El Niño potrebbe tornare già nel 2026. Gli scienziati avvertono sulle conseguenze

Segnali chiari dall’oceano: la fase fredda si sta ritirando

Le analisi più recenti di oceanografi e meteorologi rivelano un cambiamento drammatico nel Pacifico tropicale. La fase fredda dell’ENSO si sta indebolendo più rapidamente del previsto, e le temperature dell’acqua in aumento stanno aprendo la strada al ritorno di El Niño.

Per molte regioni del pianeta questo potrebbe tradursi in una redistribuzione delle precipitazioni, nuove siccità e un’altra ondata di caldo record. L’oceano sta già inviando segnali inequivocabili: il sistema climatico terrestre si prepara a un nuovo cambiamento di fase.

L’Organizzazione Meteorologica delle Nazioni Unite ha rilevato che nel dicembre 2025 la superficie del Pacifico nella fascia equatoriale era ancora circa 0,8 °C più fredda rispetto alla media. Solo un mese dopo, questa differenza era scesa a soli 0,3 °C. Un balzo così rapido verso temperature neutre è un segnale evidente che la fase fredda si sta indebolendo molto prima di quanto gli esperti avessero ipotizzato.

Gli scienziati stimano una probabilità di circa il 60–70% di condizioni ENSO neutre nella primavera del 2026, una situazione che storicamente anticipa la transizione verso El Niño. Ogni inversione di questo ciclo produce effetti concreti sull’agricoltura, sull’energia e sull’approvvigionamento idrico a livello globale.

Cosa sta succedendo nel Pacifico: il riscaldamento avanza

Per circa due anni la fase fredda dell’ENSO ha agito come un freno leggero sulle temperature globali sopra il Pacifico tropicale. Ora quel freno sta praticamente scomparendo. I dati della fine del 2025 e dell’inizio del 2026 mostrano un rapido riscaldamento delle acque nella fascia equatoriale dell’oceano.

Il principale responsabile di questa trasformazione è l’indebolimento degli alisei, i venti costanti che soffiano da est verso ovest nella zona equatoriale. Quando sono forti, mantengono le acque più fredde in superficie nella parte orientale del Pacifico. Quando si attenuano, le masse d’acqua più calda degli strati profondi salgono e occupano aree sempre più vaste dell’oceano.

Questo meccanismo non è nuovo, ma la sua velocità questa volta ha sorpreso molti ricercatori. I team internazionali che monitorano il Pacifico tropicale attraverso boe e satelliti registrano cambiamenti quasi settimana dopo settimana. Gli scienziati sottolineano che una dinamica così intensa potrebbe indicare una risposta oceanica sempre più marcata al riscaldamento globale a lungo termine.

L’acqua calda in profondità spinge verso El Niño

Uno dei segnali chiave del prossimo El Niño sono le variazioni di temperatura sotto la superficie. Da gennaio 2026 gli strumenti di misurazione rilevano masse d’acqua significativamente più calde che si spostano verso est, in direzione del Sud America.

Queste “riserve di calore sottomarine” emergono progressivamente verso la superficie. Non appena raggiungono la parte centrale e orientale del Pacifico tropicale, possono innescare il classico meccanismo di El Niño: acqua più calda del normale su un’area oceanica immensa che influenza fortemente la circolazione atmosferica.

I centri di ricerca climatica internazionali registrano una probabilità crescente che questa completa inversione verso El Niño avvenga nella seconda metà del 2026. Gli oceanografi seguono in particolare la profondità dell’anomalia termica e la velocità con cui si propaga.

Per fare un confronto, un impulso termico sottomarino simile aveva preceduto il potente El Niño del 2015–2016, che aveva portato ondate di caldo e precipitazioni estreme in molte parti del mondo. Questa volta gli scienziati si aspettano un episodio più debole o di intensità media, ma la certezza assoluta non è possibile.

Oltre il 60% di probabilità di El Niño entro fine 2026

Le previsioni numeriche attuali convergono in modo abbastanza coerente. I centri specializzati nelle previsioni ENSO stimano che tra luglio e settembre 2026 la probabilità di El Niño superi già il 60%. Per il periodo agosto–ottobre sale a quasi il 70%.

