Come i citelli salvarono un vulcano distrutto. L’effetto dura da 43 anni

Un esperimento straordinario i cui risultati si vedono ancora oggi

Uno studio condotto dopo 43 anni rivela che questo insolito esperimento si è dimostrato uno dei metodi più efficaci per riportare la vita sui pendii del Monte St. Helens. Quei roditori, solitamente considerati dei veri e propri parassiti, sono diventati silenziosi alleati di un ecosistema che tornava a respirare.

La natura sa sorprendere con la sua capacità di rigenerarsi, soprattutto quando riceve un piccolo aiuto — e non sempre attraverso metodi convenzionali. Alcuni ricercatori californiani e di altre istituzioni scelsero una strada inaspettata, puntando su piccoli scavatori che gli agricoltori di tutto il mondo tendono a detestare.

Dopo l’eruzione del Monte St. Helens, i biologi si aspettavano che il recupero della natura richiedesse decenni, se non secoli interi. Il suolo era sterile, impoverito, privo dello strato vitale di microrganismi che in condizioni normali forniscono alle piante i minerali necessari. Nei primissimi anni dopo l’esplosione, sull’intera distesa rocciosa si contavano appena poche decine di piante isolate.

Il vulcano che trasformò il paesaggio in un deserto lunare

Il 18 maggio 1980, il vulcano Monte St. Helens, nello stato di Washington, esplose con una potenza che entrò nella storia. Cinquantasette persone persero la vita e una porzione enorme delle foreste circostanti si ridusse a cenere grigia. Una colata di cenere e rocce incandescenti ricoprì il territorio con uno spesso strato di pomice. Piante e animali scomparvero, e il luogo iniziò a somigliare alla superficie di un altro pianeta.

La pomice coprì i pendii della montagna con uno strato che sembrava impenetrabile a qualsiasi forma di vita. Il paesaggio ricordava più la superficie della Luna che le colline boscose dello stato di Washington che esistevano prima. I turisti che visitarono il sito nei mesi successivi alla catastrofe descrivevano un silenzio assoluto — nessun uccello, nessun insetto, solo il vento che fischiava tra le pietre nude.

Scienziati dell’Università della California e di altri centri di ricerca studiarono l’entità della devastazione cercando modi per accelerare il ritorno della vita. I metodi tradizionali, come il trasporto di terra fertile o la piantagione massiccia di vegetazione, sarebbero stati costosi e probabilmente inefficaci in condizioni così estreme.

Un’idea folle: rimescolare il suolo con i citelli

Un gruppo di ricercatori della California e di diverse altre istituzioni cercava un modo per accelerare il ritorno della vita sui pendii della montagna. Invece di macchinari pesanti o fertilizzanti, optarono per qualcosa di molto più piccolo e dinamico: roditori scavatori, nello specifico i citelli.

Gli scienziati ipotizzavano che l’intensa attività di scavo dei citelli avrebbe portato in superficie frammenti di suolo antico e più fertile, insieme a batteri e funghi sopravvissuti sotto lo strato di cenere. Michael Allen, microbiologo dell’Università della California, ammise anni dopo di aver puntato esattamente su questo effetto di “rimescolamento” del sottosuolo.

Nel maggio del 1983, tre anni dopo l’eruzione, i ricercatori trasportarono un gruppo di citelli su due appezzamenti separati ricoperti di pomice. Gli animali vi trascorsero un solo giorno. Un episodio brevissimo per un essere umano, ma che per quel suolo devastato si rivelò un impulso straordinariamente potente. In un singolo giorno, i citelli scavarono intensamente, crearono tunnel e spostarono materiale da diversi strati del terreno.

Al termine dell’esperimento, i ricercatori rimossero i citelli e lasciarono che la natura mostrasse cosa sarebbe accaduto. In un primo momento non si notarono cambiamenti evidenti. Il paesaggio circostante restava arido e grigio, la pomice dominava ancora la superficie e solo in rarissimi punti germogliava qualche seme.

