Nuovi composti nel caffè potrebbero funzionare meglio dei farmaci per il diabete

Una scoperta sorprendente nei chicchi di arabica tostati

Ricercatori cinesi hanno isolato da chicchi di arabica tostati alcune sostanze fino ad ora sconosciute, capaci di bloccare in laboratorio un enzima fondamentale legato al diabete di tipo 2 con maggiore efficacia rispetto a un farmaco comunemente utilizzato. Gli esperti, tuttavia, sottolineano che la strada verso un impiego clinico reale è ancora molto lunga.

La tazzina di caffè quotidiana potrebbe avere un effetto sulla glicemia decisamente più rilevante di quanto si pensi. Da tempo è noto che i bevitori abituali di caffè soffrono di diabete di tipo 2 con frequenza statisticamente inferiore, ma fino a poco fa nessuno riusciva a spiegarne con precisione il motivo.

Il diabete di tipo 2 è tra le malattie croniche più diffuse al mondo. Si caratterizza per un livello costantemente elevato di glucosio nel sangue, che danneggia vasi sanguigni, reni, occhi e cuore. I medici ricorrono spesso a farmaci che rallentano la scomposizione dei carboidrati nell’intestino, così che il glucosio salga più lentamente dopo i pasti. Finora si parlava genericamente di antiossidanti, caffeina e polifenoli. Ora è emerso un candidato in grado di spiegare questo fenomeno con molto maggiore precisione.

I ricercatori del Kunming Institute of Botany hanno applicato una strategia avanzata di analisi della composizione chimica del caffè, isolando tre esteri diterpenici del tutto inediti, denominati caffaldehyde A, B e C. Queste molecole bloccano l’enzima che scinde i carboidrati in modo più potente rispetto al farmaco di confronto usato in diabetologia.

Perché i ricercatori studiano così intensamente il caffè in relazione al diabete

L’arabica è una delle varietà di caffè più coltivate al mondo e viene consumata ogni giorno in miliardi di tazze. Da anni gli studiosi cercano di capire perché chi beve caffè regolarmente mostri un rischio ridotto di sviluppare il diabete di tipo 2. Studi statistici condotti su centinaia di migliaia di persone confermano ripetutamente questa correlazione, ma il meccanismo biologico preciso era rimasto oscuro.

Il team del Kunming Institute of Botany ha utilizzato un’analisi estesa che comprendeva la separazione degli estratti in frazioni, la profilazione tramite risonanza magnetica nucleare e l’elaborazione di dati di spettrometria di massa. In pratica si tratta di un “setaccio” a più livelli applicato a migliaia di composti presenti nella bevanda, con l’obiettivo di identificare le sostanze responsabili dell’effetto protettivo osservato.

I ricercatori hanno dapprima individuato le frazioni in grado di inibire più efficacemente l’attività dell’enzima alfa-glucosidasi, fondamentale per la digestione dell’amido nell’intestino tenue. Da queste frazioni hanno poi isolato tre sostanze sconosciute, sottoponendole a un’analisi chimica dettagliata. Tutte e tre le molecole condividono la stessa struttura di base, differendo solo per la lunghezza della catena di acidi grassi collegata.

Cosa hanno scoperto esattamente nei chicchi di arabica tostati

Caffaldehyde A, B e C condividono lo stesso scheletro chimico, ma la loro attività biologica differisce in modo significativo a causa di piccole variazioni strutturali. Queste differenze, apparentemente minime, influenzano notevolmente la capacità di legarsi all’enzima intestinale. I ricercatori hanno misurato il cosiddetto valore IC50, ovvero la concentrazione necessaria per inibire la metà dell’attività enzimatica.

Più basso è il valore IC50, più potente è l’effetto inibitore della sostanza. Il caffaldehyde A ha raggiunto un valore di 45,07 micromoli per litro, il caffaldehyde B di 24,40 micromoli per litro, e il più efficace caffaldehyde C soltanto 17,50 micromoli per litro. Per il confronto è stata utilizzata l’acarbosio, un noto farmaco impiegato nella terapia del diabete di tipo 2.

I risultati hanno dimostrato che tutti e tre i caffaldehyde inibivano l’enzima con maggiore intensità rispetto al farmaco di riferimento. In condizioni di laboratorio, quindi, queste sostanze presenti nel caffè si sono rivelate potenziali candidate come componenti di nuovi prodotti alimentari destinati a persone con disturbi del metabolismo dei carboidrati. I ricercatori sottolineano, però, che si tratta per ora soltanto di risultati ottenuti in vitro.

I nuovi composti del caffè funzionano davvero meglio dei farmaci antidiabetici

La domanda centrale per i ricercatori era chiara: questi nuovi composti possono competere realmente con un farmaco? L’enzima è stato testato in forma purificata, non nell’ambiente complesso dell’intestino tenue dove agiscono acidi biliari, batteri e altri componenti alimentari. Ciò significa che non si può dare per scontato lo stesso effetto nel corpo umano.

Le prossime fasi della ricerca dovranno rispondere ad alcune domande fondamentali:

  • Quali concentrazioni di caffaldehyde si trovano effettivamente in una bevanda preparata con la moka, la macchina espresso o il filtro
  • Se questi composti resistono alle condizioni digestive dello stomaco e dell’intestino senza decomporsi
  • Con quale efficacia vengono assorbiti dal tratto digestivo nel flusso sanguigno
  • Se l’organismo li degrada rapidamente oppure circolano nel sangue per un periodo più lungo
  • Quale sia il loro effetto reale sulla glicemia postprandiale nell’essere umano
  • Se esistano effetti collaterali in caso di assunzione prolungata di dosi elevate

Al momento non esistono studi né su animali né su esseri umani che dimostrino un impatto concreto dei caffaldehyde sulla glicemia dopo i pasti. I ricercatori parlano quindi più di una direzione per future indagini che di una soluzione pronta per i pazienti. Il percorso da una scoperta di laboratorio a un trattamento terapeutico validato richiede solitamente molti anni.