I meteorologi avvertono che la primavera è tradizionalmente la stagione più “difficile” per le previsioni ENSO. Tra marzo e giugno il sistema oceano–atmosfera si comporta in modo eccezionalmente instabile, riducendo l’accuratezza dei modelli. Nonostante questa barriera di incertezza, la maggior parte delle simulazioni disponibili punta nella stessa direzione: verso una fase di riscaldamento.

Gli scienziati si aspettano che il prossimo El Niño sia di debole o media intensità, mentre considerano poco probabile uno scenario di episodio estremo paragonabile agli anni record. Ciò che rimane ancora incerto è la forza precisa del fenomeno, dalla quale dipende l’entità degli impatti su precipitazioni, caldo e tempeste nelle varie parti del pianeta.

Come El Niño trasforma il clima nel mondo

El Niño non è un fenomeno “locale” confinato a un singolo oceano. La vasta chiazza di acqua più calda sopra il Pacifico equatoriale funziona come un enorme riscaldatore che ridisegna la circolazione atmosferica globale. Le conseguenze si avvertono su quasi tutti i continenti.

Il Sud America occidentale registra solitamente precipitazioni più intense, alluvioni lampo più frequenti e frane. Il Sud-Est asiatico e l’Australia tendono a soffrire di siccità, con un rischio più elevato di incendi boschivi e nelle savane. L’Africa orientale, in molti episodi di El Niño, ha registrato un aumento delle piogge, con ricadute sulla pianificazione agricola e sulle infrastrutture.

L’Atlantico tropicale sperimenta un indebolimento della stagione degli uragani, perché a quote di alcuni chilometri compaiono venti verticali più intensi che “spezzano” i cicloni nascenti. Il Pacifico orientale mostra invece una maggiore attività di uragani e tempeste tropicali lungo le coste americane.

  • Gli agricoltori di Perù ed Ecuador contano generalmente su raccolti migliori grazie alle precipitazioni aumentate
  • I coltivatori indonesiani e la popolazione filippina affrontano più spesso carenza di piogge
  • I bacini idrici che si prosciugano causano problemi nell’approvvigionamento di acqua potabile nel Sud-Est asiatico
  • L’Australia affronta un rischio elevato di grandi incendi nelle aree remote
  • I paesi dell’Africa orientale devono adeguare le infrastrutture a causa di alluvioni improvvise
  • Gli stati caraibici registrano una stagione degli uragani atlantici più tranquilla
  • Messico e America Centrale devono fronteggiare tempeste più frequenti dal Pacifico orientale
  • Il Perù registra danni alle infrastrutture causati dalle piogge intense

La stagione degli uragani 2026 sotto la lente

L’imminente inversione verso El Niño interessa anche i meteorologi che monitorano gli uragani atlantici. La storia dimostra che durante le fasi ENSO calde i venti negli strati superiori dell’atmosfera sull’Atlantico si intensificano, destabilizzando le strutture delle tempeste tropicali in formazione.

Il risultato è solitamente una stagione degli uragani più tranquilla nell’Atlantico: meno tempeste raggiungono la categoria di uragano forte e il numero complessivo di cicloni con nome diminuisce. Per gli Stati Uniti e parte dei Caraibi questo potrebbe rappresentare una pausa dopo anni di intensa attività. In compenso cresce il rischio di fenomeni tempestosi sul versante del Pacifico orientale, dove le acque calde favoriscono lo sviluppo delle perturbazioni.

I ricercatori universitari negli Stati Uniti stanno già preparando i modelli per la stagione in corso, confrontando l’evoluzione attuale con i dati storici e cercando analogie con le precedenti transizioni dalla fase fredda a quella neutra e poi calda.

Caldo record nonostante la fase fredda: cosa significa per il futuro

L’aspetto più preoccupante riguarda il legame tra i cicli naturali dell’ENSO e il riscaldamento globale a lungo termine. Il gennaio 2025 è entrato nella storia delle rilevazioni come il gennaio più caldo mai registrato nei dati strumentali, nonostante nel Pacifico prevalesse ancora la fase più fredda.

In teoria la fase fredda dovrebbe abbassare la temperatura media del pianeta di circa 0,1–0,2 °C. In pratica l’effetto si è rivelato troppo debole per impedire nuovi record. Questo significa che il clima globale è già così surriscaldato dai gas serra che nemmeno un episodio periodico di “raffreddamento” riesce a invertire la tendenza, riuscendo solo a smorzarla minimamente.

