Questi pianeti hanno le maggiori possibilità di vita extraterrestre – la lista degli obiettivi degli scienziati

Un nuovo studio mette ordine nel caos cosmico

Da anni gli astronomi setacciano migliaia di esopianeti conosciuti, cercando di capire dove puntare esattamente i telescopi per trovare tracce di vita. Un recente studio pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Monthly Notices of the Royal Astronomical Society ha finalmente messo ordine in questo caos, costruendo una sorta di selezione ristretta dei candidati più promettenti.

Un team di astronomi ha analizzato gli esopianeti noti sulla base di diversi parametri chiave. L'obiettivo era stabilire quali di essi abbiano davvero senso come potenziali luoghi per la vita e quali siano attraenti solo sulla carta. I ricercatori non volevano tanto speculare su dove la vita potrebbe essere nata, quanto piuttosto indicare dove vale effettivamente la pena cercare segnali biologici con i telescopi attuali e futuri.

Il punto di partenza è stato il filtro più ovvio: la posizione nella cosiddetta zona abitabile. Si tratta della fascia attorno a una stella nella quale l'acqua liquida può esistere sulla superficie di un pianeta. Successivamente i ricercatori si sono concentrati su proprietà più sottili, come la forma dell'orbita e il bilancio energetico del pianeta, ovvero quanta energia raggiunga effettivamente la sua atmosfera e la sua superficie.

Per l'utilizzo pratico, questo aspetto è fondamentale. Il tempo di osservazione di uno strumento come il James Webb Space Telescope è estremamente costoso e prezioso. Un elenco di priorità ben costruito garantisce che gli astronomi non sprechino ore su oggetti che comunque non possono essere analizzati in modo adeguato.

Cosa determina se un pianeta è adatto alla vita

Il semplice fatto che un pianeta si trovi nella zona abitabile non è sufficiente. Si tratta piuttosto di un punto di partenza che di una garanzia. Gli studi più recenti dimostrano che bisogna considerare un intero insieme di condizioni fisiche. I confini della zona abitabile variano in base al tipo di stella: le nane rosse più fredde riscaldano in modo diverso rispetto ai soli caldi e bluastri, poiché emettono lunghezze d'onda differenti. Questo influenza a sua volta il modo in cui si riscalda l'atmosfera del pianeta.

Troppo vicino alla stella: l'acqua evapora e l'atmosfera può raggiungere il punto di ebollizione. Troppo lontano: l'acqua congela e la superficie diventa un deserto di ghiaccio. Nel giusto mezzo: l'acqua può rimanere allo stato liquido, uno dei fondamenti della vita come la conosciamo.

I ricercatori hanno prestato particolare attenzione ai pianeti situati sui bordi interni ed esterni di questa zona. Lì le condizioni tendono a essere meno stabili, ma anche più interessanti dal punto di vista dell'evoluzione ambientale. Un pianeta potrebbe essere stato ospitale per la vita in passato e averla persa, oppure potrebbe stare entrando proprio adesso in un periodo favorevole agli organismi.

Energia: troppa, troppo poca o giusta al punto giusto

Il secondo parametro, altrettanto importante, è la quantità di energia che un pianeta riceve dalla sua stella. Il bilancio energetico determina il clima, la stabilità dell'atmosfera e, in ultima analisi, se la chimica superficiale può supportare l'origine e il mantenimento della vita. I ricercatori hanno cercato di rispondere a questa domanda: a quale livello energetico un pianeta inizia a perdere le possibilità di ospitare vita, e a quale livello non le ha mai avute?

I pianeti che ricevono troppa energia possono passare a uno stato simile a quello di Venere, con un'atmosfera densa e rovente e temperature capaci di fondere i metalli. Al contrario, quelli che ricevono poca energia assomigliano più a Marte, dove l'acqua, se esiste, si trova principalmente sotto forma di ghiaccio o in profondità.

Una delle conclusioni più interessanti riguarda i pianeti con orbite particolarmente allungate e insolite, che meritano anch'essi attenzione. Per anni sono stati considerati meno attraenti, perché la distanza dalla stella cambia drasticamente durante l'orbita. La nuova analisi suggerisce invece che anche questi sistemi esotici possono soddisfare, per una parte dell'anno, le condizioni favorevoli alla vita. Il riscaldamento e il raffreddamento periodici possono creare ambienti complessi ma stabili nel lungo periodo, a patto che l'atmosfera riesca ad attenuare gli estremi.

Il telescopio James Webb come cacciatore di biosegnature

Tutto lo sforzo di selezione dei pianeti avrebbe poco senso senza gli strumenti di osservazione adeguati. Entra in gioco il James Webb Space Telescope, attualmente lo strumento più potente per lo studio delle atmosfere degli esopianeti. Il JWST è in grado di analizzare la luce che attraversa l'atmosfera di un pianeta quando questo transita davanti alla sua stella. Dalle sottili variazioni nello spettro, gli astronomi ottengono informazioni sui gas presenti nell'involucro atmosferico: metano, anidride carbonica, vapore acqueo e, nello scenario ideale, anche ossigeno o ozono, che possono indicare attività biologica.