Il caffè comune può davvero abbassare la glicemia

Dal punto di vista di chi è a rischio diabete, la domanda sembra semplice: basta bere più caffè per migliorare i valori del glucosio? I ricercatori rispondono che è ancora troppo presto per trarre simili conclusioni. Il team di Kunming suggerisce che la strada più promettente sia lo sviluppo di cosiddetti alimenti funzionali o nutraceutici.

Si tratterebbe di estratti standardizzati di caffè nei quali è possibile controllare con precisione la quantità di principi attivi e verificarne l’efficacia in studi clinici. In futuro potrebbero nascere, ad esempio, bevande speciali arricchite con un estratto standardizzato di arabica ricco di caffaldehyde, oppure capsule con un estratto di caffè a contenuto rigorosamente definito di questi composti.

Un’altra possibilità sono i prodotti da colazione come muesli o barrette arricchite con frazioni di caffè testate per il loro effetto sulla glicemia. Una simile soluzione faciliterebbe il confronto degli effetti e il controllo della sicurezza, cosa non realizzabile con il semplice caffè del bar o di casa. Le differenze nel grado di tostatura, nella varietà dei chicchi, nel metodo di preparazione o nella dimensione della porzione sono troppo grandi per considerare questa bevanda un farmaco.

Cosa significa questa scoperta per le persone con diabete di tipo 2

Questo studio si inserisce in una lunga serie di analisi che collegano il consumo regolare di caffè a un rischio ridotto di sviluppare il diabete di tipo 2. Finora i ricercatori si affidavano principalmente a statistiche basate sul monitoraggio di centinaia di migliaia di persone, confrontando le loro abitudini alimentari con il rischio di malattia successivo. I nuovi dati forniscono finalmente indizi su un meccanismo biologico concreto.

Dimostrano che nel caffè si nascondono effettivamente molecole in grado di interagire con una molecola specifica nell’intestino, ovvero l’alfa-glucosidasi. Questo è un argomento importante per futuri progetti, ad esempio per le aziende che sviluppano integratori alimentari destinati a persone con insulino-resistenza. Al tempo stesso è fondamentale ribadire che chi soffre di diabete non dovrebbe autonomamente sostituire i farmaci con un espresso aggiuntivo.

Il caffè può essere un complemento a uno stile di vita sano, ma non sostituisce la terapia raccomandata. Alcune persone tollerano male grandi quantità di caffeina, manifestando palpitazioni, pressione alta, problemi del sonno o reflusso. In questi casi i tentativi di “curarsi con il caffè” potrebbero causare più danni che benefici.

I ricercatori di Kunming hanno utilizzato uno screening bioattivo applicabile a moltissimi altri prodotti, tra cui tè, spezie, cacao, alimenti fermentati o piante locali usate nella medicina tradizionale. Questo metodo offre la possibilità di individuare rapidamente molecole che meritano ulteriori approfondimenti riguardo ai loro effetti su cuore, intestino, cervello o sistema immunitario.

Consigli pratici per gli amanti del caffè

Per chi ama il caffè, il messaggio principale è piuttosto incoraggiante: in assenza di controindicazioni, da una a tre tazze al giorno probabilmente non fanno male e potrebbero persino sostenere leggermente il metabolismo dei carboidrati. Bisogna però prestare attenzione agli ingredienti aggiuntivi: grandi quantità di zucchero, sciroppi dolci o panna possono vanificare qualsiasi potenziale beneficio.

In pratica, è preferibile bere un caffè nero o con un po’ di latte piuttosto che una bevanda al caffè zuccherata. Chi tiene particolarmente sotto controllo la glicemia può anche monitorare regolarmente i livelli di glucosio e di emoglobina glicata. Non bisogna dimenticare l’attività fisica, come una passeggiata veloce dopo i pasti, la quantità di carboidrati semplici nella dieta e il peso corporeo.

La storia dei caffaldehyde mostra bene come i prodotti di uso quotidiano possano nascondere meccanismi d’azione molto complessi. Insegna anche la prudenza: un effetto potente in provetta non significa automaticamente efficacia nell’essere umano. Dovremo aspettare i risultati degli studi clinici, e nel frattempo è più saggio considerare il caffè un piacere quotidiano che uno strumento terapeutico. Per medici e dietologi si tratta di uno spunto interessante per interrogare i pazienti con maggiore attenzione sulle abitudini alimentari e aiutarli a integrare il caffè in modo equilibrato nella loro dieta.

Author

  • Nicolò Balini, meglio conosciuto come Human Safari, è nato nel 1991 a Bergamo ed è considerato il pioniere dei travel vlogger in Italia. Dopo aver studiato nel settore turistico, ha aperto il suo canale YouTube nel 2012, trasformando la sua passione in una professione di riferimento. Nicolò è un esperto di logistica di viaggio, amante dei road trip e della fotografia cinematografica. È famoso per i suoi video "esperienziali" dove testa compagnie aeree, alloggi insoliti e fornisce consigli pratici su come viaggiare low-cost senza sacrificare l'avventura. È anche il fondatore di SiVola, un'importante agenzia di viaggi di gruppo.

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