In questo contesto il ritorno di El Niño nel 2026 aggiunge un altro elemento. Statisticamente questo fenomeno aumenta la temperatura globale di ulteriori decimi di grado. Combinato con il riscaldamento di fondo in corso, gli scienziati si aspettano che il 2026 possa eguagliare o superare gli anni più caldi della storia delle misurazioni.

L’oceano come serbatoio di calore ha i suoi limiti. La maggior parte dell’energia termica in eccesso generata dai gas serra finisce negli oceani, che per ora trattengono un aumento ancora più rapido delle temperature sulle terre emerse. Funziona però come la carica progressiva di un gigantesco accumulatore.

Le acque calde nei tropici alimentano fenomeni sempre più intensi: piogge più violente, cicloni più potenti, ondate di calore più lunghe sulle terre che si affacciano sui mari. Più energia l’oceano accumula, più grande è il “carico” che viene trasferito all’atmosfera durante i successivi episodi di El Niño. Ogni nuovo ciclo caldo sul Pacifico parte da un livello di temperatura di base più alto del precedente.

Cosa significa per l’Italia e l’Europa

L’Europa, compresa l’Italia, si trova lontana dal Pacifico tropicale, quindi l’influenza dell’ENSO è qui prevalentemente indiretta. Eppure una serie di intensi episodi di El Niño è solitamente accompagnata da temperature medie più elevate anche sul nostro continente.

Per l’Italia questo potrebbe significare un’altra estate molto calda, con un rischio maggiore di lunghi periodi di siccità alternati a violenti temporali. Al tempo stesso gli inverni sempre più miti diventano una costante, con ricadute su agricoltura, silvicoltura ed energia.

Il segnale di un possibile ritorno di El Niño nel 2026 viene già utilizzato dagli analisti delle aziende energetiche, dai gestori delle risorse idriche e dai servizi di protezione civile. Per loro avere qualche mese di anticipo è un’opportunità per pianificare le riserve, modernizzare le infrastrutture o rivedere le mappe di rischio alluvionale e incendi.

Gli scienziati seguono con particolare attenzione l’influenza sul regime delle precipitazioni in Europa centrale e meridionale. Le serie di dati a lungo termine mostrano che gli anni con El Niño portano spesso variazioni più estreme: da un giugno con precipitazioni insolitamente abbondanti a un luglio quasi senza pioggia.

Perché una persona comune dovrebbe seguire le previsioni ENSO

Anche se i nomi delle fasi ENSO suonano tecnici, nella pratica si riflettono su qualcosa di molto concreto: i prezzi dei generi alimentari, i costi energetici, la disponibilità di acqua. Un raccolto scarso in Asia può far salire i prezzi del riso o della soia; le alluvioni in Sud America influenzano il mercato del caffè e dello zucchero. Una stagione degli uragani più tranquilla nell’Atlantico ha ricadute sulla sicurezza delle infrastrutture petrolifere e del gas.

In molti paesi il dibattito sul prossimo El Niño non è più solo un argomento per i climatologi, ma è diventato parte integrante della pianificazione economica. Per le persone in Italia è importante almeno una comprensione generale del fatto che la crescita delle temperature globali e i cicli naturali come l’ENSO agiscono insieme.

Ogni episodio caldo sul Pacifico amplifica le tendenze che stiamo già osservando: ondate di calore più lunghe, temperature notturne che non scendono, piogge estreme alternate a siccità. Seguire le informazioni sullo stato dell’ENSO non è quindi una curiosità per appassionati di meteorologia. È uno strumento pratico che aiuta a capire in quale direzione potrebbe evolversi il clima nei prossimi mesi, anche dalla prospettiva della nostra regione e delle decisioni quotidiane, dagli investimenti al semplice consumo di acqua o energia.

Author

  • Nicolò Balini, meglio conosciuto come Human Safari, è nato nel 1991 a Bergamo ed è considerato il pioniere dei travel vlogger in Italia. Dopo aver studiato nel settore turistico, ha aperto il suo canale YouTube nel 2012, trasformando la sua passione in una professione di riferimento. Nicolò è un esperto di logistica di viaggio, amante dei road trip e della fotografia cinematografica. È famoso per i suoi video "esperienziali" dove testa compagnie aeree, alloggi insoliti e fornisce consigli pratici su come viaggiare low-cost senza sacrificare l'avventura. È anche il fondatore di SiVola, un'importante agenzia di viaggi di gruppo.

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