Un’enorme frattura divide l’Africa. Gli scienziati hanno trovato il colpevole nelle profondità della Terra

L’Africa si sta letteralmente spaccando in due

L’Africa orientale si sta frammentando pezzo per pezzo, e il fenomeno è ormai visibile a occhio nudo. Gli scienziati hanno appena identificato la causa profonda di questo processo straordinario.

Su una distanza di migliaia di chilometri si sta sviluppando un sistema di valli, vulcani e fratture che, nel corso del tempo, potrebbe dividere il continente in due masse distinte. Le ricerche più recenti indicano che dietro questo fenomeno imponente — e al tempo stesso pericoloso — si cela una potente corrente di materia incandescente che risale dal mantello terrestre.

Quello che sta accadendo nell’Africa orientale è una delle trasformazioni geologiche più spettacolari dell’intero pianeta. Il continente si sta lentamente separando in due blocchi continentali, e il confine tra essi è una colossale spaccatura: il cosiddetto Grande Rift dell’Africa Orientale, un vasto sistema di faglie e depressioni tettoniche.

La grande spaccatura: dimensioni e caratteristiche

Questa “cucitura” tettonica si estende per circa 3.500 chilometri, attraversando Etiopia, Kenya, Uganda e Malawi. Il suo percorso è segnato da ampie depressioni, faglie e avvallamenti del terreno, accompagnati da un intenso vulcanismo. Le eruzioni frequenti in numerosi punti della zona dimostrano che il sottosuolo di questa regione è straordinariamente attivo.

Il Rift dell’Africa Orientale è uno dei pochi luoghi sulla Terra dove è possibile osservare il processo di rottura di un continente praticamente in tempo reale. La formazione di un rift segue un ciclo geologico ben noto: il continente inizia ad assottigliarsi, compaiono le valli di rift e, con il passare del tempo, la crosta continentale si frattura completamente, lasciando spazio all’ingresso dell’acqua marina e alla nascita di un nuovo oceano.

Perché l’Africa si spezza proprio qui

Sebbene i casi di frammentazione continentale non manchino nella storia geologica della Terra, il meccanismo alla base del Grande Rift dell’Africa Orientale è rimasto a lungo un enigma. Questa regione è diventata un vero e proprio laboratorio naturale per studiare il modo in cui i continenti si dividono in parti più piccole.

Il dibattito principale tra i geologi riguardava la forza motrice del processo. Da un lato, c’era l’ipotesi che tutto avvenisse a livello relativamente superficiale, nella parte superiore del mantello e della crosta, per effetto delle forze tettoniche che agiscono sulle placche litosferiche. Dall’altro, si considerava il ruolo di una profonda corrente calda di materia nel mantello, capace di spingere il continente dal basso, indebolire la crosta e provocarne la rottura.

La seconda ipotesi prevede l’esistenza di un cosiddetto superplume del mantello: una gigantesca “colonna” di roccia incandescente che si innalza dalla zona di confine tra nucleo e mantello fino a raggiungere il sottosuolo dell’Africa orientale. Finora, tuttavia, mancavano dati concreti in grado di collegare direttamente il vulcanismo locale a una sorgente così profonda.

La chiave nascosta nei gas delle profondità terrestri

Un gruppo di ricercatori ha deciso di affrontare il problema da un’angolazione insolita. Invece di concentrarsi esclusivamente sulla morfologia del territorio o sulle onde sismiche, hanno analizzato la composizione chimica dei gas che fuoriescono da un campo geotermico nella porzione keniota della Rift Valley.

Si tratta di gas caldi e vapori che raggiungono la superficie attraverso fratture, fumarole e sorgenti geotermiche. I ricercatori hanno misurato con straordinaria precisione gli isotopi del neon, un elemento inerte particolarmente adatto a tracciare l’origine del materiale proveniente dalle profondità terrestri.

La composizione isotopica dei gas rilevati in Kenya rivela una sorgente sorprendentemente profonda e comune, non solo per quel sito specifico, ma per l’intera estensione della zona di rift. I gas analizzati portano una chiara impronta delle regioni inferiori del mantello terrestre. Ancora più significativo è il fatto che la loro composizione risulta analoga a quella dei gas precedentemente studiati nelle rocce vulcaniche del Mar Rosso a nord e nelle zone vulcaniche del Malawi a sud.

Un unico gigantesco motore sotto l’Africa orientale

Una simile corrispondenza su distanze così enormi suggerisce qualcosa di molto preciso: l’intera zona vulcanica, dal Mar Rosso fino all’estremità meridionale del sistema di rift, potrebbe essere alimentata da un’unica, profonda “autostrada” di materia incandescente.

I geologi la descrivono come un superplume del mantello, ancorato in prossimità del confine tra nucleo e mantello. Si tratta di una struttura più grande e più potente dei tipici plume che spiegano l’esistenza dei classici “punti caldi”, come Hawaii o Islanda. Il superplume sotto l’Africa orientale avrebbe innescato il processo di frammentazione continentale e oggi lo alimenta, fornendo calore e materiale dalle profondità della Terra su un’area vastissima.