Il citello: il “parassita” che ha ribaltato il suo ruolo

Nella vita ordinaria, i citelli sono considerati una piaga dagli agricoltori. Scavano gallerie, scalzano le radici, distruggono i raccolti. In questo caso, il loro comportamento naturale — scavare e rimescolare la terra — divenne un prezioso servizio ecologico.

  • portavano in superficie strati di suolo più profondi e antichi
  • rompevano la crosta compatta di cenere e pomice
  • creavano micro-habitat capaci di trattenere l’acqua
  • facilitavano la penetrazione dei semi negli strati più profondi
  • portavano in superficie spore di funghi e batteri dagli strati meno danneggiati
  • aeravano il materiale compattato
  • generavano piccole irregolarità nel terreno dove si accumulavano residui organici

Ogni tunnel, ogni mucchietto di terra smossa rappresentava un punto in cui l’acqua poteva filtrare più in profondità, dove i semi trasportati dal vento dai dintorni potevano attecchire. Grazie al lavoro dei citelli, la struttura del suolo si trasformò da materiale compatto e inerte in un ambiente con un microclima favorevole ai microbi.

Questo effetto non fu né immediato né spettacolare. Il suolo appariva ancora grigio, con qualche macchia più scura qua e là, nei punti in cui i citelli avevano portato alla luce gli strati più profondi. Nessuno tra i ricercatori immaginava quanto profonda sarebbe stata la differenza prodotta da quel singolo giorno di lavoro dei roditori.

Sei anni dopo: 40.000 piante dove prima c’era solo deserto

I risultati dell’esperimento superarono ogni aspettativa. Quando gli scienziati tornarono sugli stessi appezzamenti sei anni dopo, si trovarono di fronte a un paesaggio completamente diverso. Dove in precedenza crescevano poche decine di piante, ne contarono circa 40.000 esemplari appartenenti a numerose specie.

I dintorni sembravano ancora morti e sterili, ma i due appezzamenti in cui si erano mossi i citelli rigogliavano di verde. La differenza era quella tra un deserto e una giovane foresta. Le piante non erano semplicemente “apparse dal nulla”: si mantenevano e colonizzavano gradualmente porzioni sempre più ampie di terreno.

Man mano che la vegetazione si espandeva, tornarono gli insetti, comparvero gli uccelli e con loro anche gli animali di taglia maggiore. Quell’esperimento di un solo giorno aveva innescato un’intera catena di trasformazioni. Negli appezzamenti dove i citelli non avevano lavorato, la situazione rimase praticamente invariata — ancora poche piante solitarie e terra grigia.

Gli scienziati cominciarono a indagare cosa stesse accadendo esattamente sotto la superficie. Prelevarono campioni di suolo e ne analizzarono la composizione. Scoprirono che nei punti in cui avevano scavato i citelli si registrava una concentrazione molto più elevata di microrganismi, un maggior contenuto di sostanza organica e una struttura del suolo nettamente migliore.

Gli alleati microscopici: i funghi micorrizici

Un nuovo studio pubblicato sulla rivista scientifica Frontiers illustra ciò che accadde sotto la superficie nei decenni successivi. La chiave si rivelò essere i funghi micorrizici, che vivono in simbiosi con le radici delle piante.

La loro funzione in natura è semplice ma straordinariamente efficace: la rete di filamenti fungini amplia il raggio d’azione delle radici, aiutando le piante ad assorbire acqua e minerali. In cambio, il fungo riceve dalla pianta una quota degli zuccheri prodotti attraverso la fotosintesi. I ricercatori scoprirono che nei luoghi in cui avevano lavorato i citelli, la comunità di microrganismi si era sviluppata in modo eccezionalmente rigoglioso.

I funghi micorrizici aiutavano gli alberi a crescere rapidamente, a sfruttare gli aghi e le foglie cadute sul suolo, e l’intero processo di rigenerazione procedeva a un ritmo notevolmente più veloce rispetto alle aree vicine non toccate dai roditori. Emma Aronson, coautrice dello studio, sottolinea che in molti punti sui pendii della montagna gli alberi stavano tornando con una rapidità sorprendente.

