piantumazione di alberi, ma anche all'inoculazione del suolo con microrganismi appropriati o all'utilizzo di scavatori naturali come roditori o lombrichi, laddove sia sicuro farlo.

Non tutti i metodi, però, possono essere replicati in modo diretto. L'introduzione di animali in nuovi territori comporta sempre il rischio che diventino specie invasive e soppiantino la fauna locale. Nel caso del Mount St. Helens si operava in un'area dove quei roditori vivevano naturalmente, quindi l'esperimento consisteva più in un loro anticipato reinsediamento che nell'introduzione di un elemento estraneo all'ecosistema.

A volte può rivelarsi più efficace il trasporto del suolo stesso da siti ricchi e sani verso luoghi danneggiati — microrganismi inclusi. Un numero crescente di progetti di recupero ambientale incorpora già questo approccio, trattando il terreno fertile un po' come un trapianto microbiologico.

Il caso del deserto vulcanico che nel corso di qualche decennio si è trasformato in un mosaico verde dimostra che i piccoli processi nascosti sotto la superficie possono cambiare radicalmente il destino di un paesaggio. Non si tratta solo delle azioni visibili, ma precisamente di ciò che accade nei primi decimetri di terreno sotto i nostri piedi.

Author

  • Nicolò Balini, meglio conosciuto come Human Safari, è nato nel 1991 a Bergamo ed è considerato il pioniere dei travel vlogger in Italia. Dopo aver studiato nel settore turistico, ha aperto il suo canale YouTube nel 2012, trasformando la sua passione in una professione di riferimento. Nicolò è un esperto di logistica di viaggio, amante dei road trip e della fotografia cinematografica. È famoso per i suoi video "esperienziali" dove testa compagnie aeree, alloggi insoliti e fornisce consigli pratici su come viaggiare low-cost senza sacrificare l'avventura. È anche il fondatore di SiVola, un'importante agenzia di viaggi di gruppo.

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