Come lo yak di montagna protegge il suo cervello e offre speranza alla medicina

Un animale straordinario ad alta quota

Là dove la maggior parte degli esseri umani avverte vertigini e affanno, un particolare animale se la cava sorprendentemente bene con la scarsità di ossigeno. Gli scienziati hanno individuato nello yak un meccanismo genetico capace di rivoluzionare il trattamento delle malattie neurologiche.

Il corpo umano fatica già a quote comprese tra i 2.000 e i 3.000 metri: mal di testa, stanchezza e capogiri diventano compagni frequenti. Superati i 4.000 metri, il cervello va incontro a un sovraccarico reale. Il responsabile è l’ipossia, ovvero la condizione in cui i tessuti ricevono quantità insufficienti di ossigeno.

Il sistema nervoso è quello che paga il prezzo più alto. I neuroni sono cellule particolarmente esigenti: richiedono un rifornimento continuo di ossigeno e glucosio. Quando l’ossigeno scarseggia, le cellule nervose reagiscono in modo caotico — inviano impulsi con frequenza eccessiva, consumano enormi quantità di energia e producono molecole tossiche. Questo processo, noto come eccitotossicità, porta progressivamente alla morte dei neuroni.

Alcune specie montane, però, sembrano seguire tutt’altro copione. Lo yak, che vive stabilmente oltre i 4.000 metri, appare resistente a questo tipo di sovraccarico. Il suo sistema nervoso funziona in modo stabile là dove quello umano lancerebbe già segnali d’allarme. Un team internazionale di ricercatori tra Cina e Stati Uniti ha deciso di scoprire da dove nasce questa straordinaria resilienza.

Come il cervello risponde alla carenza di ossigeno

L’ipossia non distrugge il cervello all’improvviso. Prima ne altera l’attività elettrica, poi subentra il danno permanente. I neuroni sono particolarmente sensibili alla mancanza di ossigeno e glucosio: quando questi nutrienti scarseggiano, le cellule nervose entrano in uno stato di eccitotossicità.

Questo processo implica un rilascio eccessivo di neurotrasmettitori — soprattutto glutammato — nello spazio sinaptico. I neuroni reagiscono in modo troppo intenso, esaurendo le riserve energetiche più rapidamente di quanto l’organismo riesca a ricostituirle. Il risultato è una degenerazione progressiva delle cellule nervose.

Ricercatori delle università di Pechino e del Colorado si sono chiesti perché certi mammiferi riescano a bloccare o almeno a rallentare sensibilmente questo processo. La loro attenzione si è concentrata proprio sullo yak, il massiccio cugino bovino dell’Himalaya, che abita quote dove l’ossigeno disponibile è appena la metà rispetto al livello del mare.

Il gene RETSAT: una piccola modifica dal grande impatto

I ricercatori hanno dapprima sequenziato il genoma dello yak e lo hanno confrontato con quello di altri mammiferi che vivono principalmente in pianura. Tra le numerose differenze individuate, una mutazione ha catturato l’attenzione in modo particolare: una variazione nel gene denominato RETSAT. Questo gene governa processi intracellulari legati al metabolismo dei derivati della vitamina A e alla loro influenza sui neuroni.

Nello yak, il gene RETSAT opera in una modalità “potenziata”. Modifica la risposta delle cellule nervose allo stress ossidativo, ovvero ai periodi di carenza di ossigeno. Nella maggior parte dei mammiferi, un calo di ossigeno provoca un’impennata nell’attività neuronale, mentre nello yak produce un’eccitazione più contenuta, senza scariche violente.

Il risultato è un minor consumo energetico e danni ridotti al tessuto nervoso. Gli scienziati dell’Accademia cinese delle scienze hanno pubblicato i loro risultati su una rivista di biologia evolutiva, sottolineando che questo meccanismo rappresenta un autentico “freno naturale” per un cervello in surriscaldamento.

  • Nella maggior parte dei mammiferi, la carenza di ossigeno scatena un’attività neuronale a valanga
  • Nello yak, il gene RETSAT modificato attenua le scariche elettriche eccessive
  • Le cellule nervose dello yak consumano meno energia in condizioni di ipossia
  • Non si verifica accumulo di molecole tossiche nei neuroni
  • Il cervello dello yak sopravvive a periodi prolungati di carenza di ossigeno
  • Il sistema nervoso rimane funzionale anche oltre i 5.000 metri di quota
  • La pressione evolutiva nell’Himalaya ha consolidato questa mutazione vantaggiosa nella specie

Dal bestiame d’alta quota alle malattie umane

A prima vista, trovare un collegamento tra un animale dell’altopiano tibetano e un paziente con una malattia neurologica può sembrare arduo. Eppure, analizzando i processi interni ai neuroni, le somiglianze risultano sorprendentemente numerose. In molte patologie neurologiche emerge uno schema ricorrente: i neuroni si comportano in modo iperattivo, reagiscono in maniera sproporzionata agli stimoli, consumano energie eccessive e iniziano a degenerare.

I ricercatori hanno identificato questo schema comune nella sclerosi multipla, in alcune forme di epilessia, nei danni cerebrali da ictus e nelle lesioni del midollo spinale. Anche se la causa è diversa dall’altitudine — infiammazione, trauma o disturbi metabolici — l’effetto finale è spesso identico: l’eccitotossicità distrugge le cellule nervose.

La mutazione dello yak dimostra che è possibile intervenire direttamente sull'”impianto elettrico” dei neuroni, limitando la cascata di reazioni distruttive. Il RETSAT modificato ristabilisce l’equilibrio tra eccitazione e inibizione — un ambito su cui i neurologi si interrogano da anni, senza però disporre finora di un modello naturale di protezione così efficace.