Il team ha identificato proprio quegli esopianeti le cui atmosfere il JWST e altri telescopi saranno in grado di esaminare con la massima precisione nell'arco del tempo di osservazione disponibile. Questo è particolarmente importante nella pratica: un elenco ben costruito garantisce che le preziose ore non vengano sprecate su oggetti che comunque non forniranno dati di qualità.

I ricercatori si sono ispirati anche al romanzo Project Hail Mary di Andy Weir, noto per le sue idee originali su forme di vita aliene basate su una chimica completamente diversa da quella terrestre. Gli scienziati citano questo romanzo non come una battuta, ma come un promemoria che la realtà può essere ancora più inventiva della letteratura.

Perché restringere la lista degli obiettivi è così importante

A prima vista potrebbe sembrare che più pianeti ci siano, meglio sia. In pratica è un problema enorme. Con diverse migliaia di esopianeti, nemmeno i telescopi più potenti hanno la possibilità di analizzare ciascuno con la dovuta precisione. Filtrare con accuratezza gli oggetti permette di fare diverse cose:

  • concentrare il tempo di osservazione su una manciata o qualche decina dei pianeti più promettenti
  • sviluppare modelli climatici migliori per gli esopianeti, poiché i dati raccolti da pochi obiettivi possono essere generalizzati a una popolazione più ampia
  • verificare diversi scenari di perdita o nascita di condizioni favorevoli alla vita in base al bilancio energetico o ai parametri orbitali
  • massimizzare le possibilità di scoperta di biosegnature nelle atmosfere dei candidati più adatti
  • pianificare future missioni con obiettivi chiari invece di una ricerca casuale
  • utilizzare in modo più efficiente osservatori costosi come il telescopio Hubble o il James Webb Space Telescope

Per capirlo meglio, si può pensare alla ricerca dell'appartamento ideale in una grande città. Prima si sceglie il quartiere, poi il budget e la metratura, infine i dettagli come il rumore, il vicinato e l'accesso ai servizi. Senza questi filtri si girerebbe in tondo all'infinito. Allo stesso modo funziona la selezione degli esopianeti adatti a uno studio dettagliato.

Una mappa per le future missioni spaziali

I nuovi risultati non sono solo una guida su dove puntare i telescopi. Sono anche un piano preliminare per le future missioni spaziali, quelle robotiche e, in una prospettiva molto lontana, forse anche quelle con equipaggio. Gli autori degli studi lo affermano direttamente: se un giorno dovesse essere costruita una nave ultramoderna inviata appositamente alla ricerca della vita, questo elenco di esopianeti rappresenterebbe il miglior insieme di destinazioni possibili.

Questo tipo di ragionamento aiuta già oggi a progettare meglio gli strumenti. Sapere dove saranno dirette le future missioni aiuta a scegliere i parametri dei telescopi, le gamme di lunghezze d'onda a cui essere particolarmente sensibili, e a elaborare strategie di osservazione per i decenni a venire. Ricercatori di università e osservatori di tutto il mondo stanno già adeguando i loro programmi in base a queste priorità.

Poiché la vita è capace di adattarsi a condizioni estreme, vale la pena guardare più in là di semplici copie della Terra. L'elenco preciso dei pianeti del nuovo studio tiene conto anche di quei mondi che non sono repliche ideali del nostro pianeta, ma che soddisfano le condizioni per l'esistenza di una biologia più esotica.

Cosa significa tutto questo per la nostra visione della vita nell'universo

Sebbene i nuovi studi non portino ancora prove dirette dell'esistenza di civiltà aliene, aumentano concretamente le possibilità che nei prossimi decenni si riesca a scoprire almeno forme di vita semplici al di fuori della Terra. Già una minima traccia di gas biologico nell'atmosfera di un esopianeta sarebbe uno dei risultati più importanti nella storia della scienza.

Richiede però pazienza e metodo. Prima la selezione degli obiettivi, poi lunghe ore di osservazione, l'analisi degli spettri, il confronto dei risultati con i modelli. Solo alla fine arrivano conclusioni caute. Il nuovo lavoro degli astronomi dimostra che questo processo può essere accelerato grazie a priorità organizzate in modo razionale.

Per noi abitanti della Terra, questo significa anche qualcosa d'altro: ogni ulteriore esopianeta in questo elenco ristretto ci ricorda che lo scenario in cui la vita è qualcosa di assolutamente eccezionale forse non è poi quello più probabile. E questo cambia il modo in cui guardiamo al nostro pianeta: non come all'unico, ma come a una delle tante potenziali dimore abitate nel cosmo. Forse un giorno scopriremo che i vicini non sono così lontani come pensavamo.

Author

  • Nicolò Balini, meglio conosciuto come Human Safari, è nato nel 1991 a Bergamo ed è considerato il pioniere dei travel vlogger in Italia. Dopo aver studiato nel settore turistico, ha aperto il suo canale YouTube nel 2012, trasformando la sua passione in una professione di riferimento. Nicolò è un esperto di logistica di viaggio, amante dei road trip e della fotografia cinematografica. È famoso per i suoi video "esperienziali" dove testa compagnie aeree, alloggi insoliti e fornisce consigli pratici su come viaggiare low-cost senza sacrificare l'avventura. È anche il fondatore di SiVola, un'importante agenzia di viaggi di gruppo.

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