Gli aghi caduti a terra diventavano nutrimento per i funghi, che a loro volta fornivano agli alberi fosforo, azoto e altri elementi essenziali. Questo silenzioso ciclo della materia alimentava il recupero della foresta. I ricercatori scoprirono inoltre che le reti micorriziche collegavano le singole piante tra loro, permettendo loro di condividere nutrienti e persino segnali chimici.

Gli alberi che si rifiutarono di morire

Nelle zone interessate dall’esperimento, non si avverò lo scenario più cupo della “montagna morta per generazioni”. La vegetazione tornò molto più velocemente di quanto si ipotizzasse all’inizio degli anni Ottanta. Abeti di Douglas, pini e altri conifere cominciarono a crescere a un ritmo che sorprese anche gli ecologi forestali più esperti.

Mia Maltz dell’Università del Connecticut sottolinea una conclusione fondamentale: non si può osservare la natura guardando esclusivamente agli organismi visibili a occhio nudo. La maggior parte dei processi avviene nel suolo, su scala microscopica — là dove lavorano batteri e funghi, costruendo le fondamenta per tutto il resto.

Le giovani piantine che attecchirono nel suolo arricchito dall’azione dei citelli mostravano un apparato radicale più robusto e una maggiore resistenza alla siccità. Le analisi dei tessuti rivelarono una concentrazione di nutrienti superiore rispetto ad alberi analoghi cresciuti in suolo non trattato. L’intero ecosistema entrò in una spirale positiva: più piante significavano più sostanza organica, che nutriva più microrganismi, i quali a loro volta sostenevano ulteriori piante.

Cosa significa tutto questo per il futuro del ripristino della natura

Questo tipo di esperimenti ha un valore pratico che va ben oltre i pendii del Monte St. Helens. Un numero crescente di territori nel mondo subisce ogni anno processi di distruzione: a causa di incendi, uragani, catastrofi industriali o sfruttamento intensivo. Gli scienziati cercano metodi che non si limitino a “inverdire” temporaneamente un paesaggio, ma che inneschino processi duraturi di auto-rinnovamento degli ecosistemi.

Lavorare con scavatori naturali come i citelli, gli scoiattoli di terra o alcune specie di roditori potrebbe diventare uno degli strumenti a disposizione. Anziché livellare il terreno e importare terra fertile con i camion, si potrebbe provare a sostenere quegli organismi capaci di migliorare la struttura del suolo dall’interno. È un approccio più economico, meno invasivo e meglio adattato alle condizioni locali.

Allo stesso tempo, lo studio del ruolo dei funghi micorrizici apre la strada a un ripristino forestale più consapevole. Invece di limitarsi a piantare giovani alberi, si parla sempre più spesso di “inoculare” il suolo con i funghi appropriati o con batteri del terreno. In questo modo, le giovani piante avrebbero fin dall’inizio al loro fianco partner microscopici capaci di aiutarle a sopravvivere alla siccità e a condizioni di scarsa fertilità. A volte basta dare alla natura l’impulso giusto e lasciarle fare il resto del lavoro da sola.

Author

  • Nicolò Balini, meglio conosciuto come Human Safari, è nato nel 1991 a Bergamo ed è considerato il pioniere dei travel vlogger in Italia. Dopo aver studiato nel settore turistico, ha aperto il suo canale YouTube nel 2012, trasformando la sua passione in una professione di riferimento. Nicolò è un esperto di logistica di viaggio, amante dei road trip e della fotografia cinematografica. È famoso per i suoi video "esperienziali" dove testa compagnie aeree, alloggi insoliti e fornisce consigli pratici su come viaggiare low-cost senza sacrificare l'avventura. È anche il fondatore di SiVola, un'importante agenzia di viaggi di gruppo.

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