La dottoressa Zhang dell’Università di Pechino spiega che il gene RETSAT influenza la sensibilità dei recettori nelle membrane neuronali. Quando viene attivato nella modalità propria dello yak, le cellule mostrano una resistenza superiore allo stress ossidativo. Questa scoperta apre la strada a un approccio completamente nuovo in neurologia.

Come trasformare questa conoscenza in terapia

Le terapie attuali per molte malattie del sistema nervoso puntano principalmente a contenere l’infiammazione, modulare il sistema immunitario o migliorare l’afflusso di sangue al cervello. I medici cercano di prevenire la formazione di nuovi focolai di danno o di rallentarne la progressione. I risultati della ricerca sullo yak introducono però un’idea diversa: invece di spegnere l’incendio nel vicinato, si potrebbe proteggere direttamente l’impianto elettrico.

Se i neuroni fossero meno vulnerabili al sovraccarico e alla carenza di ossigeno, sopravviverebbero a un maggior numero di episodi stressanti senza riportare danni permanenti. I ricercatori non intendono modificare il genoma umano sul modello dello yak — operazione estremamente rischiosa ed eticamente problematica. L’obiettivo è piuttosto comprendere quali vie metaboliche e quali recettori mediano l’azione del RETSAT.

Dopodiché, gli scienziati cercano molecole capaci di “ricalibrar” gli stessi regolatori in modo delicato. Le ricerche preliminari si concentrano su sostanze che influenzano il metabolismo dei derivati della vitamina A e la loro interazione con i recettori neuronali. Quando queste molecole sono state somministrate in laboratorio, le cellule nervose hanno effettivamente risposto allo stress da ipossia in maniera più calma e controllata.

Non si tratta ancora di un farmaco, ma è la prova che la direzione di ricerca è promettente. L’elemento cruciale è l’approccio preventivo: limitare il danno nel momento in cui lo stress inizia ad agire, invece di riparare il cervello mesi o anni dopo. Potrebbe essere un cambiamento radicale nel trattamento sia dei traumi neurologici acuti sia delle malattie croniche.

Opportunità e rischi della nuova strategia

Il cervello funziona grazie a un equilibrio preciso. Un’attività nervosa troppo bassa provoca sonnolenza, problemi di memoria e persino depressione. Un’attività troppo elevata porta a crisi epilettiche o alla progressiva degenerazione neuronale. Qualsiasi terapia “calmante” per i neuroni deve dunque agire in modo molto selettivo.

I ricercatori sottolineano che i futuri farmaci ispirati al meccanismo del gene dello yak dovrebbero intervenire brevemente, durante i momenti di massimo stress cerebrale. Dovrebbero essere diretti a regioni specifiche del sistema nervoso, evitando un’inibizione prolungata dell’attività che potrebbe compromettere le funzioni cognitive. Questi “freni di precisione” potrebbero trovare impiego, ad esempio, nei reparti di terapia intensiva.

Il trattamento dell’ictus, degli arresti cardiaci o dei gravi traumi cranici potrebbe beneficiare enormemente di questa scoperta. La finestra temporale immediatamente successiva all’evento spesso determina se il paziente recupererà la piena autonomia o riporterà deficit permanenti. Neurologi del Massachusetts General Hospital stanno già sperimentando approcci simili su modelli di ictus ischemico.

Per la medicina si tratta di una lezione preziosa: le soluzioni che gli esseri umani cercano in laboratorio per decenni, la natura le testa spesso per centinaia di migliaia di anni. Comprendere questi “brevetti biologici” non sostituisce il lavoro sui nuovi farmaci, ma può accorciare il percorso ed evitare molti vicoli ciechi. L’ingegneria evolutiva negli ambienti estremi degli altopiani tibetani ha creato un meccanismo che oggi affascina scienziati di tutto il mondo.

Cosa ci racconta l’evoluzione su noi stessi

La storia del gene RETSAT dello yak illustra fino a che punto possa spingersi l’adattamento evolutivo quando l’ambiente è davvero implacabile. Sugli altopiani montani dell’Asia, hanno avuto successo gli individui il cui cervello tollerava meglio la carenza di ossigeno. Nel corso del tempo, questa variazione genetica vantaggiosa si è stabilizzata nell’intera popolazione.

Per il lettore comune, forse il pensiero più affascinante è un altro: nella prospettiva dei prossimi anni, la cura delle malattie neurologiche potrebbe assomigliare sempre più alla messa a punto di uno strumento delicato, piuttosto che a una riparazione grossolana dopo un disastro. Lo yak, plasmato dalla vita in alta montagna, diventa così un alleato inaspettato in questo cambiamento di paradigma.

Sarà interessante osservare con quale velocità i risultati provenienti dall’Himalaya raggiungeranno le cliniche neurologiche. Forse nel giro di pochi anni i medici avranno a disposizione sostanze capaci di aiutare il cervello a resistere meglio allo stress acuto, che provenga dall’altitudine, da un trauma o da una malattia.

Author

  • Nicolò Balini, meglio conosciuto come Human Safari, è nato nel 1991 a Bergamo ed è considerato il pioniere dei travel vlogger in Italia. Dopo aver studiato nel settore turistico, ha aperto il suo canale YouTube nel 2012, trasformando la sua passione in una professione di riferimento. Nicolò è un esperto di logistica di viaggio, amante dei road trip e della fotografia cinematografica. È famoso per i suoi video "esperienziali" dove testa compagnie aeree, alloggi insoliti e fornisce consigli pratici su come viaggiare low-cost senza sacrificare l'avventura. È anche il fondatore di SiVola, un'importante agenzia di viaggi di gruppo.

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