In precedenza, gli strumenti sismici avevano già suggerito la presenza di ampie zone insolitamente calde nel mantello sotto l’Africa. L’analisi dei gas aggiunge il tassello mancante: una “firma” chimica che unisce l’attività vulcanica da nord a sud in un unico sistema coerente.

Dai gas alla teoria della tettonica delle placche

Perché l’origine di questi gas è così importante? Senza comprendere la sorgente profonda dell’energia in gioco, è difficile descrivere correttamente il meccanismo di funzionamento dell’intero sistema di rift. Se le forze in causa provengono dalla zona di confine tra nucleo e mantello, questo cambia radicalmente la nostra comprensione del movimento delle placche litosferiche nella regione.

Secondo gli autori della ricerca, i risultati dimostrano che il superplume agisce come un motore che svolge le seguenti funzioni:

  • riscalda e indebolisce la parte inferiore della crosta continentale
  • favorisce l’assottigliamento e la frattura della crosta stessa
  • fornisce il magma responsabile delle numerose eruzioni vulcaniche lungo il rift
  • influenza la direzione e il ritmo del movimento delle placche tettoniche adiacenti

I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica specializzata Geophysical Research Letters, dove sono stati resi disponibili alla vasta comunità di geologi e geofisici che studiano l’interno della Terra.

Cosa potrebbe succedere all’Africa tra milioni di anni

I processi tettonici si misurano in milioni di anni, quindi nel corso della nostra esistenza non accadrà nulla di drammaticamente visibile. Tuttavia, dal punto di vista geologico, l’Africa orientale si trova all’inizio di un percorso che potrebbe concludersi con la nascita di un nuovo oceano.

Se il processo continuerà, nell’arco di decine di milioni di anni potrebbe formarsi nell’Africa orientale un nuovo bacino oceanico, simile all’attuale Mar Rosso. In un futuro ancora più lontano si potrebbe sviluppare un oceano vero e proprio, e la parte orientale del continente potrebbe trasformarsi in una placca continentale indipendente.

La zona del rift è tra le più sismicamente e vulcanicamente attive del pianeta. I terremoti, anche quelli di media intensità, rappresentano una minaccia per infrastrutture e popolazione. Le eruzioni vulcaniche possono distruggere i raccolti, paralizzare il trasporto aereo e costringere gli abitanti a evacuare le proprie abitazioni.

D’altra parte, la stessa energia nasconde un potenziale enorme. I campi geotermici attivi, come quelli del Kenya, sono una fonte di energia elettrica rinnovabile e di calore. In alcuni paesi della regione, le centrali geotermiche stanno diventando un elemento sempre più rilevante nel mix energetico nazionale, contribuendo a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili.

Come gli scienziati leggono le viscere della Terra

Questa ricerca è un ottimo esempio di come diverse discipline scientifiche uniscano le forze per comprendere processi che si svolgono a centinaia, se non migliaia, di chilometri sotto i nostri piedi. I geochimici analizzano la composizione di gas e rocce, i sismologi tracciano il percorso delle onde sismiche, i geofisici costruiscono modelli tridimensionali del mantello e della crosta.

Gli isotopi di neon o elio funzionano come una sorta di “marcatori colorati”: rivelano da quale profondità e da quale serbatoio proviene il materiale che alimenta il magma. Quando questo segnale si ripete in numerosi siti distanti migliaia di chilometri l’uno dall’altro, indica inequivocabilmente l’esistenza di una sorgente comune e profonda nel mantello.

Comprendere un superplume di questa portata è importante non solo per l’Africa. Strutture di questo tipo influenzano il movimento delle placche su scala planetaria e plasmano la distribuzione di continenti, oceani e catene montuose nel corso di miliardi di anni. Per gli abitanti di oggi, però, le implicazioni più concrete riguardano aspetti pratici: dove conviene investire nella geotermia e dove è necessario prestare particolare attenzione ai rischi sismici e vulcanici. Conoscere il “motore” profondo sotto l’Africa orientale aiuta a valutare meglio sia i pericoli che le opportunità di questa straordinaria regione del nostro pianeta.

Author

  • Nicolò Balini, meglio conosciuto come Human Safari, è nato nel 1991 a Bergamo ed è considerato il pioniere dei travel vlogger in Italia. Dopo aver studiato nel settore turistico, ha aperto il suo canale YouTube nel 2012, trasformando la sua passione in una professione di riferimento. Nicolò è un esperto di logistica di viaggio, amante dei road trip e della fotografia cinematografica. È famoso per i suoi video "esperienziali" dove testa compagnie aeree, alloggi insoliti e fornisce consigli pratici su come viaggiare low-cost senza sacrificare l'avventura. È anche il fondatore di SiVola, un'importante agenzia di viaggi di gruppo.

Scroll to Top